Gio 29 Apr 2004
Nella brezza del mezzogiorno...
Journal di JulyenAlzando la mano per proteggermi dai cocenti raggi del sole che mi attendevano all'uscita del tempio, non potei fare a meno di soffermare lo sguardo su quelle dita sottili, dalla pelle morbida e levigata, dal tocco gentile e carezzevole...
Sospirando, pensai tra me e me che questa volta non parevo essere avezzo alla guerra. Le mie vesti, comode e confortevoli, erano adorne d'una orlatura blu notte, tinte d'un nero caldo e avvolgente; i miei capelli, lisci come la seta e lunghi fin oltre la schiena, ricadevano morbidi e languidi su queste, mentre il loro candore strideva quasi, tanto era il contrasto con le vesti.
Scesi i primi scalini del tempio, mi fermai in piazza, portando le mani a lambire il sottile rivolo d'acqua d'una fontana a cui la gente si abbeverava pacificamente. Abbassando lo sguardo, vidi il suo viso riflesso nelle acque appena increspate dal pigro riflusso nella fontana.
Vidi quegli occhi viola, tristi e profondi, fissarsi nei miei; vidi quelle labbra carnose e morbide, ghiacciate nella loro piatta espressione di serafica calma, l'espressione di chi conosce gia' il proprio fato, di chi l'ha vissuto, veduto e accettato, la mia espressione, incorniciare quel volto all'apparenza cosi' fragile e aggraziato.
Ero Julyen Laewellyn, adesso. La chiamata era giunta, strappandomi ancora una volta al mondo che mi ospitava, al tempo che mi teneva con se, portandomi in quella strana e all'apparenza calma citta'.
Un nuovo nome, un nuovo volto, un nuovo mondo, una nuova sconosciuta missione. Sospirai leggermente, mentre il mio sguardo cadeva sulla scimitarra che pendeva al mio fianco, all'apparenza inerme.
Il brivido che serpeggio' lungo la mia spina dorsale fu tanto fulmineo quanto doloroso.
Un nuovo nome, sempre il medesimo destino.
Una nuova missione, sempre il medesimo mezzo.
La spada nera giaceva li, richiusa nella sua guaina dorata: ancora non sapevo se si trattasse d'una semplice emanazione, o se la spada mi avesse seguito in tutto il suo cupo splendore e sanguigno furore. Intimamente, sperai che cio' non fosse avvenuto...
Forse, come quando ero John Daker, ero li semplicemente per riposare, una scintilla di pace in un'eternita' di lotta e dolore, in un fato di sangue e guerra.
Lentamente scossi il capo, ritraendo la mano dall'arma che pendeva al mio fianco.
No, non potevo illudermi...
Ero stato chiamato in quel mondo per combattere, altrimenti la spada non mi avrebbe seguito. Presto, fin troppo presto forse, avrei saputo perche' e per chi...
Passando la mano nell'acqua fredda e limpida della fontana, mi lambii il viso, rinfrescandomi e ristorandomi, chiudendo gli occhi e volgendo lo sguardo verso il sole che spiccava ora alto tra le case della citta'.
Lentamente, la cantilena torno' a sussurrare al mio orecchio, mentre la voce della spada mi narrava cio' che gia' sapevo, ma che ero costretto a udire in eterno, e a riscoprire in ogni esistenza nella quale fossi stato chiamato a combattere...
"Spada nera,
spada nera,
spada nera,
La spada del Campione..."
Riaprendo con forza gli occhi, bloccai quell'empio canto, costringendolo a ritrarsi. Sapevo che presto ne avrei avuto satura l'anima, giacche' la spada era con me, era desta e doveva nutrirsi. Ma non ora, dissi a me stesso in un sospiro, non ora.
Forse questa volta riusciro' a rifiutare la spada...
Forse questa volta cambiero' il mio fato, pensai ancora.
E dolorosamente, mi ricordai di quant'altre volte l'avevo segretamente sperato, inconsciamente desiderato, rabbiosamente urlato o gemuto, tra le lacrime e il sangue, nelle infinite altre vite in cui ero stato chiamato.
"La impugnerai.", mormoro' la voce al mio orecchio. Non v'era alcuna minaccia in quelle parole dal tono dolce e melodioso, nessuna cupa intimidazione. Sentii le lacrime premere ancora una volta nei miei occhi, allorche' compresi che era stata pronunciata esattamente per cio' che era: una relta' ineluttabile...
E fui grato alla gentile brezza del mezzogiorno che arrivo' con il suo tepore a lambire il mio viso, asciungando le lacrime che rischiavano, ancora una volta, di scivolare lungo le mie guance. Fu come se mi incoraggiasse, pur devastandomi. Fu come se mi ricordasse, con voce calda e gentile tanto quanto lo era il vento che ancora carezzava il mio volto: "...non e' ancora giunto il momento di piangere, Ser Campione... non ancora... per ora..."