Una vasta pianura, verde e rigogliosa, si spande all'orizzonte fin dove l'occhio arriva a toccare; non un albero, non un arbusto, non un cespuglio - un verde e placido manto d'erba a perdita d'occhio si spande - non un animale, non una casa, non una roccia.

Ricoperto da una spessa e massiccia armatura di piastre dal tenue color avorio, una figura ammira l'orizzonte. Nella sua mano sinistra, stretta in un guanto d'arme del medesimo colore dell'armatura, completamente priva di qualsivoglia insegna, giace una spada dalla lunga lama ricurva. Al braccio destro, parzialmente legato da spesse cinghie di scuro cuoio conciato, un pesante e robusto scudo privo di inutili ornamenti e blasoni da parata, come pure e' l'armatura, giace con la punta conficcata nel terreno.

"...quella che ammiri non e' la pace, Campione..."

Lentamente, la mano del soldato si alza a far scorrere la celata dell'elmo, massaggiando poi con aria stanca gli occhi coperti da essa.

"...forse, o forse si, Cavaliere... chi puo' dirlo? Cosa ne sai tu della pace?"

La figura accanto al soldato afferra le redini della cavalcatura pesantemente bardata, puntando il piede sulla staffa e sporgendosi in avanti. Anch'essa veste una pesante armatura dagli insoliti colori gialli e neri, priva di blasoni; ma la sua spada riposa nel fodero che pende dal fianco della sella, e lo scudo riposa sull'altro fianco della cavalcatura, con una pesante lancia da carica riposta nella guaina della bardatura.

Il viso del cavaliere s'avvicina a quello del soldato, mentre la sua voce si riduce a un sussurro.

"Io so quanto devo sapere, Ser Campione. Che e' esattamente quanto sai tu stesso a tua volta. Non giudicare cio' che travalica la tua comprensione: non a caso disconosci i fini di quanto accade attorno a te, non a caso non ti e' dato conoscere il futuro, non a caso senti di brancolare come un cieco in strade sconosciute."

Le dita della mano del soldato si stringono attorno alla spada, mentre con uno scatto si volta a fissare il cavaliere. I suoi occhi sono di un tenue colore violetto, tristi e spaventati: in essi alberga rassegnazione e timore, misti ad una rabbia che pare ora sgorgare vivida come fuoco liquido.

"Dammi un motivo per non ucciderti, Cavaliere Giallo e Nero. Uno solo."

Raddrizzandosi sulla sella, il cavaliere scuote la testa con calma. Le sue mani rimangono sulle redini della cavalcatura.

"...datti un solo motivo per credere che la mia morte, nel caso in cui questa sia alla tua portata, possa darti qualsivoglia giovamento o risposta, Ser Campione..."

Sospirando, il soldato si volta. Lentamente, le sue mani corrono all'elmo, slacciando le cinghie di cuoio che lo assicurano all'armatura, e sollevandolo con cura e grazia. Una cascata di lunghi capelli d'argento, sottili come seta, ricade sugli spallacci e sul dorsale dell'armatura d'avorio.

La pianura che fino a poco fa si stendeva verde e rigogliosa, immota e pigra, e' ora un rombante lago di fiamme. Ovunque, sagome di uomini, donne e bambini compaiono tra le sferzanti lingue di fuoco, e gemiti e urla lacerano l'aria. Figure armate saettano qua e la, falciando con spade affilate e alabarde appuntite gli uomini tra le fiamme, il cui rossore arriva a rischiarare finanche l'orizzonte.

Lentamente, l'elmo del soldato torna a calcare la sua testa.

Lentamente, le sue mani si chiudono attorno alle cinghie, assicurandole all'armatura.

Lentamente, le sue dita si chiudono ancora una volta attorno all'elsa della Spada.

"...un giorno avrai le tue risposte, Ser Campione..." mormora il cavaliere accanto a lui, facendo girare il cavallo e dando le spalle alla scena sotto di loro "...un giorno, ma non oggi... Oggi puoi soltanto..."

Il soldato si allontana a passo leggero, ignorando le sue parole. Giunto che e' dinnanzi al muro di fiamme, trae un profondo respiro e abbassa con un gesto lento e composto della mano guantata la pesante celata color avorio.

"...soltanto combattere", mormora infine, immergendosi entro la parete di fiamme. Attorno a lui, corpi anneriti e carbonizzati bruciano o si disseccano, gia' corrosi dalle fiamme; i suoi gambali affondano in profondita' nella mistura di sangue e fango entro cui si muove, e che le fiamme hanno reso ormai ribollente, mentre gia' i primi nemici si avvicinano a lui, sagome nere e indistinte che avanzano, come lui incuranti del fuoco che li lambisce.

"...soltanto combattere..."

La prima figura affonda con un tridente, ma lo scudo del soldato guizza veloce, deviando le tre punte mortali e lasciando scivolare l'arma, ora inoffensiva, lungo gli spallacci. La Spada, resa ormai nera dal fumo e dalle fiamme, serpeggia nell'aria descrivendo un morbido semicerchio. La testa del primo aggressore rotola pigramente, l'urlo di morte sovrastato dal rombante urlo delle mura di fuoco, mentre le altre figure davanti a lui esitano, allargandosi a ventaglio.

"...soltanto combattere..."

Il pesante scudo scivola a terra, mentre le cinghie ora aperte svolazzano a causa dell'enorme calore scatenato dalle fiamme. Il soldato brandisce ora la Spada Nera con entrambe le mani, e volteggia con grazia tra le figure, nella dolce e triste danza di morte scandita dal rombo delle fiamme; e mentre la spada cala con grazia sui nemici, ignorando armature e falciando arti, affondando negli irsuti e corazzati petti con la stessa facilita' con cui si tuffa nelle candide e scoperte gole, dalla celata dell'armatura cade a terra un'unica salmastra goccia di lacrima. E non fa a tempo a posarsi che evapora, vinta dal calore ardente che nulla puo' contro l'armatura d'avorio; un'unica lacrima in un mare di fuoco e sangue, mentre ancora il duello infuria, forse da un istante, forse da tempo immemore.

Sbarrai gli occhi, colmo d'orrore, mentre il mio petto fremeva e il mio respiro pesante e accelerato scandiva i secondi. Lontano, all'orizzonte, il sole emergeva pigramente dalle fronde degli alberi, levando il suo silenzioso e caldo saluto a me e alla mia compagna, ancora addormentata tra le morbide coltri.

Lentamente, lasciai scorrere la mano sulla mia fronte imperlata di sudore, e sulle guancie rigate da lacrime, cercando di scrollarmi di dosso il senso di inquietante oppressione che mi avvinceva.

"...soltanto... combattere...", mormorai infine, mentre udivo la mia voce spezzata dai singhiozzi. Mi chinai su me stesso, affondando il viso tra le coltri che mi avvolgevano, e piansi tutte le lacrime che potei, silenziosamente e dolorosamente, senza trarre da esse conforto alcuno.

La spada, immobile sulla sedia e nella guaina laddove riposava da un tempo che a me appariva infinitamente lungo ormai, rimaneva silenziosamente quieta; eppure, avrei potuto giurare di poter sentire il peso del suo sguardo sulla mia nuda pelle, e il mormorio dolce e blasfemo del suo canto beffarsi delle mie lacrime, dentro di me...