Mar 1 Giu 2004
Camminai per tre giorni in direzione sud-ovest finché non arrivai a quello che da lontano pareva un villaggio abbandonato. Ma fatti pochi passi nella strada principale i miei sensi captarono un sottile odore di carne bruciata e da lontano intravidi due o tre capanne rase al suolo. Immediatamente feci per voltarmi e cominciare a correre in direzione opposta ma mi trovai la strada sbarrata da due uomini vestiti di scuro e dalle barbe incolte. Lo stomaco mi si chiuse in una morsa. Mi girai di nuovo, tutti i miei sensi in allarme, e dall’altra parte ne vidi un altro. Con il cuore in gola cominciai a correre con tutte le mie forze verso l’unico spiraglio rimasto libero tra le capanne ma uno di quegli uomini mi raggiunse e mi prese per i capelli. Strattonandomi mi trascinarono a circa un chilometro di lì, fuori dalla pista che scendeva a valle, dove i loro compagni stavano gozzovigliando. Tra le risate e gli spintoni mi legarono ad un albero e si unirono agli altri. Non un lamento era uscito dalla mia bocca ma sudavo freddo ed ero terrorizzata.
Intanto era scesa la sera e nonostante i miei sensi acuti intravedevo solo le loro sagome stagliarsi contro il fuoco, mentre sentivo le loro urla e i loro sghignazzi. Ad un tratto sobbalzai sentendo avvicinarsi qualcuno: era uno di loro. Mi toccò i capelli e me li tirò in malo modo dicendomi in un dialetto che comprendevo a fatica che all’alba me li avrebbero tagliati per prendere tutti i gioielli. Ma capii subito che non si sarebbero limitati a tagliarmi i capelli. Rideva toccandomi e il suo fetore riempiva le mie narici facendomi girare la testa.
All’improvviso mi fissò strabuzzando gli occhi in maniera abnorme e mi crollò addosso con tutto il suo peso. Dietro di lui nell’oscurità, in piedi, si ergeva una donna altissima e muscolosa. Lunghi capelli biondi coprivano le sue spalle e il suo viso particolare era di una bellezza fuori dal comune. Lungo i suoi fianchi pendevano due pesanti foderi e la sua mano destra impugnava una grossa spada grondante di sangue. I suoi strani occhi emanavano bagliori rossastri nel buio ma mi sorrideva. Ai miei occhi parve una dea.
Velocemente si chinò, tagliò le corde che mi tenevano legata e mi aiutò ad alzarmi mettendomi in mano una daga leggera.
Nel frattempo sentivo urla femminili mescolarsi a quelle maschili e cozzi di metallo, mentre ombre confuse passavano davanti al fuoco. Ci buttammo nella mischia e l’odore del sangue mi ricordò quello delle prede che mi portava mia madre puma, ma più intenso. Buttai fuori tutta la mia rabbia e urlando e ringhiando mi gettai su quegli uomini che volevo vedere morti.
Non ricordo quasi nulla di quei momenti, solo il balenio del fuoco, il ruggito del metallo delle armi e degli scudi, l’odore del sangue reso ancora più acre da sudore, paura e urina, e sopra a tutto la rabbia cieca che mi faceva menare fendenti senza quasi nemmeno vedere ciò che facevo, e una sorta di ebbrezza totale, completa.
La battaglia durò poco: i maschi erano in numero esiguo e storditi dal vino…in pochi minuti li uccidemmo tutti.
Solo due delle donne erano rimaste lievemente ferite. Mi dissero di essere Amazzoni e mi portarono con loro.
Il loro capo, Aisha, era la mia salvatrice e mi sorrideva come una sorella maggiore.
Mi presero con loro e mi iniziarono alla vita delle Amazzoni. Diventarono la mia famiglia e Aisha mi istruì ulteriormente alla via delle armi e in particolare al corpo a corpo. Questo continua infatti a restare il mio modo preferito di combattere: calciare a tradimento la terra in faccia all’avversario, spingerlo a terra, prenderlo a calci e farlo cadere con uno sgambetto… in questo modo la mia non eccezionale forza fisica è compensata da un’agilità quasi felina.
(segue)