...dorme tranquilla, ora... tranquilla e beata... e nonostante la dolce e beata pace in cui Cetrim tutta sembra immersa, nonostante l'ampollosa cappa di calma che avvolge questa piccola ma immensa oasi di beatitudine, non posso fare a meno di chiedere a me stesso per quanto tutto questo potra' durare...
C'e' un mondo fuori da queste mura. C'e' un mondo in guerra.
I druth...
Cosi' chiamano gli Oscuri in questo mondo; dal canto mio, ho appreso attraverso infinite e infinite esistenze e lotte che ogni mondo in cui tale razza pianta i propri germogli di sangue e carne li noma in diverso modo.
Li combattei quando venivano chiamani Druuchi, e venivano guidati in una crociata fratricida contro coloro che li avevano allontanati dalla loro razza e dal loro mondo, le loro fila ordinate e compunte sotto il comando del grande Re Stregone Malekith.
Li combattei nel mondo dei Reami Dimenticati, quando la smania di potere della casata di Daermon N'ashezbaernon quasi condanno' all'estinzione l'intera Menzoberranzan, creando un nemico che si rivelo' quasi essere mortale per la Nera Stirpe...
...e combattei al loro fianco in altre vite, quando la loro scomparsa era ormai prossima, fedele al mio ruolo di Campione dell'Equilibrio.
Ma non posso che gioire, ora che sospetto che il mio ruolo in questo mondo sia antitetico al ruolo degli Oscuri.
Lentamente chiusi gli occhi, estraniandomi dal vago chiarore proiettato sullo scrittoio dalle luci danzanti delle fiammelle di candele semi dissolte che brillavano poco discoste dalla pagina di diario che scrivevo. Distesi le braccia verso il soffitto, stirando i muscoli impigriti dalla posizione in cui erano costretti, e mantenendo gli occhi chiusi inspirai profondamente l'aria fresca e frizzante che entrava dalla finestra aperta al mio fianco.
Nell'ampio letto a baldacchino, tra morbide e pesanti coperte, giaceva Rahasia, vinta dal sonno. Mantenendo chiusi gli occhi, la immaginai immota a giacere entro quelle tenere e calde coltri, non riuscendo a reprimere un sorriso nello scorrere la liscia pelle del suo braccio, che sicuramente spuntava fuori scoperto come ogni notte... E sorrisi nell'immaginare la goffa agitazione dei suoi sogni. Piu' e piu' volte mi ero fermato, dacche' avevamo condiviso le nostre notti, a osservarla nel sonno; e l'avevo scoperta preda d'un sonno agitato e inquieto, che nonostante mi avesse inzialmente impensierito, aveva finito col lasciarmi sorridente e divertito.
Sognava, la mia dama, sognava arditi combattimenti e battaglie - future, passate, chi puo' dirlo - sognava, e nell'impeto dei sogni si dimenava tra le coltri, mugolando di gioia quando le armate sotto il suo comando sbaragliavano il nemico, gemendo di rabbia quando erano costrette a ripiegare, varcando infiniti campi di battaglia immaginari...
Immaginari per ora, dovetti ricordare a me stesso.
Rahasia voleva combattere.
Era una certezza, ormai; se fosse stata solo la parola di quel druth a confermarmi questo sospetto che nutrivo da giorni, ormai, non vi avrei fatto caso... Ma notavo lo sguardo con cui la mia dama s'incantava a fissare le armature clericali che adornavano le sale degli Ordini Cavallereschi che giornalmente visitavamo, lo notavo e dovevo costringere me stesso ad ammettere l'ineluttabile verita': conoscevo cio' che vi si celava dietro, giacche' quello era stato il MIO sguardo in un'infinita' di vite e di lotte prima di questa, quando ancora la mia vita seguiva l'unica regola della guerra: combattere.
Sospirai, e il suono che giunse alle mie orecchie fu quello d'un sospiro combattuto e mesto; avevo scelto di non combattere, avevo scelto di lasciar riposare la Spada Nera nella sua prigione in questa vita: avevo scelto di prendere e pretendere cio' che i Signori dell'Equilibrio che servivo e avevo servito in infinite vite sembravano caparbiamente negarmi per l'ennesima volta: la pace.
E ora ero dolorosamente conscio di come avessero ancora una volta riso del mio desiderio, e di come tutto mi portasse, per l'ennesima volta inevitabilmente, verso quello che sembrava essere il mio destino.
Sorrisi, volgendo il mio sguardo alla mia dama addormentata, inconscio strumento dei miei Signori, e capii che quanto doveva succedere era ineluttabile... non avrei convinto Rahasia a desistere dai suoi propositi di battaglia. Troppo a lungo il fuoco nelle sue vene aveva giaciuto nella gelida prigione di ghiaccio che il suo ordine aveva intessuto per lei. Ora, libero da ogni costrizione e prigionia, benedetto dalla sua dea, quel fuoco riprendeva ad ardere, lentamente ma inesorabilmente. No, Rahasia avrebbe combattuto, a qualsiasi costo: neppure io potevo convincerla a ritirarsi. E non potevo biasimarla: io avevo solcato infinite vite, visto orrori senza nome e senza volto, varcato il baratro del Caos e affondato la lama nel cuore della Legge, rinascendo in infinite epoche e mondi come Campione di una o dell'altra causa, battendomi per loro e odiando entrambe con lo stesso incessante odio con cui odiavo me stesso e la mia condanna.
Ma lei...
Lei non aveva visto ancora nulla degli orrori che si riprometteva di combattere: e nulla l'avrebbe convinta, finanche avesse veduto cio' che io avevo veduto, giacche' era sua natura combattere per i propri ideali.
Ora capivo, capivo la mia compagna meglio di quanto non avessi mai pensato: dietro la tacita rassegnazione con cui aveva accettato le catene ingiuste e strazianti impostele dal suo Ordine, c'era la ferrea volonta' di andare avanti e di continuare cio' in cui riponeva fede e speranza. Aveva sopportato l'annullamento completo e totale di se, l'umiliazione d'essere nulla e nessuno per quanti avesse portato conforto e aiuto, e tutto questo per convinzione nei propri ideali.
Ora, se anche avesse conosciuto gli orrori a cui andava incontro vestendo l'armatura che tanto bramava, questo non l'avrebbe fatta comunque desistere.
Sospirando, chiusi lentamente il mio Diario, mi svestii e spensi le candele che ancora rischiaravano la stanza, stendendomi sotto le coltri accanto a lei. Sentendo la mia presenza, ma senza destarsi dai suoi sogni, Rahasia si strinse a me nel sonno, e le mie braccia cinsero le sue spalle, lambendole i lunghi capelli biondi e sfiorandole la schiena, lentamente e carezzevolmente.
Non potevo far altro che attendere, e prepararmi all'inevitabile...
Chiusi gli occhi, mentre un'unica purissima nota, d'una dolcezza tale da mettermi i brividi, si spanse nell'aria fresca della stanza; non avevo bisogno di sincerarmi da dove essa fosse scaturita, ne' di interrogarmi sul perche' della sua apparizione... gia' sapevo...
La Spada Nera, prigioniera della sua guaina, giaceva su una sedia poco discosta dal nostro letto, e cantava, nel silenzio della notte, l'ennesima sua vittoria sulla mia debole e sterile ritrosia. Sapeva gia' cos'avrei fatto, cosi' come lo sapevo io, anche se ancora rifuggivo all'idea...