Troppo facile.
La finestra al primo piano della costruzione era aperta, spalancata. La ronda passata da due minuti, e le guardie ne avrebbero impiegati altri sette prima di tornare su quel lato dell'edificio. Persino la luce di Marhis e delle stelle era coperta da nuvole pesanti e cupe. Era tutto troppo facile.
Scrollando le spalle, Larhalt si mosse dal suo nascondiglio tra le ombre: raggiunse silenziosamente lo spiazzo sotto la finestra, e fece mulinare in aria un rampino per un paio di volte, scagliandolo alla terza verso la finestra aperta. L'imbottitura che ricopriva le punte del rampino attuti' il colpo, e l'assassino si assicuro' che le punte avessero fatto presa, strattonando un paio di volte la corda; quindi inizio' la veloce scalata che lo condusse all'interno dell'abitazione del borgomastro.
Il committente era stato chiaro: era solo un avviso. Si sarebbe introdotto di soppiatto nella camera dove il borgomastro e la moglie dormivano, e dopo essersi assicurato con una polvere soporifera che il loro sonno non potesse essere interrotto, avrebbe dovuto piantare due daghe dalla lama lunga e piatta nei guanciali accanto alla coppia addormentata, sparendo senza farsi sentire. Facile.
Troppo facile per le 10000 monete d'oro che gli erano state offerte.
Troppo, troppo facile.
Scivolando silenziosamente tra le ombre della cucina, Larhalt sali' le scale, trovandosi sul pianerottolo del secondo piano. Aveva mandato a memoria la pianta dell'edificio, dunque sapeva esattamente quale porta aprire: ma doveva assicurarsi di non essere scorto, cosi' si attardo' sul pianerottolo, controllando bene il corridoio.
Improvvisamente, un rumore soffocato alle sue spalle lo fece trasalire: un gemito, ovattato e appena percettibile, era uscito dalla porta della stanza da letto dove il borgomastro e la sua consorte dormivano.
Scivolando silenziosamente lungo la parete, Larhalt si avvicino alla porta: abbassando lo sguardo, noto' immediatamente la serratura dissolta, fusa da un calore innaturale, almeno cosi' pareva. Quindi, sbircio' all'interno della stanza, cautamente, tenendo i pugnali da lancio a portata di mano.
La stanza era immersa nelle ombre, e i pesanti tendaggi alle finestre impedivano alla benche' minima traccia di luce di entrare. Discostando lentamente e silenziosamente la porta, il ragazzo si accuccio' sui talloni, entrando nella stanza con un balzo silenzioso: quindi rotolo' sulla schiena, senza emettere alcun rumore grazie alla morbida imbottitura del suo mantello, voltandosi immediatamente verso la porta alle sue spalle, un pugnaletto stretto tra le dita, pronto a volare verso un possibile aggressore appostato dietro di essa.
Nulla, se non un comodino in massiccio legno di noce.
Rialzandosi lentamente, Larhalt getto' lo sguardo nella stanza. Quindi, sentendosi relativamente al sicuro, si avvicino' al grande e sontuoso letto a baldacchino che dominava la stanza, con i suoi pesanti tendaggi in raso rosso decorati in sottile filo d'oro.
Il borgomastro giaceva nel letto, gli occhi spalancati, la bocca distorta in una orrenda smorfia di terrore. Dal suo petto stillava copioso il sangue, sgorgando da una ferita fresca e profonda: accanto a lui, la moglie aveva condiviso la medesima orrenda sorte.
Soffocando un'imprecazione, Larhalt si volto' verso la porta: improvvisamente, un lampo abbagliante esplose nella stanza, e un sottile filamento viscoso, resistente e colloso, avvolse il suo corpo e le sue membra, bloccandolo. Il ragazzo lotto', cercando di liberarsi: invano. Piu' si dibatteva, piu' sembrava che i sottili filamenti collosi si stringessero, avvolgendolo e stringendolo.
"...spero sinceramente che vorra' perdonarci, Scorpione d'Argento...", sussurro' una voce alle sue spalle, carezzevole e dolce "...ma sono sicuro che capira'... una minaccia e' utile, certo... ma per noi e' di sicuro piu' utile che il borgomastro muoia, e lei capisce... non possiamo certo fidarci a lasciare testimoni..."
Sfilando una mano dalla tasca della pesante cappa nera, la figura sfodero' un sottile stiletto, quindi si avvicino' al ragazzo immobilizzato nella tela magica. Larhalt si dibatte' con violenza, cercando di liberarsi dai sottili filamenti viscosi: invano. Il sottile stiletto barlugino' nella luce delle candele, quindi affondo' nella gola del giovane, l'unico punto non coperto dall'armatura, incidendola a fondo.
"...tuttavia, un capro espiatorio ci fa molto, molto comodo... Mille ringraziamenti, Scorpione d'Argento... La sua fama non si smentisce: lei ci e' stato prezioso..."
Larhalt senti' il morso dell'acciaio sulla carne del collo, poi un fiotto di caldo e denso sangue invase la sua gola, inondando la trachea e scendendogli nei polmoni. Disperatamente strabuzzo' gli occhi, cercando di inspirare, costringendo i polmoni a ingoiare aria. Invano. Il sangue continuo' a fluire, e gli occhi del ragazzo si fecero vacui e lontani, mentre si accasciava a terra, con le forze che l'abbandonavano velocemente.
L'ultima cosa che udi' fu la voce dell'uomo che lo aveva pugnalato, che richiamava le guardie di ronda attorno all'abitazione: poi fu l'oblio, e tutto divenne nero attorno a lui, e i suoni divennero distanti e ovattati...
"...mi ascolta?"
La voce dolce e calda dell'uomo davanti a lei la riporto' immediatamente alla realta', strappandola all'incubo ad occhi aperti.
Per un istante, Elaelith non riusci' a realizzare piu' dove si trovava.
Le sue dita si strinsero convulsamente attorno al bicchiere colmo per meta' di pessimo rum, poco piu' di uno sciacquabudella, e solo la vista dei pesanti guanti imbottiti attorno alle sue mani ricordo' alla giovane di continuare la recita che da mesi ormai seguitava a intrattenere.
Lentamente, costrinse il suo capo ad annuire a piu' riprese, con movimenti lenti e controllati.
L'uomo davanti a lei la studio' per qualche minuto, cercando i suoi occhi, l'unica parte ancora visibile sotto la pesante maschera che era stata di suo fratello, ma non incontrandoli. Quindi riprese a parlare, con tono di voce dolce e misurato, educato e assolutamente fuori posto per una bettola come quella in cui si trovavano.
"...come le dicevo... e' stata un'inattesa sorpresa venire a conoscenza dell'inesattezza delle informazioni in nostro possesso riguardo alla vostra... prematura dipartita, Scorpione d'Argento... Pensavamo che l'ultimo lavoro vi avesse visto cadere sul luogo dell'azione... O cosi' ci era stato detto... Ma la vostra fama e' ben meritata, se siete riuscito a sfuggire alle guardie nella casa del borgomastro, dopo che quello strano incendio era avvampato..."
L'uomo sorrise affabilmente, inumidendosi le labbra con il liquore nel bicchiere tra le sue mani, studiando nel frattempo la reazione di Elaelith.
La ragazza si morse le labbra nascoste dalla maschera, stringendone le carni tra i denti per dominare l'improvviso istinto omicida che rischiava di prendere il sopravvento. Nella visione che aveva avuto, quell'uomo era il responsabile della morte di suo fratello. E anche se non aveva elementi per confermare quanto visto nella visione, ora sentiva la rabbia montarle in seno, stringendole le viscere nella sua morsa d'odio acuto e profondo.
Ricordava ogni cosa di quella maledetta notte.
Aveva seguito suo fratello. Come sempre, daltronde.
Larhalt non voleva che lei rimanesse invischiata in quell'ambiente, e ovviamente cercava sempre di tenerla all'oscuro: ma era incredibile la quantita' di informazioni che un visino dolce e un corpo compiacente potevano strappare, in quell'ambiente, e seguire il fratello non era mai stato un problema per lei.
Neppure quella notte.
Era andato tutto liscio... Poi il lampo abbagliante dalla finestra della stanza da letto del borgomastro. La corsa su per le scale, e la scoperta del corpo del fratello, immerso in una pozza di sangue, con la gola squarciata.
In fretta, folle di dolore, l'aveva svestito, prendendo le sue vesti da combattimento, poi aveva rovesciato un lume ad olio nella stanza. Nessuno l'avrebbe avuto, anche se lei non poteva portare via con se il cadavere.
Aveva preso la sua identita', vagando come impazzita tra i vicoli del quartiere vecchio, nei sobborghi, laddove la fama di suo fratello iniziava a farsi strada: voleva vendetta. Larhalt era stato tradito, lo sapeva: e facendosi passare per lui avrebbe immancabilmente attirato a se i suoi assassini, ne era certa.
Un'amnesia, la scusa piu' banale di tutte, le aveva garantito un buon motivo per spiegare come mai ignorava quelle poche informazioni circa gli affari di suo fratello che fossero talmente confidenziali da non essere mai riuscita a ottenerle in alcun modo prima d'ora.
E ora... Cosa significava ora quella visione?
La sua mano strinse convulsamente l'elsa dell'antico pugnale che ora pendeva dalla sua cintura, l'unico altro oggetto che fosse mai appartenuto a suo fratello, a parte gli abiti che ora indossava.
"...si sente bene?"
Ancora quella voce. Dolce, melliflua, tossica come il piu' venefico dei composti. La stessa voce che nella sua visione aveva sancito la morte del fratello. La stessa, identica voce.
Che senso aveva quella visione?
"...certo. Ma non mi piace l'aria di questa locanda. Pertanto, se non avete altro per me, vi saluto qui, mastro Twin."
Scappare. Uscire. Doveva andare via da li, o avrebbe finito col piantare un pugnale nel cuore di quell'uomo.
Magari proprio quel pugnale.
Stranamente, l'idea le risuonava seducente: le sue dita lambirono l'elsa, carezzandola delicatamente e lentamente.
Fu solo una sua impressione, forse.. O la lama aveva veramente tremato, al contatto con la sua pelle? Era stato un sussurro, quello che aveva udito?
"...naturalmente, naturalmente... volevo semplicemente assicurarmi che la vostra salute fosse buona... Girano brutte voci circa la vostra amnesia, amico mio... e voi siete cosi' prezioso per i nostri comuni amici... non vorremmo mai che vi capitasse qualcosa... non dopo avervi quasi perso una prima volta..."
La voce dell'uomo si era fatta piu' bassa, confidenziale. Il desiderio d'ucciderlo si fece piu' violento in Elaelith, le sue dita si strinsero attorno al pugnale, l'ira monto' furiosa dentro di lei. Quell'uomo aveva ucciso suo fratello. Lo sapeva. Non importava COME lo sapesse, ma LO SAPEVA. E doveva morire. Adesso.
Stringendo i denti con forza, si alzo' dalla panca, bevendo d'un fiato il liquore nel bicchiere. Quindi, voltandosi di scatto, usci' dalla taverna con passo veloce e silenzioso, stringendo ancora i denti con forza tale da far scaturire un lento e pigro rivolo di sangue dalle gengive.
Dalla sua sedia, Samuel Twinningast osservo' l'assassino uscire dalla taverna.
Era vero, non si ricordava piu' nulla: forse era ancora sfruttabile, dopotutto. Non gli era piaciuto doverlo uccidere: quel giovane aveva talento, ma gli ordini erano ordini, e il Borgomastro doveva morire...
Lentamente, sorseggio' ancora una volta l'ampolloso e volatile liquore nel bicchiere, bagnandosi a malapena le labbra.
Avrebbe aspettato un po': lo scorpione era ancora utilizzabile, dopotutto.
Avvolta nelle sue vesti rosse, dalla foggia antica e dal taglio semplice, una terza figura osservo' Elaelith uscire dal locale. Un largo cappuccio ricadeva sul suo capo, tenendone in ombra il viso: solo un piccolo ciuffo di capelli neri, lucidi e corti, fuoriusciva da esso. E un sottile barluginio cremisi, tenue e soffuso, che si spense non appena la ragazza usci' dal locale.
E poi la figura spari' in un battito di ciglia, come se nessuno avesse mai occupato quella panca dove fino a pochi istanti prima stava seduta, in un angolo in ombra del locale.