Mar 1 Giu 2004
Per mesi, intorno ai fuochi comuni accesi nelle sere d’inverno, avevo interrogato gli anziani e gli esploratori dei nani sulle strade per raggiungere Kyrandor ed ero riuscita a disegnarmi una mappa rudimentale. Aspettavo solo il disgelo per partire. La mia madre adottiva sapeva della mia decisione e ne era rattristata, come anche gli altri.
Ma colui che ne era più addolorato di tutti era il figlio del re dei nani. Una sera mi confessò di amarmi. Ne fui sorpresa ma nel mio cuore non c’era amore per lui. Tutt’al più affetto fraterno e un poco di tenerezza.
Gli dissi la verità, sono sempre stata sincera. Incassò ma continuò a professarmi il suo amore.
Una sera venne da me con una pietra di rara bellezza: un piccolo diamante grezzo a cui una forte componente azotata dava magnifici riflessi verdi. Disse che si accordava bene con i miei occhi.
Presso i nani la pratica di offrire pietre preziose ad una femmina per conquistarla non ha nulla di offensivo, anzi viene reputato un gesto d’amore e di devozione. Del resto lui sapeva bene quanto mi piacessero le pietre preziose, parecchie volte io stessa ero andata con lui a visitare le miniere in cui i nani estraevano le loro risorse e ne ero rimasta affascinata. Io, normalmente incapace di restare ferma anche solo un momento, davanti a quelle piccole meraviglie m’incantavo per lunghissimi istanti a studiarne la luce e la forma.
Mi fece vedere a lungo il diamante nel palmo della sua mano, poi, con una mossa che gli prese solo qualche minuto, lo fissò ai miei capelli con un sottilissimo filo d’oro e mi pose uno specchio. La pietra risaltava fra la mia chioma fulva dandovi una luce incredibile. Sorrisi. Lui anche. Quella notte lo feci restare. E molte altre ancora.
I miei capelli si riempirono di diamanti, smeraldi, rubini, zaffiri, persino una rarissima perla che sicuramente veniva da molto lontano da lì.
Spesso mi sono chiesta cosa mi avesse portato a restare. Non i gioielli, nonostante i maligni possano pensarlo. Non l’amore verso di lui. Credo essenzialmente fosse per combattere l’immenso senso di solitudine che mi accompagnava da sempre e che, alla decisione di partire, si era acuito. Restare, e restare per lui, significava potermi finalmente sentire parte di qualcosa, di un mondo a cui non appartenevo per razza e forse neppure per cultura, significava essere finalmente importante per qualcuno.
Ma mentre passavano i giorni e la mia ansia di partire andava aumentando, cominciai a rendermi conto che stavo raccontando menzogne a me stessa, e inconsapevolmente illudevo anche lui.
Finché presi la decisione di andarmene sul serio. Gliela comunicai solo la sera prima, per evitare i lunghi addii. Non li sopporto, non li ho mai sopportati. Penso soffrisse ma restare sarebbe stato andare contro la mia natura e contro me stessa.
La mattina dopo salutai la mia nana irosa che tra le lacrime e le imprecazioni mi diede uno zaino pieno di cibarie e mi congedò in malo modo…ancora non so se mi maledì o benedì, ma a suo modo credo la seconda.
Uscii dalle caverne dei nani e cominciai a camminare all’aria aperta, seguendo il sentiero che portava a valle. Mi fermai a guardare il sole che sorgeva in quel momento da dietro le montagne e ricordo che provai una strana euforia mentre il mio stomaco era attanagliato da una morsa di paura. Mi sistemai meglio lo zaino sulle spalle e mi incamminai.
(segue)