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*Una figura nero ammantata osserva da lontano nelle tenebre dell'underdark la sua città natale per poi allontanarsi e scomparire tra le tenebre...*

Presto potrò tornarvi a testa alta e riabilitare il nome della mia famiglia...

Non credevo che vi fossero così tante persone e così vicine a me che conoscessero il mezzosangue...

Giorni addietro ho incontrato e conosciuto un elfo oscuro rinnegato, tale Vlatel che in base a quanto mi disse Furion ne è stato il maestro...

Non mi stupisce che il mezzo sangue abbia avuto come proprio maestro un elfo oscuro corrotto, cosa ci si può aspettare di diverso da un essere così empio?

Ora però conosco il suo nome...

Thorvin...

A quanto pare anche Koryu l'ha conosciuto, mi ha stupito la cosa...

Entrambi però non mi hanno saputo spiegare, dove posso trovarlo, e neppure fornirmi una descrizione...

Troppi anni sono trascorsi dall'ultima volta che l'hanno veduto!

Hanno però accennato a delle montagne come sua possibile dimora..

Per quanto sia impensabile cogliere di sorpresa un guardia boschi nel suo ambiente naturale; ora che sono così vicino a quello che è stato l'unico obiettivo della mia vita non mi tirerò indietro!

Presto l'altare della triade sarà bagnato dal suo sangue!!!

Sono giorni che camminiamo abbiamo gia' attraversato le lande che conoscevo io, il guerriero conosceva meno terre di me, mentre la strega.... lei pare che sappia molte cose, ci ha gia' tratti in salvo due volte e tutte e due le volte ci trovavamo nei guai per colpa del nano!

A dire il vero non e' che conosca molto bene questi due, il nano e' un guerriero, quindi e' normale che sia un po' scorbutico e attaccabrighe (ma sono sicuro che in fondo e' un grande nano), mentre la strega mi da' da pensare... e' molto taciturna, di solito, ma a volte si lascia andare e mi guarda con fare amabile, anche se scorgo un velo di tristezza nei suoi occhi.

Penso spesso ai miei amici e alla donna che ho lasciato alle mie spalle.... chissa' se li rivedro'.

Quello che mi manca di piu' credo sia la simpatia di Murkemor e i caldi abbracci di Drelind, spero davvero che mi abbiano perdonato per la mia partenza.....

Comunque la strega mi preoccupa proprio adesso che ci penso, l'altra sera ho notato che mentre dormivamo lei singhiozzava, ma quando le ho chiesto se avesse dormito bene mi ha tirato una gelida occhiata ed ha affermato che lei non dorme mai male..... curioso comportamento, dovro' fare attenzione a quella donna. Goiji, cosi' si chiama il nano, ha detto che la strega a volte parla da sola.

La terro' d'occhio... tanto per un po' non dovrebbe accadere nulla, a detta della strega ci aspettano due settimane di deserto.... sigh! e io che amo la Foresta!!!!!!!!

L'ho gia' detto che voevo il chierico con noi????!!!

[Spostato dalle vecchie bacheche]:

Al circolo delle Streghe un calderone ribolle incurante della pioggia che martella Kyrandor..

Una strega nella semi oscurita' si preoccupa di leggere gli ingredienti su una pergamena e facendo uscire una scura mano dall'oscurita, li getta nella pentola che bolle.

-Uhm.. coda di topo, squame di lucertola, foglia di betulla..

Un'altra strega entra in quel momento, e saluta cortesemente la presente.

-Buonasera... e' un piacere vedervi, Milady.. che filtro preparate..?

-se riesco, una pozione per esser piu' potenti.. hmm.. corteccia di legno.. poi..

-Oh, allora non fate caso a me.. staro' in disparte a guardare..

La strega piu' anziana le annuisce, e continua a mescolare gli ingredienti.

-E una volta fatta..cosa ne farete?

La strega esperta sospira..

-Non lo so.. era solo per provare...

Voi non ne fate di pozioni?

-No.. non le so ancora fare..!

-E tutte quelle che portate nello zaino?

Come fate a farvi chiamare alchimista se non le sapete fare?

- Eh, mica posso saper tutto..! Per ora sto studiando alchimia delle erbe.. trovo pozioni e le catalogo.. poi mi mettero' a farle. Sono un'alchimista strega alle prime armi..

(Disse sorridendo..)

-Strega..? ah..siete una strega..? Bene.. mi fa piacere lo abbiate ammesso.. uh..cosa c'e scritto qui..? lingua di squalo.. capello di elfo..

-Si.. certo che sono una strega. Non si capiva.?

-Oh, si, io l'avevo capito. Ma sapete..

(La strega lascia il calderone e si avvicina

all'altra strega..)

..alcune donne lo sono e non l'ammettono..

Sapete leggere che c'e scritto qua..?

-oh..si. occhio di drago.. credo. Ma come fate a sapere che sono streghe? Magari non lo sono veramente!

-Noi streghe siamo diverse dai maghi e dai necromanti.. noi streghe non abbiamo bisogno di studiare, la nostra magia nasce da dentro.. siamo quasi 'creature magiche'.

Per questo motivo, percepiamo quasi subito se un'altra e'..come noi..

hmm.. e' quasi finito..

-Vedere, vedere!

La strega bionda zompetta accanto al calderone..

-Ahahah.. che c'e da vedere? e' solo dell'acqua verde che ribolle! L'effetto si vedra' dopo.. spero.

La streghetta si avvicina alla pentola.. ma leggendo la pergamena, nota un'ultima cosa..

-Ma qua c'e scritto...

-cosa? oh, avete ragione, c'e dell'altro! Ma questa pegamena e' scritta cosi' male..

"Ultimo ingrediente necessario: una lacrima della persona che amate."

-Hmm..

-Oh.. cosa farete adesso?

(Con un sorriso che sembra quasi un ghigho.)

-Nulla. Se per essere piu' potente devo voltar le spalle a chi amo, che me ne faccio..?

-Ma.. siete una strega..

-E dunque..?

Mentre la piccola strega bionda scuote la testa imbarazzata, l'altra prende il calderone incompleto e lo butta fuori alla pioggia.

-La pioggia lavera' tutto questo pasticcio..

E sorridendo, mentre la streghetta ancora la aspettava al caldo del bar, stese le braccia e prese un po' di pioggia..

*[Spostato dalle vecchie bacheche:] Da anteporre a tutto ciò che è scritto qui, pensieri di una Phasys mooolto giovane..*

Diibith era un piccolo villaggio in una terra remota; era uno scuro, piccolo posto dove

raramente i raggi del sole penetravano tra le nere fronde degli alberi... e li' passai la

mia infanzia. Ora provo a ricordare quei momenti, quasi indifferente.. Non so che fine abbia

no fatto i miei amici, non so che fine abbia fatto il villaggio.. non me ne importa niente.

Passai tutta la mia infanzia in quel dannatissimo villaggio, pieno di gente come me, ma non

uguale a me. I miei genitori erano dediti all'arte arcana della necromanzia. Sono cresciuta

in un luogo tetro e saturo di morte..ero gia' morta dentro. Continuavo a essere sgridata,

"se non studi non diventerai mai come noi!" piu' loro mi dicevano di studiare e meno aprivo

libri. Mi opprimevano. Non li sopportavo piu'. Un giorno il nostro villaggio fu invaso da

predoni, barbari.. vidi l'impotenza dei miei genitori di fronte ad un fatto del genere.. la

loro magia non servi' a nulla. Vidi il sangue che ancora cadeva mentre venivano trucidati

davanti a me. Non mi chiesi neanche il motivo del perche' venni risparmiata.. L'assassino

mi guardo' con aria di sufficenza, probabilmente indeciso se lasciarmi vivere o morire, e

intanto, leccandosi le labbra, ammirava la magnificenza della sua impresa, sua e di quei

suoi compagni, tanto superiori alla debole magia del mio villaggio. Io stetti ferma, senza

osare muovermi, fino a quando non se ne furono andati tutti. Smidollati, pensai. E lo penso

tutt'ora.

Un brivido mi assale a ripercorrere questi ricordi. Quando la gente mi dice che dovrei

studiare, mi torna alla mente quel truce episodio, e rispondo "non ne ho bisogno". I piu'

saggi penseranno che sono una sciocca, ma io mi rifiuto di leggere libri di magia.

Preferisco imparare dal vivo ogni tipo di conoscenza, praticare direttamente cio' che i

miei genitori leggevano soltanto... Non voglio diventare come loro. "Sono superiore a

loro", mi dico...ma e' una mera illusione. Che passa subito.

Me ne andai da casa mia sicura, fiera e orgogliosa...

Ora mi guardo allo specchio e non mi riconosco piu'. Sono stanca dentro. Mi sento morta.

Provo invidia per tutto e tutti, in alcuni momenti odio il mondo intero, soprattutto provo

invidia per la bellezza altrui, mi guardo e noto che i difetti dello spirito stanno

divorandomi, infettando anche il mio corpo.... Non so che fine abbia fatto la mia

fierezza...giuro che se lo sapessi andrei a riprendermela.

Per sfogare la mia frustrazione uccido e infierisco sugli altri. La mia vita e' vuota.

L'unico bagliore e' mio marito. E i pochi amici che ho. Il resto e' nulla. Il mondo non

mi ha mai dato nulla. Rido istericamente, cercando di soffocare la tristezza nel mio cuore..

.e poi piango in silenzio ma vorrei gridare.. non sono neanche degna di essere chiamata

Strega. L'accidia mi sta divorando, e io non sono in grado di muovere un dito, proprio come

allora....

Camminai per tre giorni in direzione sud-ovest finché non arrivai a quello che da lontano pareva un villaggio abbandonato. Ma fatti pochi passi nella strada principale i miei sensi captarono un sottile odore di carne bruciata e da lontano intravidi due o tre capanne rase al suolo. Immediatamente feci per voltarmi e cominciare a correre in direzione opposta ma mi trovai la strada sbarrata da due uomini vestiti di scuro e dalle barbe incolte. Lo stomaco mi si chiuse in una morsa. Mi girai di nuovo, tutti i miei sensi in allarme, e dall’altra parte ne vidi un altro. Con il cuore in gola cominciai a correre con tutte le mie forze verso l’unico spiraglio rimasto libero tra le capanne ma uno di quegli uomini mi raggiunse e mi prese per i capelli. Strattonandomi mi trascinarono a circa un chilometro di lì, fuori dalla pista che scendeva a valle, dove i loro compagni stavano gozzovigliando. Tra le risate e gli spintoni mi legarono ad un albero e si unirono agli altri. Non un lamento era uscito dalla mia bocca ma sudavo freddo ed ero terrorizzata.

Intanto era scesa la sera e nonostante i miei sensi acuti intravedevo solo le loro sagome stagliarsi contro il fuoco, mentre sentivo le loro urla e i loro sghignazzi. Ad un tratto sobbalzai sentendo avvicinarsi qualcuno: era uno di loro. Mi toccò i capelli e me li tirò in malo modo dicendomi in un dialetto che comprendevo a fatica che all’alba me li avrebbero tagliati per prendere tutti i gioielli. Ma capii subito che non si sarebbero limitati a tagliarmi i capelli. Rideva toccandomi e il suo fetore riempiva le mie narici facendomi girare la testa.

All’improvviso mi fissò strabuzzando gli occhi in maniera abnorme e mi crollò addosso con tutto il suo peso. Dietro di lui nell’oscurità, in piedi, si ergeva una donna altissima e muscolosa. Lunghi capelli biondi coprivano le sue spalle e il suo viso particolare era di una bellezza fuori dal comune. Lungo i suoi fianchi pendevano due pesanti foderi e la sua mano destra impugnava una grossa spada grondante di sangue. I suoi strani occhi emanavano bagliori rossastri nel buio ma mi sorrideva. Ai miei occhi parve una dea.

Velocemente si chinò, tagliò le corde che mi tenevano legata e mi aiutò ad alzarmi mettendomi in mano una daga leggera.

Nel frattempo sentivo urla femminili mescolarsi a quelle maschili e cozzi di metallo, mentre ombre confuse passavano davanti al fuoco. Ci buttammo nella mischia e l’odore del sangue mi ricordò quello delle prede che mi portava mia madre puma, ma più intenso. Buttai fuori tutta la mia rabbia e urlando e ringhiando mi gettai su quegli uomini che volevo vedere morti.

Non ricordo quasi nulla di quei momenti, solo il balenio del fuoco, il ruggito del metallo delle armi e degli scudi, l’odore del sangue reso ancora più acre da sudore, paura e urina, e sopra a tutto la rabbia cieca che mi faceva menare fendenti senza quasi nemmeno vedere ciò che facevo, e una sorta di ebbrezza totale, completa.

La battaglia durò poco: i maschi erano in numero esiguo e storditi dal vino…in pochi minuti li uccidemmo tutti.

Solo due delle donne erano rimaste lievemente ferite. Mi dissero di essere Amazzoni e mi portarono con loro.

Il loro capo, Aisha, era la mia salvatrice e mi sorrideva come una sorella maggiore.

Mi presero con loro e mi iniziarono alla vita delle Amazzoni. Diventarono la mia famiglia e Aisha mi istruì ulteriormente alla via delle armi e in particolare al corpo a corpo. Questo continua infatti a restare il mio modo preferito di combattere: calciare a tradimento la terra in faccia all’avversario, spingerlo a terra, prenderlo a calci e farlo cadere con uno sgambetto… in questo modo la mia non eccezionale forza fisica è compensata da un’agilità quasi felina.

(segue)

Per mesi, intorno ai fuochi comuni accesi nelle sere d’inverno, avevo interrogato gli anziani e gli esploratori dei nani sulle strade per raggiungere Kyrandor ed ero riuscita a disegnarmi una mappa rudimentale. Aspettavo solo il disgelo per partire. La mia madre adottiva sapeva della mia decisione e ne era rattristata, come anche gli altri.

Ma colui che ne era più addolorato di tutti era il figlio del re dei nani. Una sera mi confessò di amarmi. Ne fui sorpresa ma nel mio cuore non c’era amore per lui. Tutt’al più affetto fraterno e un poco di tenerezza.

Gli dissi la verità, sono sempre stata sincera. Incassò ma continuò a professarmi il suo amore.

Una sera venne da me con una pietra di rara bellezza: un piccolo diamante grezzo a cui una forte componente azotata dava magnifici riflessi verdi. Disse che si accordava bene con i miei occhi.

Presso i nani la pratica di offrire pietre preziose ad una femmina per conquistarla non ha nulla di offensivo, anzi viene reputato un gesto d’amore e di devozione. Del resto lui sapeva bene quanto mi piacessero le pietre preziose, parecchie volte io stessa ero andata con lui a visitare le miniere in cui i nani estraevano le loro risorse e ne ero rimasta affascinata. Io, normalmente incapace di restare ferma anche solo un momento, davanti a quelle piccole meraviglie m’incantavo per lunghissimi istanti a studiarne la luce e la forma.

Mi fece vedere a lungo il diamante nel palmo della sua mano, poi, con una mossa che gli prese solo qualche minuto, lo fissò ai miei capelli con un sottilissimo filo d’oro e mi pose uno specchio. La pietra risaltava fra la mia chioma fulva dandovi una luce incredibile. Sorrisi. Lui anche. Quella notte lo feci restare. E molte altre ancora.

I miei capelli si riempirono di diamanti, smeraldi, rubini, zaffiri, persino una rarissima perla che sicuramente veniva da molto lontano da lì.

Spesso mi sono chiesta cosa mi avesse portato a restare. Non i gioielli, nonostante i maligni possano pensarlo. Non l’amore verso di lui. Credo essenzialmente fosse per combattere l’immenso senso di solitudine che mi accompagnava da sempre e che, alla decisione di partire, si era acuito. Restare, e restare per lui, significava potermi finalmente sentire parte di qualcosa, di un mondo a cui non appartenevo per razza e forse neppure per cultura, significava essere finalmente importante per qualcuno.

Ma mentre passavano i giorni e la mia ansia di partire andava aumentando, cominciai a rendermi conto che stavo raccontando menzogne a me stessa, e inconsapevolmente illudevo anche lui.

Finché presi la decisione di andarmene sul serio. Gliela comunicai solo la sera prima, per evitare i lunghi addii. Non li sopporto, non li ho mai sopportati. Penso soffrisse ma restare sarebbe stato andare contro la mia natura e contro me stessa.

La mattina dopo salutai la mia nana irosa che tra le lacrime e le imprecazioni mi diede uno zaino pieno di cibarie e mi congedò in malo modo…ancora non so se mi maledì o benedì, ma a suo modo credo la seconda.

Uscii dalle caverne dei nani e cominciai a camminare all’aria aperta, seguendo il sentiero che portava a valle. Mi fermai a guardare il sole che sorgeva in quel momento da dietro le montagne e ricordo che provai una strana euforia mentre il mio stomaco era attanagliato da una morsa di paura. Mi sistemai meglio lo zaino sulle spalle e mi incamminai.

(segue)

Della mia nascita non so nulla, non conosco il nome dei miei genitori né ricordo il loro viso.

Stranamente non mi importa, non si può avere rimpianto per qualcosa che non si è mai conosciuto, anche se col passare degli anni in qualche momento la curiosità di conoscere le mie origini si fa acuta.

Dei miei primi anni ricordo solo la chioma di alberi altissimi brillare nel sole e rifulgere al chiarore delle stelle, mentre io guardavo dal basso, nel sempre cupo sottobosco…ricordo i mille rumori della foresta, così diversi di giorno e di notte…ricordo l’odore pungente di escrementi e pellicce d’animale, quello caldo del sangue della preda appena uccisa, quello della terra e delle lucenti cortecce degli alberi appena dopo la pioggia.

Ma sopra ogni cosa ricordo il sapore dolciastro e acre insieme del latte di mia madre, il suo pelo morbido e caldo contro il mio viso di bimba e sotto le mie piccole mani, la sua lingua ruvida che lavava con cura il mio corpo e il suo fiato caldo che mi scaldava di notte.

Doveva parere strano anche a lei questa cucciola, trovata ed allattata (ora penso che non mi avesse uccisa perché doveva aver da poco perso i suoi cuccioli e avere latte in eccesso), che la seguiva correndo carponi ma che tardava a diventare indipendente come invece sarebbero diventati molto più velocemente i suoi cuccioli naturali.

Potevo avere tre anni, forse quattro, quando una pattuglia di nani in ricognizione nella foresta di Jajn Dur mi trovò.

Piangevo disperata vicino al corpo esanime di quella che io riconoscevo come unica madre: una leonessa di montagna uccisa da un orso. Io avevo assistito al combattimento delle due belve e ne ero anzi la causa. Infatti l’orso aveva visto in quel piccolo essere mezzo umano e mezzo fiera un facile pranzo e la leonessa gli si era avventata contro per proteggermi. E l’aveva ucciso, morendo però subito dopo per le ferite subite.

I nani mi portarono con loro e mi affidarono alle cure della sorella del re, una nana dal carattere tanto iroso quanto d’animo buono. Con il passare dei mesi mi insegnò a camminare come un essere umano e, nonostante all’inizio mi guardasse con una certa compassione, nel giro di pochi anni le mie gambe divennero dritte e forti, così come la mia schiena.

Mi insegnò anche a parlare e qui ebbe qualche difficoltà in più. Durante il primo anno avevo imparato la lingua dei nani ma mi rifiutavo caparbiamente di parlarla: dalle mie labbra uscivano solo sibili, soffi e piccoli ruggiti…soltanto a volte, quando ero di buon umore, qualche mugolio e fusa di soddisfazione. Già allora emergeva il mio non facile carattere. Ancora oggi posso passare repentinamente dal riso alla rabbia e viceversa, e ancora oggi, specialmente quando sono in tensione, i miei occhi si chiudono a fessura e le mie labbra emettono un suono basso simile ad un sordo ruggito.

I nani mi trattavano bene, tuttavia spesso leggevo nei loro sguardi una punta di diffidenza nei riguardi di una bambina di un’altra razza e per di più mezza belva. Quando ebbi sette, otto anni ed ero già più alta della media degli adulti, cominciarono ad insegnarmi a combattere e per mezzo dell’esercizio fisico trovai modo di sfogare la mia innata aggressività. Mi rotolavo a terra con i miei piccoli compagni nani ed imparavo a difendermi nel corpo a corpo, e col tempo mi insegnarono anche l’uso delle armi. Nel frattempo avevo iniziato a parlare il loro linguaggio gutturale, pur addolcito dalla mia inflessione umana e ancora inframmezzato ogni tanto da versi ferini.

Avevo tanti compagni di gioco fra i figli dei nani e mi trovavo bene, ma in fondo mi sentivo sola. Non ero a casa mia, non ero con gente della mia razza e la stessa vita me lo ricordava ogni giorno.

Con il passare degli anni cresceva il desiderio di andarmene dalle caverne dei nani per cercare uomini e donne come me. Il desiderio fu acuito dal passaggio di un uomo venuto a creare un accordo commerciale coi nani: restò qualche mese e mi insegnò a leggere e a scrivere il linguaggio umano ma al momento della partenza non volle prendermi con sé. Sulla strada del ritorno avrebbe attraversato luoghi pericolosi e non si sentiva di portarsi dietro una bambina che poteva avere sì e no dodici anni. Mi promise di tornare a prendermi di lì a qualche anno ma non lo vidi mai più.

Tre anni dopo presi la decisione di andarmene.

(segue)

Mio caro uzok,ci conosciamo da molto tempo,eppure ogni volta che ti vedo noto che la nostra amicizia sempre di piu'..... Mi hai salvato la vita piu' di qualche volta,ma come faccio io per ricompensarti? Io posso solo aiutarti a combattere..... Le cose che mi hai procurato,non me le avrebbe potuto procurare nessun'altro.Mi hai procurato tutta la merce di prima qualita',Se c'e' qualche modo con cui posso ricompensarti,poi se hai fatto un'impresa eroica sarai ricompensato da Chastil per il dono immenso che mi hai fatto.Sento che questo e' l'inizio di un'amicizia lunga ed eterna......

Cario Diario,

come vedi torno, dopo molto tempo, a sfogarmi con te. Forse perchè sei l'unico che mi può capire veramente, forse perchè stai in silenzio e accetti quello che sono senza false speranze...

Credevo che la vicinanza dell'Amore mi stesse salvando dal lato oscuro che risiede in me e che odio con tutta me stessa. Ed effettivamente è stato così per molto tempo, guardandomi allo specchio vedevo solo un'elfa delle rocce, la vampira era qualcosa di forte che usciva al momento del bisogno ma senza interferire con la vita sociale... Insomma credevo che Lyonel avesse avuto il potere di cambiarmi, facendo emergere la vera Anny, la rockseer.

Quanto mi sbagliavo...

Ieri è successa una cosa terribile.... Al solo pensiero vorrei conficcare i miei stessi canini nella mia carne...

Deleth mi affidò una missione che pareva piuttosto fattibile: trovare un gruppo di ninfe nelle strane terre di Arcadia, e, ovviamente, giustiziarle... Decisa a portare a termine la missione mi incamminai, e arrivata là mi accorsi che si trattava di un vero e proprio labirinto... La strada era come una spirale, ma più ne cercavo il capo, più me ne allontanavo...

Ero fuori di me! Non poteva essere una missione così difficile! Sentivo la rabbia montarmi dentro... Finalmente giunsi nel luogo dove le ninfe erano appostate... Si stavano divertendo molto, loro e un gruppo di satiri cantavano e danzavano e non erano i soli: poco più in la, un po' in disparte, scorsi un'elfa e un satiro, intenti a chiacchierare e a godersi la bellezza del posto... Già, il posto era davvero splendido... Trasmetteva tranquillità e pace...

E fu proprio quando percepii questa pace che sentii che la rabbia si stava nutrendo dentro di me e cresceva cresceva... Odiavo tutto! Odiavo tutto quello che mi circondava: i satiri. le ninfe, Lyonel...

Lyonel, Lyonel, Lyonel... in che guaio ti sei messo? Non avresti mai dovuto rivolgermi la parola quel giorno a Lamwothor... non avremmo mai dovuto incontrarci tu ed io, prima o poi ti rovinerò la vita, sempre che non l'abbia già fatto...

Lui cercava di farmi ragionare, di farmi comprendere l'allegria di quel momento e la bellezza di quello che avevamo intorno, ma più insisteva, più la mia rabbia mi accecava... Anche l'elfa e il satiro, forse mi avevano guardato in faccia e avevano capito le mie crudeli intenzioni, cercavano di farmi cambiare idea... Ma chi li ascoltava più? La brutta Annyre, quella cattiva, prese il sopravvento e si gettò nella mischia, colpendo a destra e sinistra, e così, in nome degli Dei, uccisi, senza pietà, le ninfe e pure i satiri...

Dopo è stato come rinascere, finalmente mi liberavo di tutta quell'ira, tornavo l'Anny che veramente accetto... Ma con lei anche la consapevolezza del gesto che avevo compiuto.

Ed è stato come svegliarsi da un incubo...

Ora mi sento terribilmente in colpa verso i testimoni dell'accaduto: l'elfa, mi pare che il satiro l'avesse chiamata Arimi, il satiro stesso, del quale purtroppo non ho afferrato il nome, e Lyonel.

Coi primi due non ho ancora avuto modo di scusarmi, sempre se accetteranno le scuse di una terribile succhiasangue come me e soprattutto dopo il modo terrificante in cui mi sono comportata...

Con Lyonel invece ho parlato stamane, spiegandogli tutto quello che sto scrivendo a te, Diario. Non credo mi abbia compresa davvero. Lui crede che stia lottando con la parte cattiva, che vuole venire fuori e che ciò è quasi un "bene" perchè significa che sto combattendo... Lui mi ama, questo lo so, ma quest'amore gli fa soltanto sperare che quello di ieri sia stato un piccolo episodio isolato... Invece io temo che possa accadere di nuovo... sempre più spesso. Ho paura che quella sia la mia vera natura.

Non so cosa fare, vorrei scappare da tutti, soprattutto da lui, che prima o poi capirà quanto gli sto nuocendo... ma se lo facessi, morirei dentro, e non saprei proprio cosa ne sarebbe di me...

Si ricordava solo che aveva un visto un nuovo sentiero, e l'aveva seguito. Dovunque portasse non gli interessava. Era un nuovo sentiero.

E adesso?

Il sentiero va avanti, colmo di rimpianti, incertezze e odio. Ma se fosse solo per questi il sentiero sarebbe un'inferno. E lui è certo che la speranza sia un bene di tutti.

E' certo che basti avanzare ancora lungo il sentiero... O forse uscirne del tutto...perchè non tracciarne uno nuovo, dopotutto?

Si chiese se in altri luoghi l'avrebbero accettato... Ma sinceramente sapeva che la sua paura era di non essere amato e di conseguenza di non avere il coraggio di amarsi.

Si fermò a lavarsi in una gelida e tersa polla d'acqua...