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Strano tipo Korsath.

All'inizio sembravamo proprio non capirci poi invece mi sono accorta che stavamo quasi parlando la stessa lingua, il che non è certo poco considerando che lui e' un umano, sebbene ad un certo punto mi sia sembrato più entusiasta della mia spada che di me... beh e' un umano che ci si puo' aspettare?

Il viaggio fin oltre i cancelli di Thalos e' stato lungo e noioso ma almeno ho avuto tempo per decidere in cosa imbarcarmi, essi' imbarcarmi e' proprio la parola giusta visto che per raggiungere Freeport devo attraversare il mare dei dragoni.

Non e' la prima volta che affronto questa traversata, il mio unico amico in queste terre lavora li' e mi piace andarlo a trovare, Raedner, l'ultima volta che son stata da lui c'era quello strano e gigantesco felar dal pelo nero... che tipaccio pulcioso, se non altro stavolta soffro meno il mal di mare.

Da Raedner non trovo nessuno e la conversazione con lui finisce rapidamente per parare su Korsath Kougaji, lui sembra conoscerlo bene e me ne parla con rispetto, quasi con ammirazione, e' la prima volta che sento Raedner parlare cosi' di qualcuno che non sia un nano, e' proprio il mio amico fra una bevuta e l'altra a suggerirmi in quale sorta di guaio andarmi a ficcare.

*Se proprio devi fare un viaggio tanto vale arrivare alla fine del mondo... almeno di quello che conosciamo ora...*

La bevuta dura ancora a lungo, siamo due nani assetati e con tante store da raccontarci dopotutto, e quando mi rimetto in marcia trotterellando di buona lena e' quasi l'alba del giorno dopo.

Supero Freeport e mi arrampico per qualche sentiero poco battuto fin quando non arrivo una terra dall'aspetto malato... quasi l'aria stessa che si respira sia maledetta.

Non mi piace questo posto... ma non sono certo tipo da tirarmi indietro, quale nano lo e' del resto, e continuo ad avanzare incontrando quelli che mi sembrano essere i peggiori esempi delle peggiori meschinità degli uomin, e gli uomini sono una razza particolarmente fantasiosa quando si tratta di meschinita'.

Certo che a ficcarmi nei guai son proprio bravina... non solo pesto la coda a un drago ma me lo scelgo anche con sette teste.

L'anello che mi fu donato alle pendici del monte su cui si erge la fortezza di Krothgar mi trasmette sempre piu' una strana frenesia, una sete di sangue e di battaglia che monta dentro me ad ogni colpo d'ascia contro quella lucertola troppo cresciuta e quasi non mi accorgo che mi tiro contro anche quel tipo pieno di se' con una lancia in mano.

Ecco... ora mi tocchera' perdere chissa' quanto tempo a causa sua... non so se sono piu' arrabbiata per il fatto che per le ferite e la stanchezza mi tocchera' riposare a lungo o perche' mi han bruciato la barba...

No... non ci son dubbi... non bastasse l'anello a farmi sentire piena di voglia di combattere la barba bruciata e' davvero troppo e sento la rabbia montare in me sempre piu' furiosa, non aspetto nemmeno di riprendermi del tutto e mi rimetto in marcia.

Un ponte..... e il fiume che ci passa sotto ha un aspetto malato come tutto il resto.

Devo trovare qualcuno cui chiedere indicazioni quando noto il primo di quegli antipatici cavalieri che costeggiano la riva del fiume, provo a chiamarlo e quello finge di non sentirmi.

Debbo proprio infilarmi questi strani stivali che ho trovato tempo fa' al canyon elementale e arrischiarmi lungo il fiume per andarci a parlare, dopotutto sembra un cavaliere e i cavalieri si sa sono gentili.

Non faccio nemmeno a tempo a finire il pensiero che me lo ritrovo che cerca di farmi la pelle e fosse l'unico.

Arrivano uno dopo l'altro, non faccio in tempo a riprendermi dallo scontro precedente che sono gia' impegnata in quello dopo, le forze cominciano man mano ad abbandonarmi, sarebbe molto piu' prudente tornare indietro e ritornare meglio armata, magari con una scorta, ma continuo a combattere concentrandomi piu' che posso mentre la furia monta sempre piu' in me e il mio grido di battaglia risuona di continuo lungo la sponda del fiume.

Sono stanca, contusa, ferita e mi reggo a malapena in piedi quando mi trovo davanti un tipo ancora peggio degli altri.

Armato di arco comincia a bersagliarmi da lontano senza darmi nemmeno la possibilita' di riposare un attimo, debbo scegliere, scappare e trovare un luogo sicuro per riprendermi prima di affrontarlo o lanciarmi contro di lui a testa bassa.

Nella testa risuonano le parole dell'altro cavaliere, quello che mi ha accolta appena arrivata a Kyrandor, che mi dice che ritirarsi a volte puo' essere onorevole, ma la rabbia torna ad esplodere in me e la sola cosa che riesco a fare e' lanciarmi contro l'arciere con tutto il mio peso.

Spallata dopo spallata, un calcio dopo l'altro lo affronto sapendo che mi reggo a malapena in piedi ma di questo non mi importa, non mi importa di nulla, voglio solo combattere, voglio solo il suo sangue, voglio solo "vincere", nient'altro importa.

Quando lo scontro finisce sono esausta, distesa sulla riva del fiume in una pozza di sangue, non so se sia mio, suo, o di tutti e due, non riesco nemmeno a muovermi e resto li' immobile fino all'alba del mattino seguente.

La luce di Kyra e' arrivata fin qui e mi risveglia, mi guardo intorno e mi rendo conto che durante la notte altri cavalieri, sicuramente degni compari di quelli incontrati il giorno precedente sono intenti a perlustrare le due rive del fiume.

Sarebbe cosi' facile infilarmi l'anello che mi ha regalato il simpatico hobbit della contea e passare sotto il loro naso senza essere vista, ma lo sento gia' che non voglio andarmene cosi', che non mi nascondero' a loro.

Inizia cosi' l viaggio di ritorno... mi ci vuole l'intero giorno e l'intera notte per giungere di nuovo al ponte, affrontando quelli che mi danno la caccia uno dopo l'altro ma finalmente sono di nuovo coi piedi su qualcosa di solido e questo mi da' conforto, a noi nani l'acqua non piace proprio.

Siedo con le gambe penzoloni dal ponte e tiro fuori la mia fidata incudine dallo zaino insieme al mio caro martello da fabbro.

Ho bisogno di riposo ma prima di tutto le armi... hanno bisogno di essere riparate... al riposo pensero' dopo.

Quando ho smesso di lavorare alla spada e all'ascia metto mano allo scudo e il rumore familiare del martello che cozza sulle armi poste sull'incudine mi fa' sentire bene, mi fa' sentire a casa.

Il tempo passato al lavoro mi ha ristorato piu' che dormire, mi alzo e riprendo il viaggio dopo aver lanciato ancora una volta il mio grido di battaglia in segno di sfida verso quei cavalieri che ancora pattugliano le rive del fiume alla mia ricerca.

Per qualche ragione sembra non vogliano affrontarmi ora che sono sul ponte, sembra che non abbiano voglia di salirc ma non mi importa piu' di tanto, ho quello che ero venuta a cercare e non mi resta che portarlo a Korsath, se solo non dovessi rifare il viaggio in barca... speriamo che Raedner abbia in serbo per me qualcosa di forte da bere prima, durante e dopo la traversata.

Da quando mia madre e il consiglio dell'Harat mi hanno imposto di trascorrere del tempo nelle terre degli uomini per mantenere gli impegni presi ancor prima che io nascessi ho visto cose che nemmeno immaginavo nella vita relativamente tranquilla di Harat-dum.

Certo di tanto in tanto una scorreria degli orchi o dei troll, qualche gigante poco socievole, per non contare dei duergar che vivono poco lontano da noi sempre più intenti a impicciarsi in affari loschi, provocavano non poco scompiglio ed io che mi ritenevo una maestra d'ascia trovavo modo di impiegare gli insegnamenti di zia Ezrharat.

Ma nulla mia aveva preparato ad un esperienza così spaventosa.

Acqua!

Acqua dappertutto!

Per la prima volta nella mia vita ho temuto seriamente di non avere scampo. Cosa avrebbero potuto fare le mie spade o la mia ascia contro un nemico simile?

I marinai che mi attendevano sulla riva per aiutarmi a salire sul loro misero legno se la ridevano spudoratamente di me, solo per questo sono riuscita a smettere di tremare e a costringermi a fare i pochi passi su quella dannata passerella.

Nelle miniere dell'Harat più di una volta sono passata su sporgenze e ponti molto più strette e instabili ma quei due metri non li dimenticherò mai, è stato come avviarsi spontaneamente verso le fauci di un mostro ignoto e immenso.

Il viaggio... un incubo... mai avrei pensato di sentirmi indifesa e impotente nella mia lorica e con la sacra ascia fra le mani.

Lo chiamano mare dei dragoni... se almeno un drago ci avesse attaccato pur se in equilibrio precario su quel misero legno avrei potuto mostrare a quegli sciocchi umani beffardi quanto vale una nana... invece... sono rimasta tutto il tempo rintanata sotto una vela con gli occhi stretti a pregare tutti gli dei possibili e immaginabili perchè mi salvassero.

Finalmente l'incubo e' finito e mi sono ritrovata bagnata e tremante su una spiaggia al di la' del mare..... pochi passi sulla terraferma ed ero di nuovo in me..... ce ne sarebbe voluto prima di riattraversare tanta acqua a bordo di una noce di legno.

Cercare una certa caverna era questo il mio scopo..... quindi ascia in spalla e in cammino.

I marinai mi avevano suggerito di cercare un nano che gestiva una taverna poco lontano.... si' poco lontano..... era dall'altra parte dell'isola..... o penisola..... qualsiasi cosa fosse quel posto.

E là credo di aver incontrato l'essere più spaventoso che mai mi sia capitato di immaginare anche nel peggiore dei miei incubi, nemmeno la traversata del mare reggerebbe al confronto.

Alto, grosso come una tigre dei ghiacci o un leone di montagna, probabilmente più grosso, nero come la notte e come la notte nero il suo cuore.

All'inizio la conversazione e' stata strana..... ma incredibilmente intrigante considerando che di fronte a me avevo uno sconosciuto..... ma poi..... poi tutto si è trasformat in un incubo..... quei bambini..... e quel povero lupo..... e la sua voce..... la sua voce che sembrava ferire il mio spirito.....

Dovrò scoprire più che posso su quest'essere..... forse era un felar..... il felar piu' antico ha detto lui..... forse..... forse e' stato lui che cinque generazioni fa' distrusse quasi del tutto il mio casato..... devo scoprire..... indagare..... sapere!

Persa alle radici del fato vagavo alla ricerca di ciò che ero stata.

Puro spirito slegato da vizi di carne e virtù di pietra mi aggiravo in pena per ciò che avevo perduto.

Una luce, un fuoco, una visione di infinita bellezza che mi avvolgeva con tentacoli di fiamma.

L'Angelo mi osservava, capace di scrutare nel profondo del mio essere ormai spoglio delle mortali vesti.

Lacrime rigavano il suo splendido viso per infrangersi ai nostri piedi come roventi gocce di sangue.

Mi chiese cose che nemmeno io conoscevo di me e mi conobbe come nessun'altro prima mi aveva mai conosciuta.

Fu così che mi restituì ciò che avevo perduto, fu così che mi rese la vita.

Un dono.

Un dono che sembra venire da lontano, da mondi e tempi a me remoti.

Un anello.

Cerchio che cinge la mia vita, sigillo di potere e di pericolo.

Mi basta guardarlo perchè mi rammenti il nostro incontro, mi basta guardarlo per chiedermi se l'Angelo non sia ancora accanto a me.

Sono arrivata in questa strana città ormai da qualche mese eppure ancora non sono riuscita ad incontrare coloro che cerco.

La guerriera umana così tanto amica di mia madre sembra sia addirittura morta, quando lo racconterò nell'Harat creerà di sicuro grande commozione.

Dei due arial invece sento solo parlare ma nessuno sembra sapermi dare notizie precise su dove cercarli, ho incontrato il figlio della strega, sembra simpatico, un elfo robusto come un umano davvero gentile.

Sembra che debba trovare una fenice per poterla incontrare..... che strani questi umani alati....

Sono solo pochi giorni che mi sono allontanata da Harad Dum eppure già la malinconia è così forte da essere quasi insopportabile.

Sarà per questo che ho iniziato a scrivere la storia di quanto accaduto, per non dimenticare, per sentirmi più vicina a casa.

Harat Dum!

Mia madre sedeva sullo sperone roccioso da cui soleva osservare lo scorrere del tempo alternando la preghiera alla meditazione.

Accanto a lei le mie zie Ezrharat, maestra d'arme, e Tamir, sorella di mio padre da cui aveva ereditato la direzione della fucina degli Harat.

A me non era concesso di sedere accanto a loro, pensavano sempre che avrei fatto qualche pazzia e mi sarei gettata di sotto o avrei fatto cascare una di loro, per cui restavo in piedi pochi passi indietro senza potere osservare il panorama mozzafiato che soltanto da lì era possibile godere.

Ancora una volta i maschi di famiglia erano stati lasciati in disparte e questo poteva significare soltanto che qualcosa di importante sarebbe stato discusso o che qualche nuovo pettegolezzo sarebbe stato sviscerato nei minimi dettagli.

Ad Harat Dum le cose funzionavano così.

Da sempre!

Mia madre Arharat era la sacerdotessa del Divino Hazon, temuta e rispettata da tutti nel clan.

Mai aveva avuto bisogno di alzare la voce o impugnare una arma perchè si facesse ciò che desiderava o consigliava e io come tutti gli altri ero impressionata dall'autorità che aveva in seno al clan nonostante non avesse nemmeno un posto nel consiglio di famiglia.

Sentire parlare dei suoi presunti trascorsi da mercenaria nelle terre degli uomini, delle sue battaglie, del sangue da lei versato mi faceva sempre ridere, oplita nella decaduta Armata della Sacra Spada, amica di valorosi guerrieri Yun-Hyisse..... per me queste storie erano poco più che facezie, voci messe in giro per ammantare di un alone di gloria una persona amata e rispettata, niente di più.

Non era proprio possibile che quella nana così tranquilla e saggia potesse mai avere fatta anche una sola delle prodezze che i vecchi del clan le attribuivano ma quei racconti erano sempre così avventurosi che valeva la pena ascoltarli anche se sapevo che erano solo voli di fantasia.

Soprattutto la storia della rivalità fra lei e zia Ezhrarat..... il solo pensare che per decenni abbiano cercato di uccidersi a vicenda mi fà sempre ridere anche se evito di far accorgere di ciò i vecchi che la raccontano.

Lei è troppo "tranquilla".

Nemmeno saprebbe da dove cominciare per impugnare un ascia o una mazza da guerra.

Questo almeno è sempre stato quello che ho pensato io, ma lei era la mia mamma, mamma Arharat, come avrei potuto mai immaginare che fosse diversa da quello che conoscevo, che lo fosse stata in passato o che mai avrebbe potuto esserlo.

Le tre nane più importanti del clan erano sedute sullo sperone che dava il nome alla nostra casa e alla nostra famiglia, l'Harat, parlando da alcune ore con un tono così basso che nemmeno a me che mi trovavo a soli pochi metri da loro riusciva di capire cosa si dicessero.

Sapevo che qualche decisione stava venendo presa, se fosse stato soloun pettegolezzo, per quanto succoso potesse essere, già da tempo sarebbero tornate alle loro occupazioni abituali, preghiera e meditazione per mamma Arharat, l'addestramento alle armi delle donne del clan per zia Ezrharat e la direzione della fucina per zia Tamir.

Il fatto che mi avessero voluta lì significava senz'altro che stavano parlando di me, probabilmente di qualche altra mia presunta mancanza alle regole di sicurezza di Harat Dum.

Ero curiosa di scoprire quanto grave potesse essere la mia ultima infrazione alle leggi del clan, dovevo averla fatta davvero grossa se parlavano da ore senza lasciare che io capissi una sola parola, potevo ben essere orgogliosa di me se ero riuscita a farle arrabbiare fino a quel punto!

Fu zia Ezrharat a rompere la discrezione alzandosi pericolosamente in piedi sul margine dello sperone levigato da secoli di esposizione alle intemperie per voltarsi verso di me ed esclamare con una determinazione e una forza tali da farmi rabbrividire: Non è ancora pronta!

La mia boccaccia, riuscissi mai una volta a tenere a freno la lingua...

Lo sono! Esclamai senza nemmeno sapere di cosa avessero parlato fino a quel momento o se zia si stesse riferendo a me.

La risata di zia Tamir mi rassicurò ed umiliò allo stesso tempo.

Di qualsiasi cosa si trattasse volevo farne parte anch'io.

Tutte e tre si erano alzate stando in equilibrio precario sul margine dell'Harat e a me venivano i brividi sapendo quanto facile fosse scivolare nel baratro sottostante e quanti già lo avevano fatto.

Se fossi stata io a comportarmi così la punizione non sarebbe certo tardata ad arrivare.

Senza dire più una parola si avviaronouna dietro l'altra, mia madre in testa, verso l'interno della caverna, passandomi accanto zia Tamir mi fece segno di seguirle, ero eccitatissima, non riuscivo a immaginare quale punizione potessero aver escogitato in ore di conciliabolo così serrato.

Lo stupore prese immediatamente il posto della curiosità.

Da dove spuntava quel cunicolo, ero sicura che in quella parete non ci fosse mai stata una apertura, e anche la lavorazione del passaggio era sicuramente diversa da tutto quello che avevo mai visto prima ad Harat Dum.

Interminabili iscrizioni in un dialetto così antico che mi venivano i brividi solo ad osservarle e non riconoscevo che la decima parte di quelle rune.

Camminammo per alcune miglia sempre nella stessa direzione, fino ad una caverna enorme, così ampia e maestosa da farmi immediatamente pensare che i nani del mio clan dovessero essere davvero ottusi per non essersi mai accorti di una simile meraviglia, e le zie invece sembravano di casa lì.

La caverna era incredibilmente spoglia, sebbene fossero chiari i lavori effettuati per rafforzarne e stabilizzarne la volta.

Lavori senz'altro di nani esperti, fatti per durare nel tempo, ben oltre il ricordo di chi li avesse effettuati.

Giunte al centro della caverna zia Tamir si abbassò e spostò la pesante lastra di granito che le stava davanti con un movimento così naturale da dare l'illusione che la pietra fosse leggerissima.

Se potessi descrivere la mia espressione lo farei ma credo che basti dire che ciò che vidi sarebbe stata la gioia di qualsiasi guerriero nano.

Asce bipenne, mazze da guerra, scudi, armature, la cui lavorazione risultava maestosa anche agli occhi di una novizia d'ascia come me.

Le vecchie armi di tua madre..... mi ci volle qualche secondo per focalizzare le parole di zia Ezrharat, pensavo fosse l'ennesimo tentativo di farmi credere alle sciocche leggende di famiglia, lo credetti almeno fino a quando non incrociai i loro sguardi col mio.

Non scherzavano affatto!

Quello che venne dopo è troppo confuso dall'emozione del ricordo per essere trascritto in questo diario, ma quella è stata l'ultima volta che le ho viste.

Zia Tamir scelse per me alcune armi, un armatura ed uno scudo, zia Ezrharat mi diede le ultime raccomandazioni di una maestra d'ascia alla sua allieva più indisciplinata e mamma si limitò a sorridermi e a darmi la sua benedizione.

Dovevo raggiungere le terre degli uomini, dovevo combattere al loro fianco, morire con loro casomai, tutto per mantenere la promessa di famiglia, tutto perchè alla fin fine le storie e le leggende erano più vere del vero.