Capi' di stare sognando quando, guardando sotto di se, vide un vasto fiume di fuoco rombante avanzare in silenzio, a pochi centimetri dai propri piedi.

Provo' un istintivo brivido, un terrore irreale che l'avvolse come un manto, mentre i suoi occhi spaziavano sulla distesa di fuoco liquido che lo circondava: le fiamme turbinavano, crepitando e ribollendo furiose, turbinando e aprendosi in gorghi di morte liquida che s'innalzavano al cielo improvvisi e violenti, per ricadere con un sibilo e un osceno tonfo nel mare di morte vorticante che si stendeva ai suoi piedi.

Il cielo era plumbeo, e l'intera scena era illuminata da una irradiazione che sembrava possedere in se tutti i colori del creato: e tingeva tutto di ognuno di essi, virando velocemente e senza preavviso.

Una cacofonia di suoni dolci e disgustosi, di urla di terrore e piacere, di sussurri e grida insieme tempestavano le sue orecchie, ed in quel preciso istante egli seppe di trovarsi al cospetto del caos primordiale.

Una figura emerse lenta dal centro dell'oceano di fiamme che si perdeva a vista d'occhio, unendosi al cielo plumbeo e carico di fulmini la dove l'orizzonte finiva.

Un bambino dell'eta' di dieci anni circa, dal viso delicato e sorridente, vestito d'una lunga e calda veste rossa, dai morbidi boccoli neri e dalle labbra teneramente sorridenti: nei suoi occhi dorati profondi e antichi, l'elfo sondo' per la prima volta i pesanti abissi della follia.

Improvvisamente, lo scenario muto': il mare di lava sbuffo' e sibilo', e sembro' quasi che gemesse sotto il peso oppressivo d'un comando, mentre un fulmine piu' grande e potente degli altri colpiva l'interno mare con fragore e violenza. Una spessa coltre di ghiaccio si formo', partendo dal punto in cui il fulmine era caduto: e il mare di fuoco sbuffo' e sibilo', tentando di opporsi, ma venendo spazzato via dal ghiaccio che avanzava. E l'aria si riempi' d'una densa coltre di nebbia, e il cielo venne meno agli occhi dell'elfo, mentre l'intero mondo assumeva una sfumatura grigia e pallida, avvolto da una coltre immutabile di ghiaccio e da un velo di spessa nebbia che eliminava ogni possibilita' di visuale.

Ed una figura avanzo' dalla nebbia, camminando verso di lui e fermandosi: avvolta da una pesante armatura grigia, priva di decorazioni e blasoni, con in mano una pesante spada a due mani e un elmo dalla celata calata calcato sul viso.

La seconda apparizione si fermo' davanti a lui, fissando la prima, che attendeva ancora sul lato opposto: l'elfo si trovava perfettamente al centro, immobile.

Il bambino avanzo' di un passo, e con voce dolce e gentile mormoro': "scegli". E in quel sussurro erano contenute tutte le tentazioni del mondo, e l'elfo inorridi', ma scopri' di non potersi sottrarre a quel sussurro.

E il gigante avanzo' d'un passo a sua volta, e una voce fredda e decisa rimbombo' nell'aria, un ordine secco e perentorio: "scegli". E in quell'ordine vi erano promesse di grandezza e possenza, di ordine ed equita'.

Lentamente, una terza figura emerse dalla bruma.

Camminando lentamente e a passo sciolto, il grande uomo dalle pelle d'ebano si avvicino' all'elfo, sorridendogli: e lui non pote' fare a meno di notare quanta tensione fosse dipinta sul volto immutato del campione dell'equilibrio, mentre questi gli si accostava e gli poggiava una mano sulla spalla.

"...hanno ragione, ser Campione... e' giunto il momento che tu compia la scelta per qui sei stato richiamato in questo mondo."

"...la... scelta?", sussurro' Julyen, mentre la sua bocca si inaridiva "cosa dici, Sepiriz? Io non devo compiere alcuna scelta. La scelta e' gia' stata compiuta, in questa vita come in ogni altra vita che saro' condannato a vivere, nell'eterno ciclo di sofferenza che e' la mia intera esistenza. Quale scelta, Sepiriz? Quale scelta mi e' data, ora?"

E il bambino avanzo' di un passo ancora, levando la mano. L'elfo si volto', osservandolo.

"...c'e' una scelta, ora, che devi compiere...", sussurro' suadente il bambino, fissandolo dal profondo di quegli occhi dorati che sembravano, soli, potergli strappare l'anima.

"...il fato ha decretato che cosi' sia ingiunto", tuono' la voce del cavaliere alle sue spalle. E seppure non si fosse voltato, l'elfo seppe che era avanzato d'un passo.

"..qualcosa e' avvenuto. Qualcosa che ha cambiato cio' che era scritto, minando la trama del destino..", continuo' il bambino, sorridendo.

"Pertanto, ora ti e' dato diritto di scelta, ser Campione. Scegli, ora. Scegli!", tuono' ancora la voce perentoria del cavaliere.

L'elfo sbatte' le palpebre, voltandosi verso il cavaliere in armatura gialla e nera, il gigante dalla pelle d'ebano che tante volte aveva incontrato, in sogno e nella realta'.

"...una persona legata al destino di questo mondo ha compiuto una scelta che non avrebbe dovuto compiere, ser Campione.", disse Sepiriz con voce gentile "in qualche modo, il corso del destino ha deviato dalla sua strada, ed ora si impone riparazione."

"...io? Devo riparare io?", mormoro' l'elfo. Ma l'uomo scosse il capo in cenno di diniego. "No. O meglio: si. Ma non tu. Tu devi solo scegliere, ora..."

"Scegliere... cosa?"

Sepiriz lo fisso' a lungo, rimanendo in silenzio. Quindi, con voce calma e gentile, prosegui': "scegliere quale forza mettere in campo, ser Campione. Nulla e' piu' valido di quanto primariamente stabilito: per la prima volta dacche' la tua storia ha avuto inizio, le trame del destino sono dissipate. Dunque, ora hai diritto di scelta."

Senti' un tocco gentile sulla spalla, e si volto' di scatto: il bambino era li, in piedi, in silenzio. Le labbra morbide e dolci dell'infante si tesero in un sorriso, mentre la sua voce carezzevole e sussurrante si spandeva nell'aria come una malia: "Ricorda, ora, Campione... ricorda chi fosti tu, e chi sono io... Rivolgiti a me con il nome che e' mio di diritto dall'alba del concepimento..."

L'elfo si accascio', urlando di dolore, mentre la sua coscienza veniva strappata brutalmente dal suo corpo da dita invisibili che la ghermivano.

E una delle vite passate, sopite nella sua memoria, si risveglio' lentamente in lui, aprendo gli occhi...

"...mio... signore... Arioch...", mormoro' l'albino, levandosi debolmente in piedi. La malattia che lo privava d'ogni forza annebbiava i suoi pensieri e bloccava il suo corpo come pesanti catene, mentre il signore di Melnibone' si inginocchiava di fronte al suo signore.

"...la vorresti impugnare ancora una volta, Elrich?", sussurro' il duca degli inferi con voce tentatrice, tendendo una mano e sfiorando la pallida pelle dell'albino stremato.

Gli occhi rossi di Elrich si levarono verso il demone, rispondendo con bramosia alle sue parole.

E le sue dita si strinsero attorno all'elsa avvolta dal cuoio di una spada pesante e lunga dalla lama nera, completamente intarsiata da rune che barluginavano di un inquietante colore cremisi. E la spada canto' la propria gioia, mormorando di piacere nel riconoscere la mano maledetta che l'aveva impugnata in un'altra vita: ed Elrich senti' le energie scorrere ancora nel suo corpo, e la forza innaturale della spada riflui' nei suoi tessuti e nella sua anima, permeandolo di una sensazione di ebbra gioia e di trepidante malvagita'.

E l'albino maledetto levo' l'arma al cielo, gridando la propria esultanza, mentre Stormbringer cantava nella sua mano il proprio empio canto di morte.

"Sangue! Sangue e anime per il mio signore Arioch! Arioch delle Sette Tenebre, io t'invoco, Signore del Caos!"

E le labbra del Duca degli Inferi si tesero di ebbra gioia.

Una mano pesante e guantata dal ferro d'un guanto d'arme calo' sulla spalla dell'albino, costringendolo a voltarsi: e l'elfo torno', fissando la grigia armatura austera che lo sovrastava, irradiando un'aura di potere e comando quasi palpabile.

"Ricorda", ingiunse la voce perentoria e glaciale proveniente dall'armatura "Ricorda chi fosti tu e chi sono io, e rivolgiti a me col nome che e' mio di diritto dall'alba del concepimento!"

E l'elfo urlo' di dolore, mentre ancora una volta veniva strappato dal proprio corpo e una nuova coscenza prendeva il sopravvento, una eco di un io lontano appartenente ad un'altra vita e ad un altro mondo, un nuovo frammento di se che si ricongiungeva al Campione Eterno.

Il templare apri' gli occhi lentamente, alzandoli verso l'armatura che lo sovrastava, seppur di poco. Alzando una mano, la porto' sul petto, all'altezza del cuore: quindi si inginocchio' al cospetto del Signore della Legge.

"Mio signore Donablas.", recito' con deferenza.

"...mio cavaliere, Grangel", lo saluto' il Signore della Legge con voce fredda e priva di tono. "Alzati."

Grangel si alzo', rimanendo in piedi dinnanzi all'entita'. Questa poggio' una mano sul suo petto, e il suo corpo fu rivestito dall'armatura di scaglie iridescenti che gli era appartenuta in un altro mondo e in un'altra vita: e le dita della sua mano si strinsero attorno all'impugnatura di Zanna Gelida, lama dell'Inverno. E il templare levo' in alto la spada, esultando.

"Onore a Donablas, il Portatore di Giustizia! Onore al Signore della Legge della Giusta Vendetta!", grido' al cielo il templare, mentre una folle esultanza gli riempiva il petto.

E Donablas annui' lentamente, compiaciuto.

Julyen sbatte' le palpebre, ricadendo sul freddo pavimento di ghiaccio ai suoi piedi. Le due entita' erano sparite, cosi' come le due manifestazioni del Campione Eterno da esse evocate. Solo il gigante dalla pelle d'ebano rimaneva, in silenzio.

Sepiriz gli tese la mano, aiutandolo ad alzarsi. Quindi, prima che l'elfo potesse riaversi dallo stupore e chiedere, inizio' a parlare a voce bassa e calda.

"...come ti ho detto, una creatura, una persona essenziale al destino di questo mondo, ha deviato dal filo che il destino aveva per lei intessuto. Cio' e' accaduto a causa di qualcosa che non si sarebbe dovuto verificare: qualcosa che tu avresti dovuto impedire. Questo ha sfaldato le trame del destino: adesso, il nuovo destino che attende te, ser campione, in questa tua manifestazione, dipende unicamente dalla tua scelta. Non ci e' dato modificare gli eventi, ma possiamo fare in modo che il corso degli avvenimenti muti... Forse impercettibilmente, ma forse basta poco per guidare un fato instabile come quello che ora lega questa realta' del multiverso."

"Scegli di servirmi," sussurro' la voce dell'infante nella sua mente "e io daro' nuova forza al tuo corpo. Rinascerai come mio strumento, come strumento del caos, e insieme plasmeremo questo mondo. Non ti sara' richiesto alcun sacrificio, e relizzeremo un mondo veramente libero, giacche' l'unica VERA liberta' sta nella mancanza di costrizioni, e dunque, dato che l'unica giustizia sta nella liberta', l'unica giustizia e' contenuta nell'entropia e nel caos, che soli possono condurre il mondo..."

"Scegli di servirmi," tuono' la voce dell'uomo in armatura grigia nella sua mente "e io daro' nuova forza al tuo corpo. Rinascerai come mio strumento, come strumento della legge, e insieme plasmeremo questo mondo. Non ti sara' richiesto alcun sacrificio, e realizzeremo un mondo realmente giusto, giacche' la giustizia si nutre solo dell'ordine e del rigore, che sono prerogative essenziali affinche' il mondo prosperi. Insieme creeremo un mondo perfetto, un mondo in cui la legge regna sovrana e il caos e' bandito."

L'elfo cadde riverso, mentre le due entita' lo sovrastavano, continuando a tentarlo. Grido', e grido' ancora, e ancora, fin quando l'aria non gli fu piu' sufficiente, fin quando ebbe fiato e forze: poi si accascio', pallido ed esausto, e alzo' una mano verso Sepiriz.

"...se devo... scegliere... io scelgo di servire te...", mormoro' l'elfo con voce rauca.

Improvvisamente, le due presenze svanirono.

"...se devi scegliere di servire me, devi lasciare ch'io ti informi del patto, ser Campione.", mormoro' il gigante dalla pelle d'ebano con una nota triste nella voce.

"...io sono Sepiriz, campione dell'Equilibrio. E se sceglierai di servire me, questo ti costera' tutto, ser Campione, giacche' l'equilibrio non ha forza propria e non dona potere, ma anzi ne prende, per disporne secondo le proprie necessita'. Perche' la vita continui, nulla deve prevalere: questo e' il senso dell'equilibrio. Se sceglierai di servire coloro che io servo, ti verra' richiesto ogni sacrificio. E non ci saranno utopie ad illuminare la fine della lotta, ser campione: perche' l'equilibrio e' insito nella lotta in se. Dunque noi non combattiamo per prevalere: combattiamo per far si che le forze rimangano pari in campo, di modo che la lotta, protraendosi, generi infinite opportunita'..."

Julyen si alzo' in piedi, tremante. Quindi annui' lentamente. "Ero qui... come strumento dell'equilibrio, in un mondo in cui l'ombra minacciava di oscurare tutto. Continuero' ad esserlo, per non perdere cio' che sono. Per non perdere cio' che ho. Per non perdere... me stesso. Io scelgo di servire te."

"Cosi' sia..."

La mano del gigante si poggio' sul petto dell'elfo; quindi, lentamente, le dita presero ad immergersi nelle sue carni come se fossero acqua. Julyen urlo', straziato dal dolore, mentre le dita di Sepiriz afferravano qualcosa dentro di lui e lo estraevano dall'involucro di carne che era il suo corpo.

"...la scelta e' compiuta."

Lo sguardo del gigante dalla pelle d'ebano era pieno di amarezza, mentre posava gli occhi un'ultima volta sull'elfo e poi si voltava, avanzando lentamente nella nebbia. "Mi dispiace, ser Campione..."

E Julyen rimase solo, nel mondo di sogno vuoto e sterile che lo circondava, mentre piangeva per cio' che Sepiriz aveva preso dalla sua anima.

E ad ogni lacrima che versava, un ricordo felice di una delle mille e mille vite passate si estingueva. E ad ogni gemito, un ricordo di pace e di serenita' si spegneva dentro il suo cuore, fin quando alla fine non rimasero che ricordi di infinite battaglie e infiniti tormenti, di guerre e morti, di stragi e sangue, nella mente dell'elfo accasciato e straziato dal rimorso e dal senso di colpa...

Mi svegliai, aprendo gli occhi lentamente. Portando una mano al viso, mi resi conto di aver pianto: tuttavia, per quanto mi sforzassi, non riuscii a ricordare cosa mai avessi sognato.

Una profonda amarezza si impossesso' di me, amarezza che mai avrei capito da dove derivasse, ma che mai piu' mi avrebbe abbandonato: qualcosa di me era andato via, ma non capivo e non capii mai cosa.

Da qualche parte, in un mondo lontano distrutto dalle orde del Caos, un albino dagli occhi di brace vestito da un'armatura nera e sottile abbasso' gli occhi, mentre si stupiva nel vedere una lacrima rigargli una guancia.

Da qualche parte, in un mondo lontano reso sterile dalle schiere dell'Ordine, un uomo dagli occhi di ghiaccio, avvolto in un'armatura argentata e con una spada dalla lama di ghiaccio in una mano senti' una lacrima rigare la pelle sotto la celata dell'elmo.

E ovunque fosse, e in qualsiasi realta' del multiverso una sua manifestazione fosse comparsa per schierarsi nel gioco che si giocava da millenni tra le forze contrapposte di Legge e Caos, il Campione Eterno pianse una lacrima, nel giorno in cui perse per sempre i ricordi di pace che, seppure non gli era dato custodire coscentemente, da sempre confortavano la sua anima.

Ma io, la piu' debole delle emanazioni di questo strumento divino legato alle radici stesse dell'eterno multiverso, di tutto questo non seppi nulla - mai.

E piansi le mie lacrime, per un tormento che neppure io sapevo spiegare a me stesso...