Della mia nascita non so nulla, non conosco il nome dei miei genitori né ricordo il loro viso.

Stranamente non mi importa, non si può avere rimpianto per qualcosa che non si è mai conosciuto, anche se col passare degli anni in qualche momento la curiosità di conoscere le mie origini si fa acuta.

Dei miei primi anni ricordo solo la chioma di alberi altissimi brillare nel sole e rifulgere al chiarore delle stelle, mentre io guardavo dal basso, nel sempre cupo sottobosco…ricordo i mille rumori della foresta, così diversi di giorno e di notte…ricordo l’odore pungente di escrementi e pellicce d’animale, quello caldo del sangue della preda appena uccisa, quello della terra e delle lucenti cortecce degli alberi appena dopo la pioggia.

Ma sopra ogni cosa ricordo il sapore dolciastro e acre insieme del latte di mia madre, il suo pelo morbido e caldo contro il mio viso di bimba e sotto le mie piccole mani, la sua lingua ruvida che lavava con cura il mio corpo e il suo fiato caldo che mi scaldava di notte.

Doveva parere strano anche a lei questa cucciola, trovata ed allattata (ora penso che non mi avesse uccisa perché doveva aver da poco perso i suoi cuccioli e avere latte in eccesso), che la seguiva correndo carponi ma che tardava a diventare indipendente come invece sarebbero diventati molto più velocemente i suoi cuccioli naturali.

Potevo avere tre anni, forse quattro, quando una pattuglia di nani in ricognizione nella foresta di Jajn Dur mi trovò.

Piangevo disperata vicino al corpo esanime di quella che io riconoscevo come unica madre: una leonessa di montagna uccisa da un orso. Io avevo assistito al combattimento delle due belve e ne ero anzi la causa. Infatti l’orso aveva visto in quel piccolo essere mezzo umano e mezzo fiera un facile pranzo e la leonessa gli si era avventata contro per proteggermi. E l’aveva ucciso, morendo però subito dopo per le ferite subite.

I nani mi portarono con loro e mi affidarono alle cure della sorella del re, una nana dal carattere tanto iroso quanto d’animo buono. Con il passare dei mesi mi insegnò a camminare come un essere umano e, nonostante all’inizio mi guardasse con una certa compassione, nel giro di pochi anni le mie gambe divennero dritte e forti, così come la mia schiena.

Mi insegnò anche a parlare e qui ebbe qualche difficoltà in più. Durante il primo anno avevo imparato la lingua dei nani ma mi rifiutavo caparbiamente di parlarla: dalle mie labbra uscivano solo sibili, soffi e piccoli ruggiti…soltanto a volte, quando ero di buon umore, qualche mugolio e fusa di soddisfazione. Già allora emergeva il mio non facile carattere. Ancora oggi posso passare repentinamente dal riso alla rabbia e viceversa, e ancora oggi, specialmente quando sono in tensione, i miei occhi si chiudono a fessura e le mie labbra emettono un suono basso simile ad un sordo ruggito.

I nani mi trattavano bene, tuttavia spesso leggevo nei loro sguardi una punta di diffidenza nei riguardi di una bambina di un’altra razza e per di più mezza belva. Quando ebbi sette, otto anni ed ero già più alta della media degli adulti, cominciarono ad insegnarmi a combattere e per mezzo dell’esercizio fisico trovai modo di sfogare la mia innata aggressività. Mi rotolavo a terra con i miei piccoli compagni nani ed imparavo a difendermi nel corpo a corpo, e col tempo mi insegnarono anche l’uso delle armi. Nel frattempo avevo iniziato a parlare il loro linguaggio gutturale, pur addolcito dalla mia inflessione umana e ancora inframmezzato ogni tanto da versi ferini.

Avevo tanti compagni di gioco fra i figli dei nani e mi trovavo bene, ma in fondo mi sentivo sola. Non ero a casa mia, non ero con gente della mia razza e la stessa vita me lo ricordava ogni giorno.

Con il passare degli anni cresceva il desiderio di andarmene dalle caverne dei nani per cercare uomini e donne come me. Il desiderio fu acuito dal passaggio di un uomo venuto a creare un accordo commerciale coi nani: restò qualche mese e mi insegnò a leggere e a scrivere il linguaggio umano ma al momento della partenza non volle prendermi con sé. Sulla strada del ritorno avrebbe attraversato luoghi pericolosi e non si sentiva di portarsi dietro una bambina che poteva avere sì e no dodici anni. Mi promise di tornare a prendermi di lì a qualche anno ma non lo vidi mai più.

Tre anni dopo presi la decisione di andarmene.

(segue)