Gio 1 Lug 2004
Una figura emerge dal bosco sacro, bagnata dai pallidi e argentei raggi di Marhis. La luce ne lambisce i contorni, rendendoli sfocati e irreali, non troppo dissimili dall'apparizione nebulosa d'uno spettro o da un sogno.
A passi lenti e leggeri, la figura avanza tra la morbida e fresca erba, ancora asciutta, assetata della dolce rugiada che di li a qualche ora ne ricoprira' ogni filo. Il suo petto, sottile e poco ampio, e' nudo fino alla cinta: una cascata di morbidi capelli argentei, che sembrano rifulgere impercettibilmente, come se sottilissimi fili d'argento catturassero la fioca luce degli astri attorno a se, ricade in parte sul suo petto e in parte sulle spalle, scendendo fin sotto la cintola. I suoi piedi, scalzi e leggeri, solcano incerti il terreno morbido del boschetto, guidandolo verso il lago, dove una figura pare attenderlo.
Gli da le spalle, e fissa il placido e sereno specchio d'acqua, dove i riflessi argentei di Marhis barluginano ad ogni quieto e lento movimento che increspa la superficie delle basse acque: la sua attenzione pare completamente catturata dal gioco dei raggi luminosi e delle minuscole onde. E' una figura alta e imponente, dalle spalle massiccie e ampie, il torace spesso avvolto in una pesante e robusta corazza di piastre. Le mani sono avvolte da guanti d'arme pesanti, con delle punte acuminate su ogni nocca, e accanto a lui giace una lancia da cavaliere, gettata sull'erba, una spada bastarda che langue in un fodero di cuoio conciato, e un pesante scudo da cavaliere. Un lungo mantello giallo e' drappeggiato sulle sue spalle, in netto contrasto con la pesante e cupa tinta nera delle vestigia.
Lentamente, la prima figura gli si accosta, e insieme rimirano per un po' lo specchio d'acqua placido e calmo, senza proferire parola.
Infine, e' il cavaliere a rompere per primo il silenzio: la sua voce, profonda e leggermente metallica a causa del pesante elmo stondato di cui non ha neppure alzato la celata, si alza lenta come un sussurro nella notte, appena udibile.
"Oggi hai combattuto."
Non una domanda, non un rimprovero, non un rammarico: una semplice asserzione, un dato di fatto, pronunciata senza alcun tono particolare. La prima figura annuisce lentamente, senza distogliere lo sguardo dalle acque del lago.
Nuovamente il silenzio cala tra i due, silenzio naturale, non imbarazzato.
"...sai che non ho altra scelta, cavaliere giallo e nero...", mormora infine la prima figura, e la sua voce e' dolce e musicale, carica di rimpianto e rimorso, tremendamente vulnerabile.
Il cavaliere annuisce lentamente, in silenzio. Quindi si volta verso di lui, fissandolo forse con quegli occhi nascosti dall'oscurita' che abita la celata dell'elmo.
"...e tu, ser Campione? Tu sai di non avere altra scelta?"
Mordendosi leggermente le labbra, la prima figura china il capo, fissando l'erba e i ciuffi sottili che gli carezzano i piedi scalzi e nudi.
Infine si volta, fissando il cavaliere con uno sguardo improvvisamente colmo di orrore e paura. I suoi occhi brillano vividi alla luce dell'astro d'argento, mentre le lacrime li gonfiano, danzando nella luce carezzevole e tenue di Marhis.
"Che senso ha, Sephiriz?!", geme quindi in un soffio di voce alto e squillante. "Se anche io li uccidessi tutti, credi davvero che questo segnerebbe la fine del male per questo mondo? Credi che basti eliminare gli oscuri per permettere all'Ordine di schiacciare il Caos? I cuori delle razze non sono mai stati piu' in subbuglio di ora, cavaliere giallo e nero! Perche' non aprite gli occhi?! Gli elfi oscuri sono solo la razza piu' antica che si sia votata al Caos! Ma ormai il conflitto e' cosi' radicato nella storia di questo mondo, che le razze hanno perso ogni identita' comune! IN QUESTO MONDO NON ESISTE PIU' LUCE NE' TENEBRA, SEPHIRIZ! MA UN MISCUGLIO DI ENTRAMBE, CHE NON APPARTIENE NE' ALL'UNA NE' ALL'ALTRA, MA SI NUTRE DI SE STESSO!! E IN NOME DI COSA DEVO IO INTERVENIRE?! NULLA E' RIMASTO IN QUESTO MONDO PER CUI VALGA LA PENA COMBATTERE!!"
La eco della sua voce si spegne, scimmiottando una, due, dieci volte infine il tono disperato delle sue parole. Lentamente, la prima figura si accascia tra l'erba, in ginocchio, tenendo il capo chino.
"...sei tu a non capire, ser Campione..."
Una mano, dura e pesante, si poggia sul suo capo. Il peso del ferro incantato di cui e' forgiata l'armatura del cavaliere preme sulla sua testa, e l'elfo chiude gli occhi, immaginando la facilita' con cui il colossale combattente potrebbe schiacciare il cranio minuto dalle ossa sottili di quel nuovo corpo.
"...questo mondo non e' mai stato sull'orlo dell'abisso quanto lo e' ora, Campione...", riprende quindi la voce, con una sfumatura di tristezza frammista a dolcezza. "Dici bene: in questo folle volto del multiverso, luce e tenebra si stanno fondendo. Le razze hanno perso la propria identita', e i loro figli vagano dispersi, combattuti tra Legge e Caos, dimentichi del sangue che li anima, dimentichi dell'eredita' che gli e' propria: egoisticamente pensando solo a soddisfare il proprio ego, sotto il vessillo della propria "morale personale". Invocano con voce tonante una liberta' di scelta e di vita che in realta' non fa che asservirli al Caos: e oscuri si votano alla luce, e luminosi abbracciano le tenebre... Ma tutto questo non sta generando un nuovo elemento, come tu credi: tutto questo non fa altro che portare nuova linfa al Caos, ser Campione..."
La mano si scosta dal suo volto, afferrando con gentilezza il mento dell'elfo e costringendolo a guardare in alto, verso il viso del cavaliere. La celata e' ora levata, e due occhi neri come la notte che gli e' teatro, alle spalle, lo scrutano con profondita' e tristezza. I contorni del viso mille volte conosciuto e in mille vite dimenticato e riportato alla mente lo colpiscono come un pugno: Sephiriz, il cavaliere giallo e nero, una delle pochissime entita' in grado di seguirlo nelle sue mille reincarnazioni. Sephiriz, il colosso dalla pelle color ebano, dal volto liscio e triste, dall'insondabile sguardo distante e profondo, dove due occhi neri come l'ossidiana bruciano come le braci dell'inferno e come i fuochi del paradiso insieme.
Sephiriz.
"...la legge non e' mai stata cosi' vicina alla disfatta, campione, in nessuno dei mondi in cui hai combattuto. Queste lande si avviano come un ubriaco giulivo verso l'orlo di un baratro, danzando liete e gaie sul ciglio del dirupo che le fara' precipitare nel grembo del Caos. Non comprendi? Tutta la lotta eterna non avra' senso alcuno, se permetteremo che tutto questo accada in questo mondo. E' questo il senso della tua chiamata. E' questo il motivo per cui sei qui, campione."
La prima figura lascia ricadere le braccia lungo i fianchi, sconfitta e distrutta ancor prima che le parole del cavaliere si spegnengano tra gli echi della notte. Quindi, chiudendo gli occhi e lasciando che le lacrime rotolino infine lungo le guancie sottili e smunte, annuisce debolmente.
"...dunque... devo..."
"...combattere ancora.", concude il cavaliere, voltandosi e lasciando il suo viso. Lo sente raccogliere le proprie armi, a terra. Sente il richiamo con cui evoca a se la propria cavalcatura. Ode lo scalpiccio degli zoccoli sull'erba morbida, e poi il silenzio della notte gli e' dattorno, morbido e carezzevole come una calda trapunta.
E quando riapre gli occhi, dal fondo delle acque del lago emerge lentamente una sagoma sottile e longilinea, che rimane in perfetto equilibrio, piantata sulla superficie delle acque come se si trattasse di solida materia.
E mentre i suoi occhi si riempiono ancora di lacrime, la Spada Nera davanti a lui geme sommessamente, avvolta da una sottile e impalpabile cappa di luce cremisi, pallida ed esangue, con la punta piantata nelle acque del lago, mentre una larga chiazza rossa si allarga sotto di lei, spandendosi velocemente e uniformemente.
E l'elfo si alza in piedi, avanzando in quelle acque ormai rosse e dense, viscose e ampollose, con gli occhi puntati sul nero filo dell'arma, il cui canto di trionfo continua a crescere nel silenzio della notte.
Riaprii gli occhi, sbattendo lentamente le palpebre, cosi' pesanti nella luce del mattino che penetrava dalla finestra. Cercai Rahasia con le braccia, mentre un nodo mi stringeva la gola: e uscii in tutta fretta, vestendomi con furia e indossando l'armatura piu' leggera, legando in vita una sciabola.
Sapevo che non potevo piu' languire, ora...