Udivo i grilli e le cicale, nella raggiante e dolce calma della radura fuori della finestra della nostra stranza da letto, che pulsava di una tenera e quieta vita. Era come un sommesso e dolcissimo mormorio di malinconica belta', e mi riscoprii, nel buio della stanza da letto, ad essere grato d'ogni frinire, d'ogni cinguettare, d'ogni ramoscello che scricchiolava e di ogni gufo che lanciava il suo richiamo nella notte: poiche' tutto cio' allontanava da me il silenzio, e nel silenzio era celato l'oblio.
E l'oblio era gravoso di ricordi. Ricordi di vite passate, ricordi di infinite battaglie, ricordi di tormenti e glorie, di sconfitte e vittorie. Ricordi di mille sfaccettature di un'unica gemma, che ormai sapevo rilucere di splendente luce cosi' come di ammorbante tenebra, a seconda del tempo e del luogo in cui era evocata.
Sentii Rahasia agitarsi inquieta nel sonno, accanto a me. Tendendo le braccia, le cinsi le spalle in un abbraccio, respirando la dolcezza inebriante del suo profumo e svuotando la mente d'ogni pensiero.
Il destino aveva fatto il suo corso. Avevo creduto di poter vincere, questa volta: mi ero illuso che sarebbe stato diverso. Avevo visto le tessere del mosaico del mio futuro giacere ai miei piedi, e le avevo calciate con la forza della disperazione e della speranza insieme: ma solo per vederle ricadere esattamente al proprio posto, lentamente, inesorabilmente... I piccoli tasselli finemente cesellati erano sfuggiti al mio controllo, e ogni tessera si avvicinava alla collocazione che il fato le aveva assegnato.
Chiusi gli occhi, sentendo un groppo crescere nella mia gola e lottando per ricacciare indietro le lacrime.
Poi, lentamente, scivolai nell'oblio, e mi addormentai...
In una piccola vallata, un uomo cammina lentamente. E' un vecchio di circa sessant'anni: la sua barba, folta e ormai ingrigita dall'impietoso trascorrere delle stagioni, incornicia un volto dalla pelle di colore scuro, arso dal sole, solcato da rughe profonde. Stringe tra le labbra un pezzettino di legno, intagliato di modo da lasciare solo il vivo legno chiaro, togliendo tutta la corteccia. Sulle spalle reca con se una canna da pesca, e un cesto di vimini intrecciati cinge il suo braccio, ricoperto da un panno lacero.
Il vecchio cammina a passo lento, d'una lentezza che non esprime stanchezza, bensi' calma. Si guarda attorno, di tanto in tanto, quando uno scoiattolo o un coniglio attraggono la sua attenzione, fuggendo al suo passaggio. E lascia che i dolci e caldi raggi d'un sole rosso come fuoco lambiscano il suo volto, riscaldandolo del raro tepore destinato, come lui ben sa, a scomparire ben presto.
Il vecchio giunge sulle rive di un piccolo lago, all'interno della vallata. L'erba e' verde e rigogliosa, grassa e umida come se una pioggia primaverile l'avesse appena nutrita. Lentamente, con metodo, depone la canna da pesca su una roccia piatta e larga sulle rive del laghetto, accostandovi poi il cesto di vimini. Quindi si leva la giacca, una giacca di stoffa ruvida e pesante di colore marrone, e la adagia sulla pietra accanto all'attrezzatura da pesca, inspirando a pieni polmoni l'aria salubre della montagna. Quindi, sfilatosi gli scarponi, immerge i piedi nelle acque del lago e prende tra le mani la canna da pesca, preparandosi ad iniziare.
"Salute, buon'uomo."
La voce che lo saluta e' giovane e musicale, dolce come il suono cristallino d'una campanella. Senza neppure voltarsi, l'uomo china il capo in cenno di saluto, continuando a trafficare con la canna da pesca.
Il giovane gli si accosta, incrociando le braccia al petto. E' molto alto, le spalle larghe e muscolose, le braccia possenti, le gambe robuste e ben piantate. Porta i lunghi e biondi capelli legati in una fluente coda che gli discende sulla schiena, ed e' vestito d'una armatura di piastre nere priva di qualsivoglia fregio, stondata e adatta alla battaglia. Qua e la si intravedono semplici scanalature, fatte per deviare i colpi degli avversari e allontanarli dai punti vitali del guerriero. Il ragazzo si carezza la corta barba bionda che gli incornicia il volto, fissando il vecchio.
"...e' un posto incantevole, questo...", comincia quindi con aria imbarazzata.
Il vecchio annuisce, sorridendo serenamente. Quindi, dopo aver finito di saggiare la resistenza della canna, prende un capo del lungo e sottile filo di crine che fa da lenza e vi lega un sassolino. Quindi, con estrema lentezza, sposta la canna da pesca sull'acqua, facendo immergere il sassolino e fissando con calma la superficie dell'acqua, aspettando.
"...avete dimenticato l'esca, buon uomo.", dice il giovane, aggrottando leggermente le sopracciglia e fissandolo.
L'uomo scuote il capo lentamente, alzando gli occhi verso di lui per la prima volta: e il giovane si trova a fissare due occhi di un profondo e innaturale colore viola, dolci e calmi, dalle profondita' insondabili.
"Non l'ho dimenticato..."
"...no? Ma... come pensate di poter pescare senza esca?", prosegue il giovane con aria incredula.
"...non voglio pescare..."
Il giovane si carezza ancora la barba, lentamente. Poi allontana la mano, fissandola per un istante: quel semplice gesto di carezzarsi la barba gli ha riportato alla mente qualcosa, qualcosa di importante, ma ora tutti i ricordi sembrano ancora spariti. Per un attimo il panico lo assale, facendolo vacillare e costringendolo a guardarsi intorno come una belva in trappola: dove si trova? Chi e'? Perche' e' li? Nessuna di queste domande pare trovare risposta, e il crescente smarrimento getta il giovane nello sconforto.
Ancora, il vecchio alza lo sguardo su di lui, fissandolo con i suoi grandi e calmi occhi viola. Scostandosi lentamente di lato, fa cenno al giovane di sedersi accanto a lui, quindi gli passa in mano la canna da pesca, sorridendogli con dolcezza. Poi i suoi occhi si spostano sulle acque del lago, rimanendone fissi e catturati.
"...tu non sai perche' sei qui, ne' chi sei, ne' come vi sei arrivato.", esordisce infine il vecchio, senza fissare il giovane "e potrei dirti che non sai neppure QUANDO sei qui."
Il giovane aggrotta le sopracciglia, fissando il vecchio con aria interrogativa.
"...nel multiverso", prosegue questi con calma e compostezza "il tempo non e' che una delle infinite assi attorno a cui i mondi ruotano. Ogni possibile modifica ad un singolo asse determina un nuovo mondo, non meno reale degli altri, non piu' reale del multiverso in se. Qui, adesso, potremmo essere ovunque, in qualunque momento...."
Il ragazzo sospira, stringendo la canna da pesca con maggiore decisione, quasi come fosse una difesa contro le parole del vecchio. "Perche' sono qui?", chiede infine con voce incerta e tremante.
"Per imparare, Ser campione. Ogni tuo viaggio non ha forse avuto questo scopo? Imparare... Apprendere cio' che puoi da cio' che ti si presenta. Sei qui per essere cio' che sei, che e' anche cio' che sarai ma che potrebbe non essere cio' che sei stato. Ammesso che tu esista davvero...", conclude il vecchio, sorridendogli con dolcezza.
"Io esisto.", afferma il ragazzo con voce decisa.
"Lo dici a me o tenti di dirlo a te stesso, Ser Campione? Esisti, questo e' vero. Esisti entro i confini del multiverso stesso: tu ne sei parte, dunque esisti solo se il multiverso esiste. E il multiverso cos'e', Ser Campione? Ti sei mai interrogato in merito? Cosa sono il tempo, lo spazio... Cosa sono le nostre percezioni?"
Il vecchio poggia una mano sulla roccia, carezzandola lentamente, quindi prosegue: "adesso sto toccando questa roccia. La mia pelle invia le informazioni al mio cervello: la compattezza, la temperatura, la forma. Tutto questo lo sento attraverso il contatto. Ne vedo il colore, ora che la fisso. Se la colpisco, sento il suono ch'essa produce. Dunque, affermo che questa roccia esiste."
Il vecchio sposta lo sguardo sul giovane, fissandolo con aria seria.
"Ma ora dimmi, Ser Campione: come sono giunto alla conclusione che esiste? La mia pelle mi ha detto che e' ruvida, compatta e fredda. I miei occhi mi dicono che e' venata di nero, di colore grigio. Se la percuoto con la mano, suona solida e compatta. Ma tutte queste percezioni non arrivano dalla roccia, ma dai miei sensi. E come so che i miei sensi non mi ingannano?"
"...questa e' la base per dir tutto e dir niente... Io vedo questa roccia esattamente come la vedete voi, e la tocco come la toccate voi. Ed essa mi appare identica a come appare a voi, nella forma, nel colore, ne..."
"..e come lo sai?"
"..."
"Non possiamo saperlo, Ser Campione. Io chiamo questo colore "grigio", e questo "nero". Un giorno, quando ero molto piccolo, qualcuno me li ha indicati e mi ha detto che questo e' il loro nome. Ma io so che esiste un colore che io chiamo grigio e che voi chiamate grigio, ma come posso sapere che se vedessi tale colore dai vostri occhi, come lo vedete voi, per me non sarebbe verde anziche' grigio?"
Il giovane rimane in silenzio, fissando il vecchio con aria perplessa. Quindi scrolla le spalle, accantonando l'argomento. "sono qui per discorrere di colori?", chiede infine.
"No, ovviamente no. Sei qui, Ser Campione, perche' l'hai voluto tu."
"Questo non ha senso. Io non voglio restare qui. Voglio tornare da..."
Rimane in silenzio per qualche minuto, cercando di ricordare. Non c'e' nessun nome che ritorni alla sua memoria, nessun volto. Non c'e' nulla. Solo sangue, battaglie. Mille e mille vite spese a combattere, e nulla piu' di questo.
"...non lo ricordi, e' vero?"
Il vecchio sorride, quindi gli poggia una mano sulla mano con cui tiene la canna da pesca. "Non stai pescando, Ser Campione. Stai cercando te stesso. Qui, adesso, ora: ma anche la, in quei mondi, in quelle battaglie. Cerchi te stesso, campione: non importa che tu stringa una spada, una mazza o... una canna da pesca. L'unica ricerca che ti compete e' la ricerca di te: non ricercare il senso di cio' che il fato ha per te disposto, perche' non e' la conoscenza del volere divino a competerti. Tu sei te stesso, e basta: sei Erekose, sei John Daker, sei Erlic. Sei Julyen. Sei tutti loro, ma rimani te stesso in ognuno di loro. E ora ti stai perdendo."
"Perdendo... in cosa?"
"Ti stai perdendo nella tua missione, nella tua esistenza... Ti chiedi cosa sei, ti chiedi perche' e' toccato proprio a te, ti chiedi se sei luce o ombra, ti chiedi perche' in una delle tue vite sei il flagello che nelle mani del caos dilania le carni dei giusti e nell'altra sei la luce che cinge il capo dell'ordine che protegge i deboli. Ma prima di chiederti questo, ti sei mai chiesto cosa sei realmente? Per cosa combatti, Ser Campione? Per CHI combatti?"
Il ragazzo abbassa lo sguardo, poggiando la canna da pesca sulla roccia. Quindi si inchina, e si allontana a passi lenti.
"Ho combattuto. Non ho avuto altra scelta, o forse l'ho scelto di mia spontanea volonta', credendo che fosse il volere dei signori dell'equilibrio. Ma l'ho fatto, ho stretto la Spada Nera e ho dato battaglia. Ancora, e ancora, e ancora, e ancora..."
Il ragazzo continua a camminare. I suoi capelli, bianchi e lunghi fin oltre le spalle, ricadono sugli spallacci d'una armatura nera finemente decorata e cesellata. Le sue membra, pallide ed esangui, dall'aspetto malaticcio, sono poco muscolose ed esili. I suoi occhi sono di un rosa tenue, malati e stanchi, scossi da un velo di follia: gli occhi di un albino. Al suo fianco, la spada nera riposa nella sua guaina, la lama solcata da rune millenarie, incise dal caos stesso. Il suo canto tace sopito, adesso.
"Ho combattuto, e ho tratto piacere dall'uccisione. Ho tratto la mia forza dalle vite che assorbivo, nutrendomi di ogni vita che recidevo. E schiavo del mio destino, mi sono innamorato della morte stessa, danzando nella sua luce pallida e cremisi, suonando il lento requiem che ha portato il mondo al suo giusto termine, segnando la fine dell'epoca dei miti."
Il ragazzo continua a camminare, il passo sempre piu' veloce, costeggiando il lago. I suoi occhi azzurrissimi rispecchiano una nobilta' d'animo e una forza interiore incrollabili. Le sue mani, forti e possenti, sono strette attorno all'elsa argentata della spada dalla lama oscurata che cinge il suo fianco. La sua armatura e' dorata e scintillante, e in essa si leggono le insegne dell'esercito Elderen. I suoi capelli, biondi e legati in una morbida coda, danzano sugli spallacci dell'armatura dorata, colpendoli ripetutamente.
"...e ho combattuto per amore... Combattuto stregato dall'amore, per sterminare cio' che minacciava il mio amore, per ripagare con la morte quella stessa morte che voleva strapparti via da me, mia Ermizhad, mio amore... Ho sterminato un'intera razza, la mia razza, affinche' la crudelta' che ci e' propria non minacciasse la tua fragile perfezione, la fragile perfezione del popolo Elderen, che, ora lo so, nasconde una forza in grado di abbattere le montagne e valicare il velo tra i mondi..."
Arriva dinnanzi ad una sponda del lago. L'acqua sotto di lui e' scura, i raggi del caldo sole morente, dalla delicata tonalita' rosso fuoco, non riescono a vincerne le oscure profondita'. I suoi capelli, candidi e splendenti come argento filato, ricadono morbidi sulle sue spalle sottili. Le sue mani, dalle eleganti e tornite dita sottili, dalla pelle ben curata e morbida, giacciono sui suoi fianchi sottili. E i suoi occhi sono di un viola profondo e triste, malinconico e velato, ma brillano di una feroce e nuova comprensione. Al suo fianco, una fodero ricoperto da rune nasconde la Spada al suo sguardo. E l'arma gli sussurra sinuosa nelle orecchie della mente, cantando una canzone di sangue e morte, un canto bellissimo e terribile che lo richiama alla guerra ad ogni sua nota.
"...e ora, per chi sto combattento? Per quali signori, sotto quale vessillo? Ora, che cosa sto facendo?", mormora, rispecchiandosi nelle acque buie e profondi del lago.
"...ora combatto solo per me stesso. E se combatto per me stesso, combatto per te. Perche' ora esisti soltanto tu: e se devo impugnare le armi, e se devo dar guerra, e se il mio destino e' sangue e morte, allora daro' battaglia con tutto me stesso, lacerando e mordendo, uccidendo e combattendo, sanguinando e morendo se necessario... Per te."
Le acque del lago si increspano, e l'immagine dell'elfo che vi si rispecchia svanisce lentamente, sostituita da un'altra. Una camera da letto, in una tenuta ai margini del boschetto sacro. Un sontuoso e morbido letto a baldacchino, dove un elfo e un'elfa dormono, abbracciati. Il viso di lui e' pallido, spaventato. Sta sudando, forse preda di un incubo.
La spada nel fodero freme, il suo canto si spande nell'aria. Lentamente, l'elfo la estrae, stringendola in mano. Quindi, passa velocemente il palmo della mano sulla lama affialata e ricoperta da rune, lasciando che il sangue coli nelle acque oscure del lago.
"...questo e' il mio addio alle catene del destino...", mormora. Quindi si lascia cadere nelle acque buie e profonde, affondando velocemente in esse.
Dalla riva opposta, il vecchio lo fissa per un istante, mantenendo lo sguardo sul punto in cui si e' immerso e sulle onde che si sono create. Quindi abbassa nuovamente lo sguardo sulla lenza, nell'acqua. Con una mano scosta una ciocca di capelli, rivelando due orecchie lunghe e sottili, innegabilmente elfiche.
"...addio, Ser Campione..."
Tremante, mi risvegliai di botto dal mio sonno, aprendo gli occhi di scatto. Dalle finestre entrava un pallido lucore ambrato, segno che l'albero divino rinasceva a nuova luce, dando inizio ad un'altra giornata. Tentai di riportare alla memoria il sogno che sapevo di aver fatto, ma non vi riuscii: e in seguito avrei scoperto che i sogni che fino a quel giorno avevano tormentato la mia anima erano scomparsi, lasciandomi. Ma in quel momento non me ne rendevo conto.
Abbracciai Rahasia, stringendola a me con delicatezza, e nella luce ambrata del giorno che nasceva piansi tutte le mie lacrime.