Gio 1 Lug 2004
Lo Schiavo della Luce - Prologo
Journal di RezoLa luce lambiva la lama dell'arma, scivolando lenta sul filo sottile e affilato che il tempo non aveva saputo smussare, danzando in rivoli vivi e liquidi sulla punta acuminata e letale, scivolando lungo le estatiche cromature della lega di acciaio inscurita dalle polveri e resa opaca da sapienti lavorature arcane e antiche...
...ancora...
...era un'arma nata per uccidere, quella che ora giaceva tra le sue mani. Era un'arma che bramava il sangue, creata per servire il suo proprietario nell'ombra. La lama, che un tempo era stata sicuramente sapientemente oscurata e opacizzata di modo da non emettere il minimo bagliore e da non riflettere la luce, era ora stata riportata dal tempo all'antico splendore, e laddove il trattamento oscurante aveva cominciato a cedere, scintillava incantevolmente nella tenue luce delle candele del piccolo studio dell'usuraio, come se decantasse le lodi della maestria di colui che l'aveva forgiata, in tempi ormai lontani.
Stranamente, sembrava che oltre ad avere oscurato la lama, qualcuno si fosse dato pena di oscurare con il medesimo trattamento finanche la guardia e gli intarsi dell'elsa, persino le parti normalmente nascoste dalla mano di colui che l'avrebbe impugnata. Uno scrupolo inutile, sicuramente.
Un altro dardeggio luminoso scivolo' lungo l'elsa del pugnale, soffocato dall'oscuramento laddove ancora presente, ma rilucendo dello splendore della magistrale lega d'acciaio laddove il trattamento oscurante era venuto meno.
...ancora... una volta...
"Questo e' quanto?"
La sua voce era fredda e ovattata, coperta dalla pesante maschera metallica che ne nascondeva il volto. Il piccolo e anziano uomo seduto sulla sua piccola e confortevole seggiola in mogano annui' brevemente, lanciando un'ulteriore occhiata alla figura in piedi davanti a lui. Imponente, massiccia, indossava un'armatura in cuoio nero conciato e imbottito, sotto la quale vesti fluenti e morbide, anch'esse nere, coprivano ogni parte del corpo dell'uomo imponente, nascondendone alla vista coscie, fianchi e finanche caviglie. Il minuto usuraio degluti' con aria nervosa, annuendo ripetutamente con il capo.
"Non c'e' altro, signore. Suo fratello ha impegnato soltanto il pugnale. Dopotutto, trattandosi di un'arma di pregiata e antica fattura, ne aveva ricavato una cifra considerevole gia' solo con quello.", asseri' infine, tergendosi la fronte con un candido fazzoletto di lino.
Annuendo a sua volta, l'uomo lascio' scivolare il pugnale nella sua guaina, fissandolo quindi alla cintura. Infine si volto' e usci' dal piccolo studio, lanciando un piccolo oggetto dietro di se, che ando' a cadere sulla scrivania in noce dell'omino, rotolando brevemente. Una gemma, piccola ma sicuramente di gran valore, a pagamento e riscatto del pugnale.
"Siete stato bravo, lo avete custodito nonostante quanto accaduto... Continuate cosi', e' possibile che mi serva ancora di voi, Swanson.", concluse l'uomo, chiudendosi la porta alle spalle.
Mosse un passo verso la strada luminosa, bloccandosi improvvisamente e poggiando la schiena contro la pesante porta intagliata dell'abitazione dell'usuraio. Le sue mani corsero alla guaina alla cintura, dove il pregiato pugnale riposava: d'istinto ne strinse l'elsa, sfoderandolo e fissandolo alla luce del sole. Percepi' un brivido, un leggerissimo tremito, come se il pugnale gemesse e tremasse tra le sue mani. Lo ignoro', carezzandone il filo con delicatezza. Le lacrime gli montavano negli occhi, e trattenerle era uno sforzo doloroso.
"...fratello...", mormoro', quasi singhiozzando e stringendo i denti. Quindi lascio' scivolare il pugnale nuovamente nella sua guaina, reprimendo il dolore, combattendolo e confinandolo in un angolo buio di se dove non avrebbe potuto trovare una via per uscire allo scoperto.
Non era tempo di piangere: era ora di lavorare, ricordo' a se stesso. Il committente aspettava alla locanda del topo.
Si incammino' a passi aggraziati e silenziosi, scivolando tra le ombre del crepuscolo, bagnato dagli ultimi raggi dell'albero della luce. E nessuno, neanche il migliore degli osservatori, avrebbe potuto dire che una donna e non un uomo erano rinchiusi in quell'inquietante e cupa armatura imbottita...
Quando la luce morente ne lambi' un'ultima volta la morbida superficie in cuoio della guaina nera, il pugnale emise un ennesimo tremito, un tremore vago e breve; ma la figura non parve accorgersene, seguitando a camminare tra i vicoli via via piu' scuri della citta', diretta alla locanda dell'appuntamento.
...ancora... ancora una volta... no... lasciatemi dormire... lasciatemi sparire... mi chiama... la luce... la luce mi... chiama...