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Fermati, tempo...

Rallenta il tuo passo, lascia ch'io cammini al tuo fianco, non davanti al viso le tue spalle ricurve.

...com'e' successo?

Quando e' successo?

Quando e' stato che tutto e' cambiato, e come?

Non lo capisco, non lo so. Non ho piu' certezze e non ho piu' risposte, non ho altro che domande nella testa. Le posso quasi sentire, striscianti come serpi e altrettanto velenose.

Tradito... Sono stato tradito.

Tradito dal tempo, che e' corso avanti in punta di piedi, senza ch'io lo notassi, lasciando me indietro: volgo il mio sguardo a questo mondo in rovina, ora, e non v'e' speranza che innalzi il mio spirito e nutra il mio animo, che ogni nuova alba tinge di un nero cupo e plumbeo.

...non posso, non riesco a scrollarmi di dosso l'amarezza che e' filtrata nella mia anima.

Tradito da te, che eri la mia luce e il mio vespro. La mia ragione di vita.

Tradito dal mio stesso popolo, che non conosce ormai piu' onore alcuno.

Vorrei avere le forze per odiarti, Rahasia. Vorrei avere l'energia di un umano, quando riversa sul ricordo del proprio amore tradito tutta la stupenda passionalita' che contraddistingue la sua razza.

Ma non ho piu' forze e non ho piu' energie, ne' conosco l'odio travolgente e impetuoso che sostiene gli umani quando vengono feriti nel loro piu' intimo profondo.

Non mi e' dato odiare, non mi e' dato sperare, non mi e' dato amare, non mi e' dato dimenticare.

Posso solo attendere il conforto del tempo, e pregare di avere sufficiente forza in me stesso da resistere al suo lento scorrere.

Pregare, anche se so che cosi' non e'.

Adesso, sono completamente solo: questa certezza e' la mia unica forza e la mia piu' grande debolezza insieme, il mio tormento e il mio conforto, il mio male e la cura che ho scelto per guarirne allo stesso tempo.

Esaudisci solo una mia richiesta, un solo desiderio, se ne hai cuore, Rahasia...

Una e una sola, unica richiesta che mai ti abbia rivolto, gli dei tutti ne sono testimoni...

...quando il mio spirito lascera' questo corpo, sia questo alla fine dei tempi o entro breve, sia per mano della spada d'un nemico che per altra cagione...

...quando l'anima immortale che gli dei mi donarono fara' ritorno alle aule di Mandos, per trascorrervi l'eternita'...

...fa che il mio sguardo non cada mai piu' su di te, e non mi aspettare, nella dimora che gli dei accordarono all'anima del nostro popolo.

Mai piu'.

Mai piu'.

Mai piu'.

...per sempre.

Capi' di stare sognando quando, guardando sotto di se, vide un vasto fiume di fuoco rombante avanzare in silenzio, a pochi centimetri dai propri piedi.

Provo' un istintivo brivido, un terrore irreale che l'avvolse come un manto, mentre i suoi occhi spaziavano sulla distesa di fuoco liquido che lo circondava: le fiamme turbinavano, crepitando e ribollendo furiose, turbinando e aprendosi in gorghi di morte liquida che s'innalzavano al cielo improvvisi e violenti, per ricadere con un sibilo e un osceno tonfo nel mare di morte vorticante che si stendeva ai suoi piedi.

Il cielo era plumbeo, e l'intera scena era illuminata da una irradiazione che sembrava possedere in se tutti i colori del creato: e tingeva tutto di ognuno di essi, virando velocemente e senza preavviso.

Una cacofonia di suoni dolci e disgustosi, di urla di terrore e piacere, di sussurri e grida insieme tempestavano le sue orecchie, ed in quel preciso istante egli seppe di trovarsi al cospetto del caos primordiale.

Una figura emerse lenta dal centro dell'oceano di fiamme che si perdeva a vista d'occhio, unendosi al cielo plumbeo e carico di fulmini la dove l'orizzonte finiva.

Un bambino dell'eta' di dieci anni circa, dal viso delicato e sorridente, vestito d'una lunga e calda veste rossa, dai morbidi boccoli neri e dalle labbra teneramente sorridenti: nei suoi occhi dorati profondi e antichi, l'elfo sondo' per la prima volta i pesanti abissi della follia.

Improvvisamente, lo scenario muto': il mare di lava sbuffo' e sibilo', e sembro' quasi che gemesse sotto il peso oppressivo d'un comando, mentre un fulmine piu' grande e potente degli altri colpiva l'interno mare con fragore e violenza. Una spessa coltre di ghiaccio si formo', partendo dal punto in cui il fulmine era caduto: e il mare di fuoco sbuffo' e sibilo', tentando di opporsi, ma venendo spazzato via dal ghiaccio che avanzava. E l'aria si riempi' d'una densa coltre di nebbia, e il cielo venne meno agli occhi dell'elfo, mentre l'intero mondo assumeva una sfumatura grigia e pallida, avvolto da una coltre immutabile di ghiaccio e da un velo di spessa nebbia che eliminava ogni possibilita' di visuale.

Ed una figura avanzo' dalla nebbia, camminando verso di lui e fermandosi: avvolta da una pesante armatura grigia, priva di decorazioni e blasoni, con in mano una pesante spada a due mani e un elmo dalla celata calata calcato sul viso.

La seconda apparizione si fermo' davanti a lui, fissando la prima, che attendeva ancora sul lato opposto: l'elfo si trovava perfettamente al centro, immobile.

Il bambino avanzo' di un passo, e con voce dolce e gentile mormoro': "scegli". E in quel sussurro erano contenute tutte le tentazioni del mondo, e l'elfo inorridi', ma scopri' di non potersi sottrarre a quel sussurro.

E il gigante avanzo' d'un passo a sua volta, e una voce fredda e decisa rimbombo' nell'aria, un ordine secco e perentorio: "scegli". E in quell'ordine vi erano promesse di grandezza e possenza, di ordine ed equita'.

Lentamente, una terza figura emerse dalla bruma.

Camminando lentamente e a passo sciolto, il grande uomo dalle pelle d'ebano si avvicino' all'elfo, sorridendogli: e lui non pote' fare a meno di notare quanta tensione fosse dipinta sul volto immutato del campione dell'equilibrio, mentre questi gli si accostava e gli poggiava una mano sulla spalla.

"...hanno ragione, ser Campione... e' giunto il momento che tu compia la scelta per qui sei stato richiamato in questo mondo."

"...la... scelta?", sussurro' Julyen, mentre la sua bocca si inaridiva "cosa dici, Sepiriz? Io non devo compiere alcuna scelta. La scelta e' gia' stata compiuta, in questa vita come in ogni altra vita che saro' condannato a vivere, nell'eterno ciclo di sofferenza che e' la mia intera esistenza. Quale scelta, Sepiriz? Quale scelta mi e' data, ora?"

E il bambino avanzo' di un passo ancora, levando la mano. L'elfo si volto', osservandolo.

"...c'e' una scelta, ora, che devi compiere...", sussurro' suadente il bambino, fissandolo dal profondo di quegli occhi dorati che sembravano, soli, potergli strappare l'anima.

"...il fato ha decretato che cosi' sia ingiunto", tuono' la voce del cavaliere alle sue spalle. E seppure non si fosse voltato, l'elfo seppe che era avanzato d'un passo.

"..qualcosa e' avvenuto. Qualcosa che ha cambiato cio' che era scritto, minando la trama del destino..", continuo' il bambino, sorridendo.

"Pertanto, ora ti e' dato diritto di scelta, ser Campione. Scegli, ora. Scegli!", tuono' ancora la voce perentoria del cavaliere.

L'elfo sbatte' le palpebre, voltandosi verso il cavaliere in armatura gialla e nera, il gigante dalla pelle d'ebano che tante volte aveva incontrato, in sogno e nella realta'.

"...una persona legata al destino di questo mondo ha compiuto una scelta che non avrebbe dovuto compiere, ser Campione.", disse Sepiriz con voce gentile "in qualche modo, il corso del destino ha deviato dalla sua strada, ed ora si impone riparazione."

"...io? Devo riparare io?", mormoro' l'elfo. Ma l'uomo scosse il capo in cenno di diniego. "No. O meglio: si. Ma non tu. Tu devi solo scegliere, ora..."

"Scegliere... cosa?"

Sepiriz lo fisso' a lungo, rimanendo in silenzio. Quindi, con voce calma e gentile, prosegui': "scegliere quale forza mettere in campo, ser Campione. Nulla e' piu' valido di quanto primariamente stabilito: per la prima volta dacche' la tua storia ha avuto inizio, le trame del destino sono dissipate. Dunque, ora hai diritto di scelta."

Senti' un tocco gentile sulla spalla, e si volto' di scatto: il bambino era li, in piedi, in silenzio. Le labbra morbide e dolci dell'infante si tesero in un sorriso, mentre la sua voce carezzevole e sussurrante si spandeva nell'aria come una malia: "Ricorda, ora, Campione... ricorda chi fosti tu, e chi sono io... Rivolgiti a me con il nome che e' mio di diritto dall'alba del concepimento..."

L'elfo si accascio', urlando di dolore, mentre la sua coscienza veniva strappata brutalmente dal suo corpo da dita invisibili che la ghermivano.

E una delle vite passate, sopite nella sua memoria, si risveglio' lentamente in lui, aprendo gli occhi...

"...mio... signore... Arioch...", mormoro' l'albino, levandosi debolmente in piedi. La malattia che lo privava d'ogni forza annebbiava i suoi pensieri e bloccava il suo corpo come pesanti catene, mentre il signore di Melnibone' si inginocchiava di fronte al suo signore.

"...la vorresti impugnare ancora una volta, Elrich?", sussurro' il duca degli inferi con voce tentatrice, tendendo una mano e sfiorando la pallida pelle dell'albino stremato.

Gli occhi rossi di Elrich si levarono verso il demone, rispondendo con bramosia alle sue parole.

E le sue dita si strinsero attorno all'elsa avvolta dal cuoio di una spada pesante e lunga dalla lama nera, completamente intarsiata da rune che barluginavano di un inquietante colore cremisi. E la spada canto' la propria gioia, mormorando di piacere nel riconoscere la mano maledetta che l'aveva impugnata in un'altra vita: ed Elrich senti' le energie scorrere ancora nel suo corpo, e la forza innaturale della spada riflui' nei suoi tessuti e nella sua anima, permeandolo di una sensazione di ebbra gioia e di trepidante malvagita'.

E l'albino maledetto levo' l'arma al cielo, gridando la propria esultanza, mentre Stormbringer cantava nella sua mano il proprio empio canto di morte.

"Sangue! Sangue e anime per il mio signore Arioch! Arioch delle Sette Tenebre, io t'invoco, Signore del Caos!"

E le labbra del Duca degli Inferi si tesero di ebbra gioia.

Una mano pesante e guantata dal ferro d'un guanto d'arme calo' sulla spalla dell'albino, costringendolo a voltarsi: e l'elfo torno', fissando la grigia armatura austera che lo sovrastava, irradiando un'aura di potere e comando quasi palpabile.

"Ricorda", ingiunse la voce perentoria e glaciale proveniente dall'armatura "Ricorda chi fosti tu e chi sono io, e rivolgiti a me col nome che e' mio di diritto dall'alba del concepimento!"

E l'elfo urlo' di dolore, mentre ancora una volta veniva strappato dal proprio corpo e una nuova coscenza prendeva il sopravvento, una eco di un io lontano appartenente ad un'altra vita e ad un altro mondo, un nuovo frammento di se che si ricongiungeva al Campione Eterno.

Il templare apri' gli occhi lentamente, alzandoli verso l'armatura che lo sovrastava, seppur di poco. Alzando una mano, la porto' sul petto, all'altezza del cuore: quindi si inginocchio' al cospetto del Signore della Legge.

"Mio signore Donablas.", recito' con deferenza.

"...mio cavaliere, Grangel", lo saluto' il Signore della Legge con voce fredda e priva di tono. "Alzati."

Grangel si alzo', rimanendo in piedi dinnanzi all'entita'. Questa poggio' una mano sul suo petto, e il suo corpo fu rivestito dall'armatura di scaglie iridescenti che gli era appartenuta in un altro mondo e in un'altra vita: e le dita della sua mano si strinsero attorno all'impugnatura di Zanna Gelida, lama dell'Inverno. E il templare levo' in alto la spada, esultando.

"Onore a Donablas, il Portatore di Giustizia! Onore al Signore della Legge della Giusta Vendetta!", grido' al cielo il templare, mentre una folle esultanza gli riempiva il petto.

E Donablas annui' lentamente, compiaciuto.

Julyen sbatte' le palpebre, ricadendo sul freddo pavimento di ghiaccio ai suoi piedi. Le due entita' erano sparite, cosi' come le due manifestazioni del Campione Eterno da esse evocate. Solo il gigante dalla pelle d'ebano rimaneva, in silenzio.

Sepiriz gli tese la mano, aiutandolo ad alzarsi. Quindi, prima che l'elfo potesse riaversi dallo stupore e chiedere, inizio' a parlare a voce bassa e calda.

"...come ti ho detto, una creatura, una persona essenziale al destino di questo mondo, ha deviato dal filo che il destino aveva per lei intessuto. Cio' e' accaduto a causa di qualcosa che non si sarebbe dovuto verificare: qualcosa che tu avresti dovuto impedire. Questo ha sfaldato le trame del destino: adesso, il nuovo destino che attende te, ser campione, in questa tua manifestazione, dipende unicamente dalla tua scelta. Non ci e' dato modificare gli eventi, ma possiamo fare in modo che il corso degli avvenimenti muti... Forse impercettibilmente, ma forse basta poco per guidare un fato instabile come quello che ora lega questa realta' del multiverso."

"Scegli di servirmi," sussurro' la voce dell'infante nella sua mente "e io daro' nuova forza al tuo corpo. Rinascerai come mio strumento, come strumento del caos, e insieme plasmeremo questo mondo. Non ti sara' richiesto alcun sacrificio, e relizzeremo un mondo veramente libero, giacche' l'unica VERA liberta' sta nella mancanza di costrizioni, e dunque, dato che l'unica giustizia sta nella liberta', l'unica giustizia e' contenuta nell'entropia e nel caos, che soli possono condurre il mondo..."

"Scegli di servirmi," tuono' la voce dell'uomo in armatura grigia nella sua mente "e io daro' nuova forza al tuo corpo. Rinascerai come mio strumento, come strumento della legge, e insieme plasmeremo questo mondo. Non ti sara' richiesto alcun sacrificio, e realizzeremo un mondo realmente giusto, giacche' la giustizia si nutre solo dell'ordine e del rigore, che sono prerogative essenziali affinche' il mondo prosperi. Insieme creeremo un mondo perfetto, un mondo in cui la legge regna sovrana e il caos e' bandito."

L'elfo cadde riverso, mentre le due entita' lo sovrastavano, continuando a tentarlo. Grido', e grido' ancora, e ancora, fin quando l'aria non gli fu piu' sufficiente, fin quando ebbe fiato e forze: poi si accascio', pallido ed esausto, e alzo' una mano verso Sepiriz.

"...se devo... scegliere... io scelgo di servire te...", mormoro' l'elfo con voce rauca.

Improvvisamente, le due presenze svanirono.

"...se devi scegliere di servire me, devi lasciare ch'io ti informi del patto, ser Campione.", mormoro' il gigante dalla pelle d'ebano con una nota triste nella voce.

"...io sono Sepiriz, campione dell'Equilibrio. E se sceglierai di servire me, questo ti costera' tutto, ser Campione, giacche' l'equilibrio non ha forza propria e non dona potere, ma anzi ne prende, per disporne secondo le proprie necessita'. Perche' la vita continui, nulla deve prevalere: questo e' il senso dell'equilibrio. Se sceglierai di servire coloro che io servo, ti verra' richiesto ogni sacrificio. E non ci saranno utopie ad illuminare la fine della lotta, ser campione: perche' l'equilibrio e' insito nella lotta in se. Dunque noi non combattiamo per prevalere: combattiamo per far si che le forze rimangano pari in campo, di modo che la lotta, protraendosi, generi infinite opportunita'..."

Julyen si alzo' in piedi, tremante. Quindi annui' lentamente. "Ero qui... come strumento dell'equilibrio, in un mondo in cui l'ombra minacciava di oscurare tutto. Continuero' ad esserlo, per non perdere cio' che sono. Per non perdere cio' che ho. Per non perdere... me stesso. Io scelgo di servire te."

"Cosi' sia..."

La mano del gigante si poggio' sul petto dell'elfo; quindi, lentamente, le dita presero ad immergersi nelle sue carni come se fossero acqua. Julyen urlo', straziato dal dolore, mentre le dita di Sepiriz afferravano qualcosa dentro di lui e lo estraevano dall'involucro di carne che era il suo corpo.

"...la scelta e' compiuta."

Lo sguardo del gigante dalla pelle d'ebano era pieno di amarezza, mentre posava gli occhi un'ultima volta sull'elfo e poi si voltava, avanzando lentamente nella nebbia. "Mi dispiace, ser Campione..."

E Julyen rimase solo, nel mondo di sogno vuoto e sterile che lo circondava, mentre piangeva per cio' che Sepiriz aveva preso dalla sua anima.

E ad ogni lacrima che versava, un ricordo felice di una delle mille e mille vite passate si estingueva. E ad ogni gemito, un ricordo di pace e di serenita' si spegneva dentro il suo cuore, fin quando alla fine non rimasero che ricordi di infinite battaglie e infiniti tormenti, di guerre e morti, di stragi e sangue, nella mente dell'elfo accasciato e straziato dal rimorso e dal senso di colpa...

Mi svegliai, aprendo gli occhi lentamente. Portando una mano al viso, mi resi conto di aver pianto: tuttavia, per quanto mi sforzassi, non riuscii a ricordare cosa mai avessi sognato.

Una profonda amarezza si impossesso' di me, amarezza che mai avrei capito da dove derivasse, ma che mai piu' mi avrebbe abbandonato: qualcosa di me era andato via, ma non capivo e non capii mai cosa.

Da qualche parte, in un mondo lontano distrutto dalle orde del Caos, un albino dagli occhi di brace vestito da un'armatura nera e sottile abbasso' gli occhi, mentre si stupiva nel vedere una lacrima rigargli una guancia.

Da qualche parte, in un mondo lontano reso sterile dalle schiere dell'Ordine, un uomo dagli occhi di ghiaccio, avvolto in un'armatura argentata e con una spada dalla lama di ghiaccio in una mano senti' una lacrima rigare la pelle sotto la celata dell'elmo.

E ovunque fosse, e in qualsiasi realta' del multiverso una sua manifestazione fosse comparsa per schierarsi nel gioco che si giocava da millenni tra le forze contrapposte di Legge e Caos, il Campione Eterno pianse una lacrima, nel giorno in cui perse per sempre i ricordi di pace che, seppure non gli era dato custodire coscentemente, da sempre confortavano la sua anima.

Ma io, la piu' debole delle emanazioni di questo strumento divino legato alle radici stesse dell'eterno multiverso, di tutto questo non seppi nulla - mai.

E piansi le mie lacrime, per un tormento che neppure io sapevo spiegare a me stesso...

Udivo i grilli e le cicale, nella raggiante e dolce calma della radura fuori della finestra della nostra stranza da letto, che pulsava di una tenera e quieta vita. Era come un sommesso e dolcissimo mormorio di malinconica belta', e mi riscoprii, nel buio della stanza da letto, ad essere grato d'ogni frinire, d'ogni cinguettare, d'ogni ramoscello che scricchiolava e di ogni gufo che lanciava il suo richiamo nella notte: poiche' tutto cio' allontanava da me il silenzio, e nel silenzio era celato l'oblio.

E l'oblio era gravoso di ricordi. Ricordi di vite passate, ricordi di infinite battaglie, ricordi di tormenti e glorie, di sconfitte e vittorie. Ricordi di mille sfaccettature di un'unica gemma, che ormai sapevo rilucere di splendente luce cosi' come di ammorbante tenebra, a seconda del tempo e del luogo in cui era evocata.

Sentii Rahasia agitarsi inquieta nel sonno, accanto a me. Tendendo le braccia, le cinsi le spalle in un abbraccio, respirando la dolcezza inebriante del suo profumo e svuotando la mente d'ogni pensiero.

Il destino aveva fatto il suo corso. Avevo creduto di poter vincere, questa volta: mi ero illuso che sarebbe stato diverso. Avevo visto le tessere del mosaico del mio futuro giacere ai miei piedi, e le avevo calciate con la forza della disperazione e della speranza insieme: ma solo per vederle ricadere esattamente al proprio posto, lentamente, inesorabilmente... I piccoli tasselli finemente cesellati erano sfuggiti al mio controllo, e ogni tessera si avvicinava alla collocazione che il fato le aveva assegnato.

Chiusi gli occhi, sentendo un groppo crescere nella mia gola e lottando per ricacciare indietro le lacrime.

Poi, lentamente, scivolai nell'oblio, e mi addormentai...

In una piccola vallata, un uomo cammina lentamente. E' un vecchio di circa sessant'anni: la sua barba, folta e ormai ingrigita dall'impietoso trascorrere delle stagioni, incornicia un volto dalla pelle di colore scuro, arso dal sole, solcato da rughe profonde. Stringe tra le labbra un pezzettino di legno, intagliato di modo da lasciare solo il vivo legno chiaro, togliendo tutta la corteccia. Sulle spalle reca con se una canna da pesca, e un cesto di vimini intrecciati cinge il suo braccio, ricoperto da un panno lacero.

Il vecchio cammina a passo lento, d'una lentezza che non esprime stanchezza, bensi' calma. Si guarda attorno, di tanto in tanto, quando uno scoiattolo o un coniglio attraggono la sua attenzione, fuggendo al suo passaggio. E lascia che i dolci e caldi raggi d'un sole rosso come fuoco lambiscano il suo volto, riscaldandolo del raro tepore destinato, come lui ben sa, a scomparire ben presto.

Il vecchio giunge sulle rive di un piccolo lago, all'interno della vallata. L'erba e' verde e rigogliosa, grassa e umida come se una pioggia primaverile l'avesse appena nutrita. Lentamente, con metodo, depone la canna da pesca su una roccia piatta e larga sulle rive del laghetto, accostandovi poi il cesto di vimini. Quindi si leva la giacca, una giacca di stoffa ruvida e pesante di colore marrone, e la adagia sulla pietra accanto all'attrezzatura da pesca, inspirando a pieni polmoni l'aria salubre della montagna. Quindi, sfilatosi gli scarponi, immerge i piedi nelle acque del lago e prende tra le mani la canna da pesca, preparandosi ad iniziare.

"Salute, buon'uomo."

La voce che lo saluta e' giovane e musicale, dolce come il suono cristallino d'una campanella. Senza neppure voltarsi, l'uomo china il capo in cenno di saluto, continuando a trafficare con la canna da pesca.

Il giovane gli si accosta, incrociando le braccia al petto. E' molto alto, le spalle larghe e muscolose, le braccia possenti, le gambe robuste e ben piantate. Porta i lunghi e biondi capelli legati in una fluente coda che gli discende sulla schiena, ed e' vestito d'una armatura di piastre nere priva di qualsivoglia fregio, stondata e adatta alla battaglia. Qua e la si intravedono semplici scanalature, fatte per deviare i colpi degli avversari e allontanarli dai punti vitali del guerriero. Il ragazzo si carezza la corta barba bionda che gli incornicia il volto, fissando il vecchio.

"...e' un posto incantevole, questo...", comincia quindi con aria imbarazzata.

Il vecchio annuisce, sorridendo serenamente. Quindi, dopo aver finito di saggiare la resistenza della canna, prende un capo del lungo e sottile filo di crine che fa da lenza e vi lega un sassolino. Quindi, con estrema lentezza, sposta la canna da pesca sull'acqua, facendo immergere il sassolino e fissando con calma la superficie dell'acqua, aspettando.

"...avete dimenticato l'esca, buon uomo.", dice il giovane, aggrottando leggermente le sopracciglia e fissandolo.

L'uomo scuote il capo lentamente, alzando gli occhi verso di lui per la prima volta: e il giovane si trova a fissare due occhi di un profondo e innaturale colore viola, dolci e calmi, dalle profondita' insondabili.

"Non l'ho dimenticato..."

"...no? Ma... come pensate di poter pescare senza esca?", prosegue il giovane con aria incredula.

"...non voglio pescare..."

Il giovane si carezza ancora la barba, lentamente. Poi allontana la mano, fissandola per un istante: quel semplice gesto di carezzarsi la barba gli ha riportato alla mente qualcosa, qualcosa di importante, ma ora tutti i ricordi sembrano ancora spariti. Per un attimo il panico lo assale, facendolo vacillare e costringendolo a guardarsi intorno come una belva in trappola: dove si trova? Chi e'? Perche' e' li? Nessuna di queste domande pare trovare risposta, e il crescente smarrimento getta il giovane nello sconforto.

Ancora, il vecchio alza lo sguardo su di lui, fissandolo con i suoi grandi e calmi occhi viola. Scostandosi lentamente di lato, fa cenno al giovane di sedersi accanto a lui, quindi gli passa in mano la canna da pesca, sorridendogli con dolcezza. Poi i suoi occhi si spostano sulle acque del lago, rimanendone fissi e catturati.

"...tu non sai perche' sei qui, ne' chi sei, ne' come vi sei arrivato.", esordisce infine il vecchio, senza fissare il giovane "e potrei dirti che non sai neppure QUANDO sei qui."

Il giovane aggrotta le sopracciglia, fissando il vecchio con aria interrogativa.

"...nel multiverso", prosegue questi con calma e compostezza "il tempo non e' che una delle infinite assi attorno a cui i mondi ruotano. Ogni possibile modifica ad un singolo asse determina un nuovo mondo, non meno reale degli altri, non piu' reale del multiverso in se. Qui, adesso, potremmo essere ovunque, in qualunque momento...."

Il ragazzo sospira, stringendo la canna da pesca con maggiore decisione, quasi come fosse una difesa contro le parole del vecchio. "Perche' sono qui?", chiede infine con voce incerta e tremante.

"Per imparare, Ser campione. Ogni tuo viaggio non ha forse avuto questo scopo? Imparare... Apprendere cio' che puoi da cio' che ti si presenta. Sei qui per essere cio' che sei, che e' anche cio' che sarai ma che potrebbe non essere cio' che sei stato. Ammesso che tu esista davvero...", conclude il vecchio, sorridendogli con dolcezza.

"Io esisto.", afferma il ragazzo con voce decisa.

"Lo dici a me o tenti di dirlo a te stesso, Ser Campione? Esisti, questo e' vero. Esisti entro i confini del multiverso stesso: tu ne sei parte, dunque esisti solo se il multiverso esiste. E il multiverso cos'e', Ser Campione? Ti sei mai interrogato in merito? Cosa sono il tempo, lo spazio... Cosa sono le nostre percezioni?"

Il vecchio poggia una mano sulla roccia, carezzandola lentamente, quindi prosegue: "adesso sto toccando questa roccia. La mia pelle invia le informazioni al mio cervello: la compattezza, la temperatura, la forma. Tutto questo lo sento attraverso il contatto. Ne vedo il colore, ora che la fisso. Se la colpisco, sento il suono ch'essa produce. Dunque, affermo che questa roccia esiste."

Il vecchio sposta lo sguardo sul giovane, fissandolo con aria seria.

"Ma ora dimmi, Ser Campione: come sono giunto alla conclusione che esiste? La mia pelle mi ha detto che e' ruvida, compatta e fredda. I miei occhi mi dicono che e' venata di nero, di colore grigio. Se la percuoto con la mano, suona solida e compatta. Ma tutte queste percezioni non arrivano dalla roccia, ma dai miei sensi. E come so che i miei sensi non mi ingannano?"

"...questa e' la base per dir tutto e dir niente... Io vedo questa roccia esattamente come la vedete voi, e la tocco come la toccate voi. Ed essa mi appare identica a come appare a voi, nella forma, nel colore, ne..."

"..e come lo sai?"

"..."

"Non possiamo saperlo, Ser Campione. Io chiamo questo colore "grigio", e questo "nero". Un giorno, quando ero molto piccolo, qualcuno me li ha indicati e mi ha detto che questo e' il loro nome. Ma io so che esiste un colore che io chiamo grigio e che voi chiamate grigio, ma come posso sapere che se vedessi tale colore dai vostri occhi, come lo vedete voi, per me non sarebbe verde anziche' grigio?"

Il giovane rimane in silenzio, fissando il vecchio con aria perplessa. Quindi scrolla le spalle, accantonando l'argomento. "sono qui per discorrere di colori?", chiede infine.

"No, ovviamente no. Sei qui, Ser Campione, perche' l'hai voluto tu."

"Questo non ha senso. Io non voglio restare qui. Voglio tornare da..."

Rimane in silenzio per qualche minuto, cercando di ricordare. Non c'e' nessun nome che ritorni alla sua memoria, nessun volto. Non c'e' nulla. Solo sangue, battaglie. Mille e mille vite spese a combattere, e nulla piu' di questo.

"...non lo ricordi, e' vero?"

Il vecchio sorride, quindi gli poggia una mano sulla mano con cui tiene la canna da pesca. "Non stai pescando, Ser Campione. Stai cercando te stesso. Qui, adesso, ora: ma anche la, in quei mondi, in quelle battaglie. Cerchi te stesso, campione: non importa che tu stringa una spada, una mazza o... una canna da pesca. L'unica ricerca che ti compete e' la ricerca di te: non ricercare il senso di cio' che il fato ha per te disposto, perche' non e' la conoscenza del volere divino a competerti. Tu sei te stesso, e basta: sei Erekose, sei John Daker, sei Erlic. Sei Julyen. Sei tutti loro, ma rimani te stesso in ognuno di loro. E ora ti stai perdendo."

"Perdendo... in cosa?"

"Ti stai perdendo nella tua missione, nella tua esistenza... Ti chiedi cosa sei, ti chiedi perche' e' toccato proprio a te, ti chiedi se sei luce o ombra, ti chiedi perche' in una delle tue vite sei il flagello che nelle mani del caos dilania le carni dei giusti e nell'altra sei la luce che cinge il capo dell'ordine che protegge i deboli. Ma prima di chiederti questo, ti sei mai chiesto cosa sei realmente? Per cosa combatti, Ser Campione? Per CHI combatti?"

Il ragazzo abbassa lo sguardo, poggiando la canna da pesca sulla roccia. Quindi si inchina, e si allontana a passi lenti.

"Ho combattuto. Non ho avuto altra scelta, o forse l'ho scelto di mia spontanea volonta', credendo che fosse il volere dei signori dell'equilibrio. Ma l'ho fatto, ho stretto la Spada Nera e ho dato battaglia. Ancora, e ancora, e ancora, e ancora..."

Il ragazzo continua a camminare. I suoi capelli, bianchi e lunghi fin oltre le spalle, ricadono sugli spallacci d'una armatura nera finemente decorata e cesellata. Le sue membra, pallide ed esangui, dall'aspetto malaticcio, sono poco muscolose ed esili. I suoi occhi sono di un rosa tenue, malati e stanchi, scossi da un velo di follia: gli occhi di un albino. Al suo fianco, la spada nera riposa nella sua guaina, la lama solcata da rune millenarie, incise dal caos stesso. Il suo canto tace sopito, adesso.

"Ho combattuto, e ho tratto piacere dall'uccisione. Ho tratto la mia forza dalle vite che assorbivo, nutrendomi di ogni vita che recidevo. E schiavo del mio destino, mi sono innamorato della morte stessa, danzando nella sua luce pallida e cremisi, suonando il lento requiem che ha portato il mondo al suo giusto termine, segnando la fine dell'epoca dei miti."

Il ragazzo continua a camminare, il passo sempre piu' veloce, costeggiando il lago. I suoi occhi azzurrissimi rispecchiano una nobilta' d'animo e una forza interiore incrollabili. Le sue mani, forti e possenti, sono strette attorno all'elsa argentata della spada dalla lama oscurata che cinge il suo fianco. La sua armatura e' dorata e scintillante, e in essa si leggono le insegne dell'esercito Elderen. I suoi capelli, biondi e legati in una morbida coda, danzano sugli spallacci dell'armatura dorata, colpendoli ripetutamente.

"...e ho combattuto per amore... Combattuto stregato dall'amore, per sterminare cio' che minacciava il mio amore, per ripagare con la morte quella stessa morte che voleva strapparti via da me, mia Ermizhad, mio amore... Ho sterminato un'intera razza, la mia razza, affinche' la crudelta' che ci e' propria non minacciasse la tua fragile perfezione, la fragile perfezione del popolo Elderen, che, ora lo so, nasconde una forza in grado di abbattere le montagne e valicare il velo tra i mondi..."

Arriva dinnanzi ad una sponda del lago. L'acqua sotto di lui e' scura, i raggi del caldo sole morente, dalla delicata tonalita' rosso fuoco, non riescono a vincerne le oscure profondita'. I suoi capelli, candidi e splendenti come argento filato, ricadono morbidi sulle sue spalle sottili. Le sue mani, dalle eleganti e tornite dita sottili, dalla pelle ben curata e morbida, giacciono sui suoi fianchi sottili. E i suoi occhi sono di un viola profondo e triste, malinconico e velato, ma brillano di una feroce e nuova comprensione. Al suo fianco, una fodero ricoperto da rune nasconde la Spada al suo sguardo. E l'arma gli sussurra sinuosa nelle orecchie della mente, cantando una canzone di sangue e morte, un canto bellissimo e terribile che lo richiama alla guerra ad ogni sua nota.

"...e ora, per chi sto combattento? Per quali signori, sotto quale vessillo? Ora, che cosa sto facendo?", mormora, rispecchiandosi nelle acque buie e profondi del lago.

"...ora combatto solo per me stesso. E se combatto per me stesso, combatto per te. Perche' ora esisti soltanto tu: e se devo impugnare le armi, e se devo dar guerra, e se il mio destino e' sangue e morte, allora daro' battaglia con tutto me stesso, lacerando e mordendo, uccidendo e combattendo, sanguinando e morendo se necessario... Per te."

Le acque del lago si increspano, e l'immagine dell'elfo che vi si rispecchia svanisce lentamente, sostituita da un'altra. Una camera da letto, in una tenuta ai margini del boschetto sacro. Un sontuoso e morbido letto a baldacchino, dove un elfo e un'elfa dormono, abbracciati. Il viso di lui e' pallido, spaventato. Sta sudando, forse preda di un incubo.

La spada nel fodero freme, il suo canto si spande nell'aria. Lentamente, l'elfo la estrae, stringendola in mano. Quindi, passa velocemente il palmo della mano sulla lama affialata e ricoperta da rune, lasciando che il sangue coli nelle acque oscure del lago.

"...questo e' il mio addio alle catene del destino...", mormora. Quindi si lascia cadere nelle acque buie e profonde, affondando velocemente in esse.

Dalla riva opposta, il vecchio lo fissa per un istante, mantenendo lo sguardo sul punto in cui si e' immerso e sulle onde che si sono create. Quindi abbassa nuovamente lo sguardo sulla lenza, nell'acqua. Con una mano scosta una ciocca di capelli, rivelando due orecchie lunghe e sottili, innegabilmente elfiche.

"...addio, Ser Campione..."

Tremante, mi risvegliai di botto dal mio sonno, aprendo gli occhi di scatto. Dalle finestre entrava un pallido lucore ambrato, segno che l'albero divino rinasceva a nuova luce, dando inizio ad un'altra giornata. Tentai di riportare alla memoria il sogno che sapevo di aver fatto, ma non vi riuscii: e in seguito avrei scoperto che i sogni che fino a quel giorno avevano tormentato la mia anima erano scomparsi, lasciandomi. Ma in quel momento non me ne rendevo conto.

Abbracciai Rahasia, stringendola a me con delicatezza, e nella luce ambrata del giorno che nasceva piansi tutte le mie lacrime.

Una figura emerge dal bosco sacro, bagnata dai pallidi e argentei raggi di Marhis. La luce ne lambisce i contorni, rendendoli sfocati e irreali, non troppo dissimili dall'apparizione nebulosa d'uno spettro o da un sogno.

A passi lenti e leggeri, la figura avanza tra la morbida e fresca erba, ancora asciutta, assetata della dolce rugiada che di li a qualche ora ne ricoprira' ogni filo. Il suo petto, sottile e poco ampio, e' nudo fino alla cinta: una cascata di morbidi capelli argentei, che sembrano rifulgere impercettibilmente, come se sottilissimi fili d'argento catturassero la fioca luce degli astri attorno a se, ricade in parte sul suo petto e in parte sulle spalle, scendendo fin sotto la cintola. I suoi piedi, scalzi e leggeri, solcano incerti il terreno morbido del boschetto, guidandolo verso il lago, dove una figura pare attenderlo.

Gli da le spalle, e fissa il placido e sereno specchio d'acqua, dove i riflessi argentei di Marhis barluginano ad ogni quieto e lento movimento che increspa la superficie delle basse acque: la sua attenzione pare completamente catturata dal gioco dei raggi luminosi e delle minuscole onde. E' una figura alta e imponente, dalle spalle massiccie e ampie, il torace spesso avvolto in una pesante e robusta corazza di piastre. Le mani sono avvolte da guanti d'arme pesanti, con delle punte acuminate su ogni nocca, e accanto a lui giace una lancia da cavaliere, gettata sull'erba, una spada bastarda che langue in un fodero di cuoio conciato, e un pesante scudo da cavaliere. Un lungo mantello giallo e' drappeggiato sulle sue spalle, in netto contrasto con la pesante e cupa tinta nera delle vestigia.

Lentamente, la prima figura gli si accosta, e insieme rimirano per un po' lo specchio d'acqua placido e calmo, senza proferire parola.

Infine, e' il cavaliere a rompere per primo il silenzio: la sua voce, profonda e leggermente metallica a causa del pesante elmo stondato di cui non ha neppure alzato la celata, si alza lenta come un sussurro nella notte, appena udibile.

"Oggi hai combattuto."

Non una domanda, non un rimprovero, non un rammarico: una semplice asserzione, un dato di fatto, pronunciata senza alcun tono particolare. La prima figura annuisce lentamente, senza distogliere lo sguardo dalle acque del lago.

Nuovamente il silenzio cala tra i due, silenzio naturale, non imbarazzato.

"...sai che non ho altra scelta, cavaliere giallo e nero...", mormora infine la prima figura, e la sua voce e' dolce e musicale, carica di rimpianto e rimorso, tremendamente vulnerabile.

Il cavaliere annuisce lentamente, in silenzio. Quindi si volta verso di lui, fissandolo forse con quegli occhi nascosti dall'oscurita' che abita la celata dell'elmo.

"...e tu, ser Campione? Tu sai di non avere altra scelta?"

Mordendosi leggermente le labbra, la prima figura china il capo, fissando l'erba e i ciuffi sottili che gli carezzano i piedi scalzi e nudi.

Infine si volta, fissando il cavaliere con uno sguardo improvvisamente colmo di orrore e paura. I suoi occhi brillano vividi alla luce dell'astro d'argento, mentre le lacrime li gonfiano, danzando nella luce carezzevole e tenue di Marhis.

"Che senso ha, Sephiriz?!", geme quindi in un soffio di voce alto e squillante. "Se anche io li uccidessi tutti, credi davvero che questo segnerebbe la fine del male per questo mondo? Credi che basti eliminare gli oscuri per permettere all'Ordine di schiacciare il Caos? I cuori delle razze non sono mai stati piu' in subbuglio di ora, cavaliere giallo e nero! Perche' non aprite gli occhi?! Gli elfi oscuri sono solo la razza piu' antica che si sia votata al Caos! Ma ormai il conflitto e' cosi' radicato nella storia di questo mondo, che le razze hanno perso ogni identita' comune! IN QUESTO MONDO NON ESISTE PIU' LUCE NE' TENEBRA, SEPHIRIZ! MA UN MISCUGLIO DI ENTRAMBE, CHE NON APPARTIENE NE' ALL'UNA NE' ALL'ALTRA, MA SI NUTRE DI SE STESSO!! E IN NOME DI COSA DEVO IO INTERVENIRE?! NULLA E' RIMASTO IN QUESTO MONDO PER CUI VALGA LA PENA COMBATTERE!!"

La eco della sua voce si spegne, scimmiottando una, due, dieci volte infine il tono disperato delle sue parole. Lentamente, la prima figura si accascia tra l'erba, in ginocchio, tenendo il capo chino.

"...sei tu a non capire, ser Campione..."

Una mano, dura e pesante, si poggia sul suo capo. Il peso del ferro incantato di cui e' forgiata l'armatura del cavaliere preme sulla sua testa, e l'elfo chiude gli occhi, immaginando la facilita' con cui il colossale combattente potrebbe schiacciare il cranio minuto dalle ossa sottili di quel nuovo corpo.

"...questo mondo non e' mai stato sull'orlo dell'abisso quanto lo e' ora, Campione...", riprende quindi la voce, con una sfumatura di tristezza frammista a dolcezza. "Dici bene: in questo folle volto del multiverso, luce e tenebra si stanno fondendo. Le razze hanno perso la propria identita', e i loro figli vagano dispersi, combattuti tra Legge e Caos, dimentichi del sangue che li anima, dimentichi dell'eredita' che gli e' propria: egoisticamente pensando solo a soddisfare il proprio ego, sotto il vessillo della propria "morale personale". Invocano con voce tonante una liberta' di scelta e di vita che in realta' non fa che asservirli al Caos: e oscuri si votano alla luce, e luminosi abbracciano le tenebre... Ma tutto questo non sta generando un nuovo elemento, come tu credi: tutto questo non fa altro che portare nuova linfa al Caos, ser Campione..."

La mano si scosta dal suo volto, afferrando con gentilezza il mento dell'elfo e costringendolo a guardare in alto, verso il viso del cavaliere. La celata e' ora levata, e due occhi neri come la notte che gli e' teatro, alle spalle, lo scrutano con profondita' e tristezza. I contorni del viso mille volte conosciuto e in mille vite dimenticato e riportato alla mente lo colpiscono come un pugno: Sephiriz, il cavaliere giallo e nero, una delle pochissime entita' in grado di seguirlo nelle sue mille reincarnazioni. Sephiriz, il colosso dalla pelle color ebano, dal volto liscio e triste, dall'insondabile sguardo distante e profondo, dove due occhi neri come l'ossidiana bruciano come le braci dell'inferno e come i fuochi del paradiso insieme.

Sephiriz.

"...la legge non e' mai stata cosi' vicina alla disfatta, campione, in nessuno dei mondi in cui hai combattuto. Queste lande si avviano come un ubriaco giulivo verso l'orlo di un baratro, danzando liete e gaie sul ciglio del dirupo che le fara' precipitare nel grembo del Caos. Non comprendi? Tutta la lotta eterna non avra' senso alcuno, se permetteremo che tutto questo accada in questo mondo. E' questo il senso della tua chiamata. E' questo il motivo per cui sei qui, campione."

La prima figura lascia ricadere le braccia lungo i fianchi, sconfitta e distrutta ancor prima che le parole del cavaliere si spegnengano tra gli echi della notte. Quindi, chiudendo gli occhi e lasciando che le lacrime rotolino infine lungo le guancie sottili e smunte, annuisce debolmente.

"...dunque... devo..."

"...combattere ancora.", concude il cavaliere, voltandosi e lasciando il suo viso. Lo sente raccogliere le proprie armi, a terra. Sente il richiamo con cui evoca a se la propria cavalcatura. Ode lo scalpiccio degli zoccoli sull'erba morbida, e poi il silenzio della notte gli e' dattorno, morbido e carezzevole come una calda trapunta.

E quando riapre gli occhi, dal fondo delle acque del lago emerge lentamente una sagoma sottile e longilinea, che rimane in perfetto equilibrio, piantata sulla superficie delle acque come se si trattasse di solida materia.

E mentre i suoi occhi si riempiono ancora di lacrime, la Spada Nera davanti a lui geme sommessamente, avvolta da una sottile e impalpabile cappa di luce cremisi, pallida ed esangue, con la punta piantata nelle acque del lago, mentre una larga chiazza rossa si allarga sotto di lei, spandendosi velocemente e uniformemente.

E l'elfo si alza in piedi, avanzando in quelle acque ormai rosse e dense, viscose e ampollose, con gli occhi puntati sul nero filo dell'arma, il cui canto di trionfo continua a crescere nel silenzio della notte.

Riaprii gli occhi, sbattendo lentamente le palpebre, cosi' pesanti nella luce del mattino che penetrava dalla finestra. Cercai Rahasia con le braccia, mentre un nodo mi stringeva la gola: e uscii in tutta fretta, vestendomi con furia e indossando l'armatura piu' leggera, legando in vita una sciabola.

Sapevo che non potevo piu' languire, ora...

Una vasta pianura, verde e rigogliosa, si spande all'orizzonte fin dove l'occhio arriva a toccare; non un albero, non un arbusto, non un cespuglio - un verde e placido manto d'erba a perdita d'occhio si spande - non un animale, non una casa, non una roccia.

Ricoperto da una spessa e massiccia armatura di piastre dal tenue color avorio, una figura ammira l'orizzonte. Nella sua mano sinistra, stretta in un guanto d'arme del medesimo colore dell'armatura, completamente priva di qualsivoglia insegna, giace una spada dalla lunga lama ricurva. Al braccio destro, parzialmente legato da spesse cinghie di scuro cuoio conciato, un pesante e robusto scudo privo di inutili ornamenti e blasoni da parata, come pure e' l'armatura, giace con la punta conficcata nel terreno.

"...quella che ammiri non e' la pace, Campione..."

Lentamente, la mano del soldato si alza a far scorrere la celata dell'elmo, massaggiando poi con aria stanca gli occhi coperti da essa.

"...forse, o forse si, Cavaliere... chi puo' dirlo? Cosa ne sai tu della pace?"

La figura accanto al soldato afferra le redini della cavalcatura pesantemente bardata, puntando il piede sulla staffa e sporgendosi in avanti. Anch'essa veste una pesante armatura dagli insoliti colori gialli e neri, priva di blasoni; ma la sua spada riposa nel fodero che pende dal fianco della sella, e lo scudo riposa sull'altro fianco della cavalcatura, con una pesante lancia da carica riposta nella guaina della bardatura.

Il viso del cavaliere s'avvicina a quello del soldato, mentre la sua voce si riduce a un sussurro.

"Io so quanto devo sapere, Ser Campione. Che e' esattamente quanto sai tu stesso a tua volta. Non giudicare cio' che travalica la tua comprensione: non a caso disconosci i fini di quanto accade attorno a te, non a caso non ti e' dato conoscere il futuro, non a caso senti di brancolare come un cieco in strade sconosciute."

Le dita della mano del soldato si stringono attorno alla spada, mentre con uno scatto si volta a fissare il cavaliere. I suoi occhi sono di un tenue colore violetto, tristi e spaventati: in essi alberga rassegnazione e timore, misti ad una rabbia che pare ora sgorgare vivida come fuoco liquido.

"Dammi un motivo per non ucciderti, Cavaliere Giallo e Nero. Uno solo."

Raddrizzandosi sulla sella, il cavaliere scuote la testa con calma. Le sue mani rimangono sulle redini della cavalcatura.

"...datti un solo motivo per credere che la mia morte, nel caso in cui questa sia alla tua portata, possa darti qualsivoglia giovamento o risposta, Ser Campione..."

Sospirando, il soldato si volta. Lentamente, le sue mani corrono all'elmo, slacciando le cinghie di cuoio che lo assicurano all'armatura, e sollevandolo con cura e grazia. Una cascata di lunghi capelli d'argento, sottili come seta, ricade sugli spallacci e sul dorsale dell'armatura d'avorio.

La pianura che fino a poco fa si stendeva verde e rigogliosa, immota e pigra, e' ora un rombante lago di fiamme. Ovunque, sagome di uomini, donne e bambini compaiono tra le sferzanti lingue di fuoco, e gemiti e urla lacerano l'aria. Figure armate saettano qua e la, falciando con spade affilate e alabarde appuntite gli uomini tra le fiamme, il cui rossore arriva a rischiarare finanche l'orizzonte.

Lentamente, l'elmo del soldato torna a calcare la sua testa.

Lentamente, le sue mani si chiudono attorno alle cinghie, assicurandole all'armatura.

Lentamente, le sue dita si chiudono ancora una volta attorno all'elsa della Spada.

"...un giorno avrai le tue risposte, Ser Campione..." mormora il cavaliere accanto a lui, facendo girare il cavallo e dando le spalle alla scena sotto di loro "...un giorno, ma non oggi... Oggi puoi soltanto..."

Il soldato si allontana a passo leggero, ignorando le sue parole. Giunto che e' dinnanzi al muro di fiamme, trae un profondo respiro e abbassa con un gesto lento e composto della mano guantata la pesante celata color avorio.

"...soltanto combattere", mormora infine, immergendosi entro la parete di fiamme. Attorno a lui, corpi anneriti e carbonizzati bruciano o si disseccano, gia' corrosi dalle fiamme; i suoi gambali affondano in profondita' nella mistura di sangue e fango entro cui si muove, e che le fiamme hanno reso ormai ribollente, mentre gia' i primi nemici si avvicinano a lui, sagome nere e indistinte che avanzano, come lui incuranti del fuoco che li lambisce.

"...soltanto combattere..."

La prima figura affonda con un tridente, ma lo scudo del soldato guizza veloce, deviando le tre punte mortali e lasciando scivolare l'arma, ora inoffensiva, lungo gli spallacci. La Spada, resa ormai nera dal fumo e dalle fiamme, serpeggia nell'aria descrivendo un morbido semicerchio. La testa del primo aggressore rotola pigramente, l'urlo di morte sovrastato dal rombante urlo delle mura di fuoco, mentre le altre figure davanti a lui esitano, allargandosi a ventaglio.

"...soltanto combattere..."

Il pesante scudo scivola a terra, mentre le cinghie ora aperte svolazzano a causa dell'enorme calore scatenato dalle fiamme. Il soldato brandisce ora la Spada Nera con entrambe le mani, e volteggia con grazia tra le figure, nella dolce e triste danza di morte scandita dal rombo delle fiamme; e mentre la spada cala con grazia sui nemici, ignorando armature e falciando arti, affondando negli irsuti e corazzati petti con la stessa facilita' con cui si tuffa nelle candide e scoperte gole, dalla celata dell'armatura cade a terra un'unica salmastra goccia di lacrima. E non fa a tempo a posarsi che evapora, vinta dal calore ardente che nulla puo' contro l'armatura d'avorio; un'unica lacrima in un mare di fuoco e sangue, mentre ancora il duello infuria, forse da un istante, forse da tempo immemore.

Sbarrai gli occhi, colmo d'orrore, mentre il mio petto fremeva e il mio respiro pesante e accelerato scandiva i secondi. Lontano, all'orizzonte, il sole emergeva pigramente dalle fronde degli alberi, levando il suo silenzioso e caldo saluto a me e alla mia compagna, ancora addormentata tra le morbide coltri.

Lentamente, lasciai scorrere la mano sulla mia fronte imperlata di sudore, e sulle guancie rigate da lacrime, cercando di scrollarmi di dosso il senso di inquietante oppressione che mi avvinceva.

"...soltanto... combattere...", mormorai infine, mentre udivo la mia voce spezzata dai singhiozzi. Mi chinai su me stesso, affondando il viso tra le coltri che mi avvolgevano, e piansi tutte le lacrime che potei, silenziosamente e dolorosamente, senza trarre da esse conforto alcuno.

La spada, immobile sulla sedia e nella guaina laddove riposava da un tempo che a me appariva infinitamente lungo ormai, rimaneva silenziosamente quieta; eppure, avrei potuto giurare di poter sentire il peso del suo sguardo sulla mia nuda pelle, e il mormorio dolce e blasfemo del suo canto beffarsi delle mie lacrime, dentro di me...

...dorme tranquilla, ora... tranquilla e beata... e nonostante la dolce e beata pace in cui Cetrim tutta sembra immersa, nonostante l'ampollosa cappa di calma che avvolge questa piccola ma immensa oasi di beatitudine, non posso fare a meno di chiedere a me stesso per quanto tutto questo potra' durare...

C'e' un mondo fuori da queste mura. C'e' un mondo in guerra.

I druth...

Cosi' chiamano gli Oscuri in questo mondo; dal canto mio, ho appreso attraverso infinite e infinite esistenze e lotte che ogni mondo in cui tale razza pianta i propri germogli di sangue e carne li noma in diverso modo.

Li combattei quando venivano chiamani Druuchi, e venivano guidati in una crociata fratricida contro coloro che li avevano allontanati dalla loro razza e dal loro mondo, le loro fila ordinate e compunte sotto il comando del grande Re Stregone Malekith.

Li combattei nel mondo dei Reami Dimenticati, quando la smania di potere della casata di Daermon N'ashezbaernon quasi condanno' all'estinzione l'intera Menzoberranzan, creando un nemico che si rivelo' quasi essere mortale per la Nera Stirpe...

...e combattei al loro fianco in altre vite, quando la loro scomparsa era ormai prossima, fedele al mio ruolo di Campione dell'Equilibrio.

Ma non posso che gioire, ora che sospetto che il mio ruolo in questo mondo sia antitetico al ruolo degli Oscuri.

Lentamente chiusi gli occhi, estraniandomi dal vago chiarore proiettato sullo scrittoio dalle luci danzanti delle fiammelle di candele semi dissolte che brillavano poco discoste dalla pagina di diario che scrivevo. Distesi le braccia verso il soffitto, stirando i muscoli impigriti dalla posizione in cui erano costretti, e mantenendo gli occhi chiusi inspirai profondamente l'aria fresca e frizzante che entrava dalla finestra aperta al mio fianco.

Nell'ampio letto a baldacchino, tra morbide e pesanti coperte, giaceva Rahasia, vinta dal sonno. Mantenendo chiusi gli occhi, la immaginai immota a giacere entro quelle tenere e calde coltri, non riuscendo a reprimere un sorriso nello scorrere la liscia pelle del suo braccio, che sicuramente spuntava fuori scoperto come ogni notte... E sorrisi nell'immaginare la goffa agitazione dei suoi sogni. Piu' e piu' volte mi ero fermato, dacche' avevamo condiviso le nostre notti, a osservarla nel sonno; e l'avevo scoperta preda d'un sonno agitato e inquieto, che nonostante mi avesse inzialmente impensierito, aveva finito col lasciarmi sorridente e divertito.

Sognava, la mia dama, sognava arditi combattimenti e battaglie - future, passate, chi puo' dirlo - sognava, e nell'impeto dei sogni si dimenava tra le coltri, mugolando di gioia quando le armate sotto il suo comando sbaragliavano il nemico, gemendo di rabbia quando erano costrette a ripiegare, varcando infiniti campi di battaglia immaginari...

Immaginari per ora, dovetti ricordare a me stesso.

Rahasia voleva combattere.

Era una certezza, ormai; se fosse stata solo la parola di quel druth a confermarmi questo sospetto che nutrivo da giorni, ormai, non vi avrei fatto caso... Ma notavo lo sguardo con cui la mia dama s'incantava a fissare le armature clericali che adornavano le sale degli Ordini Cavallereschi che giornalmente visitavamo, lo notavo e dovevo costringere me stesso ad ammettere l'ineluttabile verita': conoscevo cio' che vi si celava dietro, giacche' quello era stato il MIO sguardo in un'infinita' di vite e di lotte prima di questa, quando ancora la mia vita seguiva l'unica regola della guerra: combattere.

Sospirai, e il suono che giunse alle mie orecchie fu quello d'un sospiro combattuto e mesto; avevo scelto di non combattere, avevo scelto di lasciar riposare la Spada Nera nella sua prigione in questa vita: avevo scelto di prendere e pretendere cio' che i Signori dell'Equilibrio che servivo e avevo servito in infinite vite sembravano caparbiamente negarmi per l'ennesima volta: la pace.

E ora ero dolorosamente conscio di come avessero ancora una volta riso del mio desiderio, e di come tutto mi portasse, per l'ennesima volta inevitabilmente, verso quello che sembrava essere il mio destino.

Sorrisi, volgendo il mio sguardo alla mia dama addormentata, inconscio strumento dei miei Signori, e capii che quanto doveva succedere era ineluttabile... non avrei convinto Rahasia a desistere dai suoi propositi di battaglia. Troppo a lungo il fuoco nelle sue vene aveva giaciuto nella gelida prigione di ghiaccio che il suo ordine aveva intessuto per lei. Ora, libero da ogni costrizione e prigionia, benedetto dalla sua dea, quel fuoco riprendeva ad ardere, lentamente ma inesorabilmente. No, Rahasia avrebbe combattuto, a qualsiasi costo: neppure io potevo convincerla a ritirarsi. E non potevo biasimarla: io avevo solcato infinite vite, visto orrori senza nome e senza volto, varcato il baratro del Caos e affondato la lama nel cuore della Legge, rinascendo in infinite epoche e mondi come Campione di una o dell'altra causa, battendomi per loro e odiando entrambe con lo stesso incessante odio con cui odiavo me stesso e la mia condanna.

Ma lei...

Lei non aveva visto ancora nulla degli orrori che si riprometteva di combattere: e nulla l'avrebbe convinta, finanche avesse veduto cio' che io avevo veduto, giacche' era sua natura combattere per i propri ideali.

Ora capivo, capivo la mia compagna meglio di quanto non avessi mai pensato: dietro la tacita rassegnazione con cui aveva accettato le catene ingiuste e strazianti impostele dal suo Ordine, c'era la ferrea volonta' di andare avanti e di continuare cio' in cui riponeva fede e speranza. Aveva sopportato l'annullamento completo e totale di se, l'umiliazione d'essere nulla e nessuno per quanti avesse portato conforto e aiuto, e tutto questo per convinzione nei propri ideali.

Ora, se anche avesse conosciuto gli orrori a cui andava incontro vestendo l'armatura che tanto bramava, questo non l'avrebbe fatta comunque desistere.

Sospirando, chiusi lentamente il mio Diario, mi svestii e spensi le candele che ancora rischiaravano la stanza, stendendomi sotto le coltri accanto a lei. Sentendo la mia presenza, ma senza destarsi dai suoi sogni, Rahasia si strinse a me nel sonno, e le mie braccia cinsero le sue spalle, lambendole i lunghi capelli biondi e sfiorandole la schiena, lentamente e carezzevolmente.

Non potevo far altro che attendere, e prepararmi all'inevitabile...

Chiusi gli occhi, mentre un'unica purissima nota, d'una dolcezza tale da mettermi i brividi, si spanse nell'aria fresca della stanza; non avevo bisogno di sincerarmi da dove essa fosse scaturita, ne' di interrogarmi sul perche' della sua apparizione... gia' sapevo...

La Spada Nera, prigioniera della sua guaina, giaceva su una sedia poco discosta dal nostro letto, e cantava, nel silenzio della notte, l'ennesima sua vittoria sulla mia debole e sterile ritrosia. Sapeva gia' cos'avrei fatto, cosi' come lo sapevo io, anche se ancora rifuggivo all'idea...

...e infine giunse la notte...

Accampatomi nella bassa e dolce valle mostratami dall'elfo in cui mi ero casualmente imbattuto quel giorno, lasciai il mio sguardo vagare tra le stelle.

La brezza fresca lisciava i mie lunghi capelli argentei, e la pesante coperta che avevo steso sotto di me rendeva il manto erboso piu' comodo, per me che vi ero avezzo, di qualsiasi letto d'osteria...

Prima di sparire nel bianco portale da lui aperto, Lilim s'era offerto di prendere a mio nome una stanza in una delle locande della citta' chiamata Kyrandor; nell'udire la sua gentile offerta dovetti nascondere un sorriso, che sicuramente sarebbe stato mal interpretato come segno di scherno... Scherno, si, ma verso me stesso, non verso la sua persona.

Molte volte, in molte delle vite passate di cui serbavo memoria, mi ero trovato a dormire sotto le stelle. E avevo scoperto, mentre le vite si susseguivano feroci come lampi nella tempesta, che a differenza delle Osterie e delle Locande, che cambiavano a seconda dell'epoca, dei costumi, della ricchezza della popolazione e di mille altri fattori, il cielo stellato rimaneva sempre uguale.

Fermo, immobile nel suo splendore, come un vecchio amico che stesse alzando in alto il calice per offrirmi un brindisi, il cielo era li ad attendermi, notte dopo notte, vita dopo vita, mondo dopo mondo... Sorrisi leggermente, salutando con calore l'unico amico che avesse mai avuto mezzo e modo di seguirmi, abbracciando con lo sguardo la sua immensita' e godendo del caldo abbraccio della sua intimita'.

Lentamente, infine, chiusi gli occhi, sopraffatto dal sonno e dalla spossatezza, conscio di cio' che avrei sognato, e altresi' conscio dell'ineluttabilita' di quanto stava per venirmi, ancora una volta, mostrato...

E mentre il sonno mi stringeva tra le sue braccia, calda amante di mille notti, il sogno porto' con se il ricordo...

...e ricordai...

Ricordai una nube di luminosita' che si espandeva. Ricordai un senso di rimorso, un tormento interiore che dilaniava l'anima come le armi dei nemici che mi avevano affrontato non avevano saputo, voluto o potuto fare con le mie carni. Ricordai di avere chiuso la Spada, di averla riposta nella sua guaina e sigillata, e di avere giurato di non riprenderla mai piu' in mano, in nessuna vita, per nessun motivo. Ricordai una voce e una profezia...

"Rifiutando una condanna, ne conoscerai un'altra... Una peggiore di essa..."

"Nessuna condanna puo' essere peggiore di questa" gridai io.

E allora divenni John Daker, infelice e inappagato, finche' la voce non lo chiamo' a se attraverso gli eoni affinche' divenisse Erekose.

Il crimine da me commesso era stato quello di rifiutare la Spada Nera. Ma perche' l'avevo rifiutata? Perche' avevo cercavo di separarmene? Mi pareva che non fosse la prima volta che cercavo di separare il mio destino da quello della Spada Nera...

E infine giunse a me, tra le nebbie del sonno, il suo canto dolce e tremendo; la sua bramosia fece breccia nei miei sogni, la sua sete divenne il mio tormento, la sua ira divenne la mia ossessione... E ritorno' il suo folle canto d'amore e odio, ritorno' senza ch'io potessi in alcun modo fermarlo o zittirlo...

E tutto cio' che potei fare fu udire, e pregare Chastil, chiunque egli fosse, che quel tormento avesse fine.

SPADA NERA.

SPADA NERA.

SPADA NERA.

LA SPADA NERA E' LA SPADA DEL CAMPIONE.

LA PAROLA DELLA SPADA E' LA LEGGE DEL CAMPIONE.

SPADA NERA.

SPADA NERA.

SPADA NERA.

LA LAMA DELLA SPADA CONTIENE IL SANGUE DEL SOLE.

L'IMPUGNATURA DELLA SPADA E LA MANO SONO UNA COSA SOLA.

SPADA NERA.

SPADA NERA.

SPADA NERA.

LE RUNE SULLA SPADA SONO I VERMI CHE POSSIEDONO LA SAGGEZZA.

IL NOME DELLA SPADA E' QUELLO DELLA FALCE.

SPADA NERA.

SPADA NERA.

SPADA NERA.

LA MORTE DELLA SPADA E' LA MORTE DI OGNI VITA.

SE LA SPADA NERA VIENE DESTATA, ESSA DEVE PRENDERE IL SUO NERO COMPENSO.

SPADA NERA.

SPADA NERA.

SPADA NERA.

DESTA LA SPADA NERA IL MODULO SARA' FISSATO.

L'ATTO SARA' COMPIUTO E IL PREZZO SARA' PAGATO.

SPADA NERA.

SPADA NERA.

SPADA NERA.

E improvvisamente il canto cesso', mentre un ritmo lento e oppressivo, scandito nello stesso modo in cui le parole del canto avevano scandito la loro oscura profezia, saliva d'intensita' dentro di me, crescendo fino a diventare insostenibile. E infine mi vidi, in tutte le mie esistenze e in tutte le mie forme...

Ero Elric di Melnibone' e sfidavo i Signori del Caos con la mia spada di rune Stormbringer nella mano e una gioia selvaggia nel cuore...

Ero Dorian Hawkmoon e lottavo contro i Signori Bestiali dell'Impero Oscuro e la mia spada era chiamata Spada dell'Alba...

Ero Orlando e morivo a Roncisvalle dopo avere ucciso con la spada magica Durlindana piu' di cinquanta saraceni...

Ero il principe Corum dal Manto Scarlatto, e cercavo vendetta alla Corte degli Dei...

Ero tutti questi e piu' di questi, e a volte la mia arma era una spada, altre volte una lancia, altre una pistola... Ma sempre impugnavo un'arma che era la Spada Nera o una parte di quella strana lama.

Sempre un'arma, sempre un guerriero.

Ero il Campione Eterno, e questa era la mia gloria e la mia condanna...

Ansante, tremante, sbarrai gli occhi e mi levai di scatto, mentre i primi raggi dell'alba brillavano tra le goccie di sudore che imperlavano la mia fronte.

Tremando, abbassai lo sguardo sul fodero intarsiato, ricco di simboli runici antichi e a me oscuri, pur tuttavia familiari.

"Non questa volta..." mormorai.

E mentre ancora una volta i brividi attraversavano il mio corpo, mi parse quasi di udire un gemito basso e sommesso nell'aria, emesso dalla Spada; se esso fosse piu' simile al pianto di dolore d'un infante o alla risata di trionfo d'un demone non saprei dirlo, ma mi affrettai a stringermi maggiormente nel caldo mantello foderato di pelliccia, rabbridendo ancora, pur non avendo alcun sentore di freddo...

Alzando la mano per proteggermi dai cocenti raggi del sole che mi attendevano all'uscita del tempio, non potei fare a meno di soffermare lo sguardo su quelle dita sottili, dalla pelle morbida e levigata, dal tocco gentile e carezzevole...

Sospirando, pensai tra me e me che questa volta non parevo essere avezzo alla guerra. Le mie vesti, comode e confortevoli, erano adorne d'una orlatura blu notte, tinte d'un nero caldo e avvolgente; i miei capelli, lisci come la seta e lunghi fin oltre la schiena, ricadevano morbidi e languidi su queste, mentre il loro candore strideva quasi, tanto era il contrasto con le vesti.

Scesi i primi scalini del tempio, mi fermai in piazza, portando le mani a lambire il sottile rivolo d'acqua d'una fontana a cui la gente si abbeverava pacificamente. Abbassando lo sguardo, vidi il suo viso riflesso nelle acque appena increspate dal pigro riflusso nella fontana.

Vidi quegli occhi viola, tristi e profondi, fissarsi nei miei; vidi quelle labbra carnose e morbide, ghiacciate nella loro piatta espressione di serafica calma, l'espressione di chi conosce gia' il proprio fato, di chi l'ha vissuto, veduto e accettato, la mia espressione, incorniciare quel volto all'apparenza cosi' fragile e aggraziato.

Ero Julyen Laewellyn, adesso. La chiamata era giunta, strappandomi ancora una volta al mondo che mi ospitava, al tempo che mi teneva con se, portandomi in quella strana e all'apparenza calma citta'.

Un nuovo nome, un nuovo volto, un nuovo mondo, una nuova sconosciuta missione. Sospirai leggermente, mentre il mio sguardo cadeva sulla scimitarra che pendeva al mio fianco, all'apparenza inerme.

Il brivido che serpeggio' lungo la mia spina dorsale fu tanto fulmineo quanto doloroso.

Un nuovo nome, sempre il medesimo destino.

Una nuova missione, sempre il medesimo mezzo.

La spada nera giaceva li, richiusa nella sua guaina dorata: ancora non sapevo se si trattasse d'una semplice emanazione, o se la spada mi avesse seguito in tutto il suo cupo splendore e sanguigno furore. Intimamente, sperai che cio' non fosse avvenuto...

Forse, come quando ero John Daker, ero li semplicemente per riposare, una scintilla di pace in un'eternita' di lotta e dolore, in un fato di sangue e guerra.

Lentamente scossi il capo, ritraendo la mano dall'arma che pendeva al mio fianco.

No, non potevo illudermi...

Ero stato chiamato in quel mondo per combattere, altrimenti la spada non mi avrebbe seguito. Presto, fin troppo presto forse, avrei saputo perche' e per chi...

Passando la mano nell'acqua fredda e limpida della fontana, mi lambii il viso, rinfrescandomi e ristorandomi, chiudendo gli occhi e volgendo lo sguardo verso il sole che spiccava ora alto tra le case della citta'.

Lentamente, la cantilena torno' a sussurrare al mio orecchio, mentre la voce della spada mi narrava cio' che gia' sapevo, ma che ero costretto a udire in eterno, e a riscoprire in ogni esistenza nella quale fossi stato chiamato a combattere...

"Spada nera,

spada nera,

spada nera,

La spada del Campione..."

Riaprendo con forza gli occhi, bloccai quell'empio canto, costringendolo a ritrarsi. Sapevo che presto ne avrei avuto satura l'anima, giacche' la spada era con me, era desta e doveva nutrirsi. Ma non ora, dissi a me stesso in un sospiro, non ora.

Forse questa volta riusciro' a rifiutare la spada...

Forse questa volta cambiero' il mio fato, pensai ancora.

E dolorosamente, mi ricordai di quant'altre volte l'avevo segretamente sperato, inconsciamente desiderato, rabbiosamente urlato o gemuto, tra le lacrime e il sangue, nelle infinite altre vite in cui ero stato chiamato.

"La impugnerai.", mormoro' la voce al mio orecchio. Non v'era alcuna minaccia in quelle parole dal tono dolce e melodioso, nessuna cupa intimidazione. Sentii le lacrime premere ancora una volta nei miei occhi, allorche' compresi che era stata pronunciata esattamente per cio' che era: una relta' ineluttabile...

E fui grato alla gentile brezza del mezzogiorno che arrivo' con il suo tepore a lambire il mio viso, asciungando le lacrime che rischiavano, ancora una volta, di scivolare lungo le mie guance. Fu come se mi incoraggiasse, pur devastandomi. Fu come se mi ricordasse, con voce calda e gentile tanto quanto lo era il vento che ancora carezzava il mio volto: "...non e' ancora giunto il momento di piangere, Ser Campione... non ancora... per ora..."

Rosa di Rose tutte, di tutto il mondo Rosa!

Or anche tu giungesti dove l'onda furiosa

Batte i moli del pianto ed udisti la nota

Della squilla che chiama: vaga dolce e remota.

Stanca d'eternita', la Bellezza t'ha nata

Da noi e dalla grigia marina onda salata.

Le nostre navi allascano lor vele pensose,

E attendon l'ugual fato, ch'a loro Dio dispose;

E quando le Sue guerre le avranno alfin sconfitte,

E affonderanno sotto le bianche stelle invitte

Non s'alzera' piu' il gemito fioco del nostro cuore

Triste perche' non vive, triste perche' non muore.

W.B. Yeats