Mar 1 Giu 2004
...freddezza.
Journal di KhrysorHo sempre pensato che lo shalafi non mi stesse realmente istruendo.
Me ne rendo conto solo adesso, solo ora che ancora la mia mano trema, di un tremore figlio dell'eccitazione della battaglia e non della paura: ho sempre pensato, in un angolo riposto tra le profondita' del mio animo, che lo shalafi tenesse per se i suoi segreti piu' potenti, le formule proibile e realmente efficaci, i rituali di Alta Magia... In fondo, consideravo l'apprendistato come un inizio: l'opportunita' di accedere a quel mondo tanto odiato da mio padre e dalla mia razza, il mondo delle Arti Arcane.
Avrebbe avuto senso, me ne rendo conto: perche' mai avrebbe dovuto rivelarmi i suoi segreti piu' efficaci, i suoi incantamenti piu' distruttivi? Non ha senso dare potere, specie quando si ha potere...
Oggi, dopo quello che e' successo, mi rendo conto di avere in parte ragione e in parte torto.
Ha i suoi segreti. Lo so, me l'ha detto lui stesso: fin da cucciolo l'ho visto pronunciare formule non riportate sui tomi arcani, e piu' volte l'ho visto invocare entita' che nessuna malia avrebbe avvinto alla mia volonta', ma che si inchinavano a lui riconoscendolo quale padrone.
Ma mi ha istruito bene...
La sua mano trema leggermente, l'inchiostro sbava e una macchia si allarga sul foglio.
Oggi, mentre cercavo qualcuno di quei funghi e quelle muffe che unici crescono nelle profondita' della Terra d'Ombra, riflettendo su quanto accaduto ieri a Takjar, ho messo un piede in fallo e sono rovinato in un pozzo. Disdicevole, dato che avevo addirittura recitato l'incantamento di infravisione, per maggiore sicurezza. Fatto sta che e' accaduto: chi e' causa dei suoi mal pianga se stesso, e cosi', per colpa della distrazione, sono precipitato.
Quando mi sono riavuto dalla caduta, una stanza si apriva davanti ai miei occhi: uno stretto passaggio in pietra, claustrofobico ma corto, conduceva a una stanza ammantata di tenebra...
Rialzandomi, ho sentito i miei calzari calpestare qualcosa che il mio peso ha mandato in frantumi... Ossa, ossa umane, ossa di felar, snelle ossa di elfi, ossa di troll spesse come quercie... Ossa ovunque, ricoprivano il pavimento della stanza.
Ed e' stato allora, in quel preciso istante, che tutto e' iniziato.
C'era odore di morte, nell'aria. Qualcuno salmodiava litanie in una lingua a me ignota, da qualche parte nel budello di stanze e cunicoli nell'ombra che mi si apriva davanti. Ogni mio senso era teso al massimo, e sentivo una promessa di morte dietro ogni pietra, dietro ogni ombra, dietro ogni granello di polvere nella stanza. Sapevo una sola cosa: non avrei dovuto essere li, e quella era forse l'ultima opportunita' che avevo di andar via, ammesso che il portale avesse risposto al mio richiamo, inghiottendomi e riportandomi alla tranquillita' della torre.
Ho alzato la mano, stringendo la polvere rossa e preparandomi a decantare la formula... Poi, improvvisamente, me ne sono reso conto.
La morte mi era daccanto. La morte pregnava ogni pietra di quella stanza. La morte si annidava in ognuna delle ossa che ne ricoprivano il pavimento.
...e io non avevo paura...
Una innaturale calma mi aveva pervaso. Uno stato di quiete, freddezza innaturale e glaciale. La mia mente ragionava razionalmente, non preda di eccitazione, non attanagliata dal terrore. I miei sensi erano all'erta. Le formule di protezione erano chiare nei miei pensieri, e ricordavo istintivamente quale tasca nascondesse ogni singola e specifica componente necessaria alla formula.
Ero completamente padrone di me stesso... Ed era quello il vero insegnamento dello shalafi, solo ora me ne rendevo conto. Mi ha insegnato le formule. Mi ha spiegato la magia. Ma piu' d'ogni altra cosa, mi ha donato la padronanza di me, senza la quale ogni prova e ogni battaglia e' persa ancor prima di iniziare.
Posai la polvere nella tasca del mantello che ne custodisce la fiala, e mi avviai nella camera a passo lento, mentre le barriere magiche rispondevano al mio richiamo, gli scudi di luce si alzavano silenziosamente. Inspirai profondamente, senza baldanza e senza timore, senza certezze e senza panico: volevo solo capire, e avrei continuato. Cosi' era deciso.
Una figura mi aspettava nella stanza accanto. Tra le ombre, visibile ma indistinguibile, mi sbarrava la strada. Semplicemente, continuai ad avanzare. Semplicemente, mi attacco'. Mentre la mia barriera protettiva defletteva il suo primo colpo, infilai una mano nella tasca delle componenti per le maledizioni. Sapevo che voleva la mia morte, e vedevo che molto probabilmente gli sarebbe stato discretamente facile ottenerla, se lo scontro fosse stato sul piano fisico. Ciononostante, ero freddo.
Strinsi la polvere azzurrina delle maledizioni minori tra le dita, spostandomi di mezzo lato giusto in tempo per evitare una feroce carica. Vidi la figura sbattere contro la parete, quindi voltarsi, ignorando ogni dolore, se anche dolore avesse provato, e tornare alla carica. Instancabie. Implacabile. Avanzava come la marea, inesorabilmente, aggredendo le mie barriere con forza e determinazione. Piu' volte le sue mani si fecero strada tra i miei incantamenti protettivi, e piu' volte lividi e ferite, e tagli e contusioni affiorarono sul mio corpo. Non me ne curavo.
Chiusi gli occhi, invocando la notte e Mobius affinche' venisse in mio soccorso, come lo shalafi mi aveva insegnato: quindi attesi l'ennesima carica, e quando arrivo' gettai la polvere su di lui, rendendolo cieco. Quindi, potenziando le mie corde vocali e attingendo energia dal mana che mi circondava, urlai a un passo di distanza da lui.
Era cieco e sordo ora, inoffensivo. Per un attimo valutai la possibilita' di ucciderlo, ma scartai immediatamente l'idea: era gia' un affronto che mi trovassi in un luogo in cui sicuramente non sarei dovuto stare, avrei fatto bene a evitare qualsivoglia azione offensiva, a meno di non esserne costretto.
Avanzai, giungendo in una camera piu' appartata, dove un sacerdote salmodiava litanie a me incomprensibili: sembrava in estasi, gli occhi sbarrati e le pupille dilatate, e non rispondeva a nessuna delle mie domande: o mi ignorava, o non poteva comprendere la mia presenza in quel posto, perso nel proprio rituale.
Avanzai verso un altare, completamente ricoperto da strane rune. Il sangue lo ricopriva, grondando dal centro, dove un cuore ancora caldo era stato deposto davanti alle effigi di varie divinita' a me ignote. Solo tre ne riconobbi: la statua di Mobius, l'effige di Asuka, e il simbolo di Zeius. E sotto le effici, una scritta runica, che a fatica riuscivo a decifrare: "Altare degli Invasori.".
E fu allora che udii la seconda presenza nella stanza. Mi voltai, e non v'era nulla di diverso: ma sentivo qualcosa nell'aria. L'odore di morte.... L'odore di morte s'era fatto piu' denso, piu' pesante, piu' opprimente. Qualcosa mi stava osservando, nascosta in qualche modo a me ignoto. Qualcosa bramava la mia morte.
E improvvisamente usci' dalle ombre, immobile e stupendo, letale e maestoso. Le linee del volto orrendamente distorte in una maschera grottesca e mostruosa, i canini lunghi e acuminati che rilucevano alla luce delle torce della stanza. Due occhi, gelidi e pieni d'odio, mi fissavano da quel volto grottesco e stupendo: uno riluceva di un azzurro gelido come acciaio, mentre l'altro era di un leggero colore verde smeraldo, creando un contrasto netto sul volto dell'essere.
E poi si mosse.
Quasi non vidi il suo movimento, tanto era veloce: ma percepii l'odio farsi piu' intenso, e capii che sarei morto. E non mi importava. Ero ancora padrone di me stesso... E qualsiasi cosa volesse la mia vita, li, tra quelle ombre, ne avrebbe prima pagato il prezzo.
Sentii le sue gelide dita sfiorare il mio collo, e un innaturale torpore pervadere le mie membra: ma sapevo cosa mi stava facendo, e ora conoscevo la natura della creatura che stavo affrontando. E potevo resisterle. Mi concentrai, cercando di vincere il sonno innaturale che mi pervadeva, quindi colpii il suo busto con un gomito, allontanandolo da me quel tanto che bastava da interrompere il letale abbraccio. Ringhiando stupito, l'essere mi si avvento' nuovamente contro.
E se l'uomo che avevo fronteggiato prima mi era apparso forte, questo essere ora mi appariva invincibile. Il suo pugnale guizzava furioso, raggiungendo le mie carni e affondando. Le mie barriere cedevano al suo passaggio, e spesso era troppo veloce per riuscire a parare i colpi furiosi ma perfetti che mi indirizzava contro. E quando lo allontanavo da me per ricorrere alla magia, tendeva le mani e vomitava fiamme di un innaturale colore violetto, che bruciavano il mio pelo e il cui fumo acre mi toglieva il respiro.
...era la morte, ed era li per me. E come un titano, torreggiava su di me, marcando l'abisso che ci separava con ogni colpo che straziava le mie carni. Ma ero ancora freddo. Innaturalmente padrone di me e calmo.
Ancora stringevo in mano la sottile polverina azzurra usata pocanzi. E quando, nella furia dell'attacco, si getto' nuovamente su di me per finirmi, abbasso' la guardia quel tanto che mi fu sufficiente per scagliarla nei suoi occhi.
E la scena si ripete', com'era nei miei piani, com'era stato con il primo assalitore: lo privai della vista e dell'udito, ritraendomi da lui, lacero e sanguinante, ma vivo. E ora era mio. E volevo risposte...
...cio' che e' accaduto in seguito non ha alcuna importanza.
Non ha avuto alcuna importanza l'intervento di quel felar, saltato fuori dal nulla e intromessosi nella discussione proprio mentre interrogavo il vampiro, cercando di mediare e riuscendo alla fine a distogliermi dalle mie domande.
...un rifiugio segreto, gia'...
...un rifugio che solo loro due conoscono...
...e bisogna mantenere il segreto... Ma certo, capisco benissimo... ovvio....
Sorridevo, ma non con le labbra, bensi' dentro di me: sorridevo trionfante, mentre annuivo al cumulo di menzogne che mi propinavano, desideroso di allontanarmi non meno di quanto lo fossero loro di vedermi andar via.
Perche' comunque, senza saperlo, mi hanno fornito piu' risposte di quante non osassi sperare.
Ho visto il modo in cui sono usciti dalle ombre della stanza, quasi che le ombre stesse ne avessero plasmato le figure, prima di mostrarsi a me. E non e' umano, e non e' una cosa che altri riuscirebbero a fare.
Ma ho gia' visto qualcuno, prima di loro, apparire davanti ai miei occhi cosi'...
...e ho gia' visto una raffigurazione di Asuka come quella che giaceva sull'altare, della medesima lavorazione, della medesima fattura, con le medesime arcane rune scolpite in drowish attorno alla base...
Non e' una questione di risposte, bensi' di domande; cosi' disse lo shalafi.
Ora conosco le domande: e' tempo che arrivino le risposte...