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Camminai per tre giorni in direzione sud-ovest finché non arrivai a quello che da lontano pareva un villaggio abbandonato. Ma fatti pochi passi nella strada principale i miei sensi captarono un sottile odore di carne bruciata e da lontano intravidi due o tre capanne rase al suolo. Immediatamente feci per voltarmi e cominciare a correre in direzione opposta ma mi trovai la strada sbarrata da due uomini vestiti di scuro e dalle barbe incolte. Lo stomaco mi si chiuse in una morsa. Mi girai di nuovo, tutti i miei sensi in allarme, e dall’altra parte ne vidi un altro. Con il cuore in gola cominciai a correre con tutte le mie forze verso l’unico spiraglio rimasto libero tra le capanne ma uno di quegli uomini mi raggiunse e mi prese per i capelli. Strattonandomi mi trascinarono a circa un chilometro di lì, fuori dalla pista che scendeva a valle, dove i loro compagni stavano gozzovigliando. Tra le risate e gli spintoni mi legarono ad un albero e si unirono agli altri. Non un lamento era uscito dalla mia bocca ma sudavo freddo ed ero terrorizzata.

Intanto era scesa la sera e nonostante i miei sensi acuti intravedevo solo le loro sagome stagliarsi contro il fuoco, mentre sentivo le loro urla e i loro sghignazzi. Ad un tratto sobbalzai sentendo avvicinarsi qualcuno: era uno di loro. Mi toccò i capelli e me li tirò in malo modo dicendomi in un dialetto che comprendevo a fatica che all’alba me li avrebbero tagliati per prendere tutti i gioielli. Ma capii subito che non si sarebbero limitati a tagliarmi i capelli. Rideva toccandomi e il suo fetore riempiva le mie narici facendomi girare la testa.

All’improvviso mi fissò strabuzzando gli occhi in maniera abnorme e mi crollò addosso con tutto il suo peso. Dietro di lui nell’oscurità, in piedi, si ergeva una donna altissima e muscolosa. Lunghi capelli biondi coprivano le sue spalle e il suo viso particolare era di una bellezza fuori dal comune. Lungo i suoi fianchi pendevano due pesanti foderi e la sua mano destra impugnava una grossa spada grondante di sangue. I suoi strani occhi emanavano bagliori rossastri nel buio ma mi sorrideva. Ai miei occhi parve una dea.

Velocemente si chinò, tagliò le corde che mi tenevano legata e mi aiutò ad alzarmi mettendomi in mano una daga leggera.

Nel frattempo sentivo urla femminili mescolarsi a quelle maschili e cozzi di metallo, mentre ombre confuse passavano davanti al fuoco. Ci buttammo nella mischia e l’odore del sangue mi ricordò quello delle prede che mi portava mia madre puma, ma più intenso. Buttai fuori tutta la mia rabbia e urlando e ringhiando mi gettai su quegli uomini che volevo vedere morti.

Non ricordo quasi nulla di quei momenti, solo il balenio del fuoco, il ruggito del metallo delle armi e degli scudi, l’odore del sangue reso ancora più acre da sudore, paura e urina, e sopra a tutto la rabbia cieca che mi faceva menare fendenti senza quasi nemmeno vedere ciò che facevo, e una sorta di ebbrezza totale, completa.

La battaglia durò poco: i maschi erano in numero esiguo e storditi dal vino…in pochi minuti li uccidemmo tutti.

Solo due delle donne erano rimaste lievemente ferite. Mi dissero di essere Amazzoni e mi portarono con loro.

Il loro capo, Aisha, era la mia salvatrice e mi sorrideva come una sorella maggiore.

Mi presero con loro e mi iniziarono alla vita delle Amazzoni. Diventarono la mia famiglia e Aisha mi istruì ulteriormente alla via delle armi e in particolare al corpo a corpo. Questo continua infatti a restare il mio modo preferito di combattere: calciare a tradimento la terra in faccia all’avversario, spingerlo a terra, prenderlo a calci e farlo cadere con uno sgambetto… in questo modo la mia non eccezionale forza fisica è compensata da un’agilità quasi felina.

(segue)

Per mesi, intorno ai fuochi comuni accesi nelle sere d’inverno, avevo interrogato gli anziani e gli esploratori dei nani sulle strade per raggiungere Kyrandor ed ero riuscita a disegnarmi una mappa rudimentale. Aspettavo solo il disgelo per partire. La mia madre adottiva sapeva della mia decisione e ne era rattristata, come anche gli altri.

Ma colui che ne era più addolorato di tutti era il figlio del re dei nani. Una sera mi confessò di amarmi. Ne fui sorpresa ma nel mio cuore non c’era amore per lui. Tutt’al più affetto fraterno e un poco di tenerezza.

Gli dissi la verità, sono sempre stata sincera. Incassò ma continuò a professarmi il suo amore.

Una sera venne da me con una pietra di rara bellezza: un piccolo diamante grezzo a cui una forte componente azotata dava magnifici riflessi verdi. Disse che si accordava bene con i miei occhi.

Presso i nani la pratica di offrire pietre preziose ad una femmina per conquistarla non ha nulla di offensivo, anzi viene reputato un gesto d’amore e di devozione. Del resto lui sapeva bene quanto mi piacessero le pietre preziose, parecchie volte io stessa ero andata con lui a visitare le miniere in cui i nani estraevano le loro risorse e ne ero rimasta affascinata. Io, normalmente incapace di restare ferma anche solo un momento, davanti a quelle piccole meraviglie m’incantavo per lunghissimi istanti a studiarne la luce e la forma.

Mi fece vedere a lungo il diamante nel palmo della sua mano, poi, con una mossa che gli prese solo qualche minuto, lo fissò ai miei capelli con un sottilissimo filo d’oro e mi pose uno specchio. La pietra risaltava fra la mia chioma fulva dandovi una luce incredibile. Sorrisi. Lui anche. Quella notte lo feci restare. E molte altre ancora.

I miei capelli si riempirono di diamanti, smeraldi, rubini, zaffiri, persino una rarissima perla che sicuramente veniva da molto lontano da lì.

Spesso mi sono chiesta cosa mi avesse portato a restare. Non i gioielli, nonostante i maligni possano pensarlo. Non l’amore verso di lui. Credo essenzialmente fosse per combattere l’immenso senso di solitudine che mi accompagnava da sempre e che, alla decisione di partire, si era acuito. Restare, e restare per lui, significava potermi finalmente sentire parte di qualcosa, di un mondo a cui non appartenevo per razza e forse neppure per cultura, significava essere finalmente importante per qualcuno.

Ma mentre passavano i giorni e la mia ansia di partire andava aumentando, cominciai a rendermi conto che stavo raccontando menzogne a me stessa, e inconsapevolmente illudevo anche lui.

Finché presi la decisione di andarmene sul serio. Gliela comunicai solo la sera prima, per evitare i lunghi addii. Non li sopporto, non li ho mai sopportati. Penso soffrisse ma restare sarebbe stato andare contro la mia natura e contro me stessa.

La mattina dopo salutai la mia nana irosa che tra le lacrime e le imprecazioni mi diede uno zaino pieno di cibarie e mi congedò in malo modo…ancora non so se mi maledì o benedì, ma a suo modo credo la seconda.

Uscii dalle caverne dei nani e cominciai a camminare all’aria aperta, seguendo il sentiero che portava a valle. Mi fermai a guardare il sole che sorgeva in quel momento da dietro le montagne e ricordo che provai una strana euforia mentre il mio stomaco era attanagliato da una morsa di paura. Mi sistemai meglio lo zaino sulle spalle e mi incamminai.

(segue)

Della mia nascita non so nulla, non conosco il nome dei miei genitori né ricordo il loro viso.

Stranamente non mi importa, non si può avere rimpianto per qualcosa che non si è mai conosciuto, anche se col passare degli anni in qualche momento la curiosità di conoscere le mie origini si fa acuta.

Dei miei primi anni ricordo solo la chioma di alberi altissimi brillare nel sole e rifulgere al chiarore delle stelle, mentre io guardavo dal basso, nel sempre cupo sottobosco…ricordo i mille rumori della foresta, così diversi di giorno e di notte…ricordo l’odore pungente di escrementi e pellicce d’animale, quello caldo del sangue della preda appena uccisa, quello della terra e delle lucenti cortecce degli alberi appena dopo la pioggia.

Ma sopra ogni cosa ricordo il sapore dolciastro e acre insieme del latte di mia madre, il suo pelo morbido e caldo contro il mio viso di bimba e sotto le mie piccole mani, la sua lingua ruvida che lavava con cura il mio corpo e il suo fiato caldo che mi scaldava di notte.

Doveva parere strano anche a lei questa cucciola, trovata ed allattata (ora penso che non mi avesse uccisa perché doveva aver da poco perso i suoi cuccioli e avere latte in eccesso), che la seguiva correndo carponi ma che tardava a diventare indipendente come invece sarebbero diventati molto più velocemente i suoi cuccioli naturali.

Potevo avere tre anni, forse quattro, quando una pattuglia di nani in ricognizione nella foresta di Jajn Dur mi trovò.

Piangevo disperata vicino al corpo esanime di quella che io riconoscevo come unica madre: una leonessa di montagna uccisa da un orso. Io avevo assistito al combattimento delle due belve e ne ero anzi la causa. Infatti l’orso aveva visto in quel piccolo essere mezzo umano e mezzo fiera un facile pranzo e la leonessa gli si era avventata contro per proteggermi. E l’aveva ucciso, morendo però subito dopo per le ferite subite.

I nani mi portarono con loro e mi affidarono alle cure della sorella del re, una nana dal carattere tanto iroso quanto d’animo buono. Con il passare dei mesi mi insegnò a camminare come un essere umano e, nonostante all’inizio mi guardasse con una certa compassione, nel giro di pochi anni le mie gambe divennero dritte e forti, così come la mia schiena.

Mi insegnò anche a parlare e qui ebbe qualche difficoltà in più. Durante il primo anno avevo imparato la lingua dei nani ma mi rifiutavo caparbiamente di parlarla: dalle mie labbra uscivano solo sibili, soffi e piccoli ruggiti…soltanto a volte, quando ero di buon umore, qualche mugolio e fusa di soddisfazione. Già allora emergeva il mio non facile carattere. Ancora oggi posso passare repentinamente dal riso alla rabbia e viceversa, e ancora oggi, specialmente quando sono in tensione, i miei occhi si chiudono a fessura e le mie labbra emettono un suono basso simile ad un sordo ruggito.

I nani mi trattavano bene, tuttavia spesso leggevo nei loro sguardi una punta di diffidenza nei riguardi di una bambina di un’altra razza e per di più mezza belva. Quando ebbi sette, otto anni ed ero già più alta della media degli adulti, cominciarono ad insegnarmi a combattere e per mezzo dell’esercizio fisico trovai modo di sfogare la mia innata aggressività. Mi rotolavo a terra con i miei piccoli compagni nani ed imparavo a difendermi nel corpo a corpo, e col tempo mi insegnarono anche l’uso delle armi. Nel frattempo avevo iniziato a parlare il loro linguaggio gutturale, pur addolcito dalla mia inflessione umana e ancora inframmezzato ogni tanto da versi ferini.

Avevo tanti compagni di gioco fra i figli dei nani e mi trovavo bene, ma in fondo mi sentivo sola. Non ero a casa mia, non ero con gente della mia razza e la stessa vita me lo ricordava ogni giorno.

Con il passare degli anni cresceva il desiderio di andarmene dalle caverne dei nani per cercare uomini e donne come me. Il desiderio fu acuito dal passaggio di un uomo venuto a creare un accordo commerciale coi nani: restò qualche mese e mi insegnò a leggere e a scrivere il linguaggio umano ma al momento della partenza non volle prendermi con sé. Sulla strada del ritorno avrebbe attraversato luoghi pericolosi e non si sentiva di portarsi dietro una bambina che poteva avere sì e no dodici anni. Mi promise di tornare a prendermi di lì a qualche anno ma non lo vidi mai più.

Tre anni dopo presi la decisione di andarmene.

(segue)