Gio 30 Giu 2005
Cronache di Harat Dum
Journal di GozrharatSono solo pochi giorni che mi sono allontanata da Harad Dum eppure già la malinconia è così forte da essere quasi insopportabile.
Sarà per questo che ho iniziato a scrivere la storia di quanto accaduto, per non dimenticare, per sentirmi più vicina a casa.
Harat Dum!
Mia madre sedeva sullo sperone roccioso da cui soleva osservare lo scorrere del tempo alternando la preghiera alla meditazione.
Accanto a lei le mie zie Ezrharat, maestra d'arme, e Tamir, sorella di mio padre da cui aveva ereditato la direzione della fucina degli Harat.
A me non era concesso di sedere accanto a loro, pensavano sempre che avrei fatto qualche pazzia e mi sarei gettata di sotto o avrei fatto cascare una di loro, per cui restavo in piedi pochi passi indietro senza potere osservare il panorama mozzafiato che soltanto da lì era possibile godere.
Ancora una volta i maschi di famiglia erano stati lasciati in disparte e questo poteva significare soltanto che qualcosa di importante sarebbe stato discusso o che qualche nuovo pettegolezzo sarebbe stato sviscerato nei minimi dettagli.
Ad Harat Dum le cose funzionavano così.
Da sempre!
Mia madre Arharat era la sacerdotessa del Divino Hazon, temuta e rispettata da tutti nel clan.
Mai aveva avuto bisogno di alzare la voce o impugnare una arma perchè si facesse ciò che desiderava o consigliava e io come tutti gli altri ero impressionata dall'autorità che aveva in seno al clan nonostante non avesse nemmeno un posto nel consiglio di famiglia.
Sentire parlare dei suoi presunti trascorsi da mercenaria nelle terre degli uomini, delle sue battaglie, del sangue da lei versato mi faceva sempre ridere, oplita nella decaduta Armata della Sacra Spada, amica di valorosi guerrieri Yun-Hyisse..... per me queste storie erano poco più che facezie, voci messe in giro per ammantare di un alone di gloria una persona amata e rispettata, niente di più.
Non era proprio possibile che quella nana così tranquilla e saggia potesse mai avere fatta anche una sola delle prodezze che i vecchi del clan le attribuivano ma quei racconti erano sempre così avventurosi che valeva la pena ascoltarli anche se sapevo che erano solo voli di fantasia.
Soprattutto la storia della rivalità fra lei e zia Ezhrarat..... il solo pensare che per decenni abbiano cercato di uccidersi a vicenda mi fà sempre ridere anche se evito di far accorgere di ciò i vecchi che la raccontano.
Lei è troppo "tranquilla".
Nemmeno saprebbe da dove cominciare per impugnare un ascia o una mazza da guerra.
Questo almeno è sempre stato quello che ho pensato io, ma lei era la mia mamma, mamma Arharat, come avrei potuto mai immaginare che fosse diversa da quello che conoscevo, che lo fosse stata in passato o che mai avrebbe potuto esserlo.
Le tre nane più importanti del clan erano sedute sullo sperone che dava il nome alla nostra casa e alla nostra famiglia, l'Harat, parlando da alcune ore con un tono così basso che nemmeno a me che mi trovavo a soli pochi metri da loro riusciva di capire cosa si dicessero.
Sapevo che qualche decisione stava venendo presa, se fosse stato soloun pettegolezzo, per quanto succoso potesse essere, già da tempo sarebbero tornate alle loro occupazioni abituali, preghiera e meditazione per mamma Arharat, l'addestramento alle armi delle donne del clan per zia Ezrharat e la direzione della fucina per zia Tamir.
Il fatto che mi avessero voluta lì significava senz'altro che stavano parlando di me, probabilmente di qualche altra mia presunta mancanza alle regole di sicurezza di Harat Dum.
Ero curiosa di scoprire quanto grave potesse essere la mia ultima infrazione alle leggi del clan, dovevo averla fatta davvero grossa se parlavano da ore senza lasciare che io capissi una sola parola, potevo ben essere orgogliosa di me se ero riuscita a farle arrabbiare fino a quel punto!
Fu zia Ezrharat a rompere la discrezione alzandosi pericolosamente in piedi sul margine dello sperone levigato da secoli di esposizione alle intemperie per voltarsi verso di me ed esclamare con una determinazione e una forza tali da farmi rabbrividire: Non è ancora pronta!
La mia boccaccia, riuscissi mai una volta a tenere a freno la lingua...
Lo sono! Esclamai senza nemmeno sapere di cosa avessero parlato fino a quel momento o se zia si stesse riferendo a me.
La risata di zia Tamir mi rassicurò ed umiliò allo stesso tempo.
Di qualsiasi cosa si trattasse volevo farne parte anch'io.
Tutte e tre si erano alzate stando in equilibrio precario sul margine dell'Harat e a me venivano i brividi sapendo quanto facile fosse scivolare nel baratro sottostante e quanti già lo avevano fatto.
Se fossi stata io a comportarmi così la punizione non sarebbe certo tardata ad arrivare.
Senza dire più una parola si avviaronouna dietro l'altra, mia madre in testa, verso l'interno della caverna, passandomi accanto zia Tamir mi fece segno di seguirle, ero eccitatissima, non riuscivo a immaginare quale punizione potessero aver escogitato in ore di conciliabolo così serrato.
Lo stupore prese immediatamente il posto della curiosità.
Da dove spuntava quel cunicolo, ero sicura che in quella parete non ci fosse mai stata una apertura, e anche la lavorazione del passaggio era sicuramente diversa da tutto quello che avevo mai visto prima ad Harat Dum.
Interminabili iscrizioni in un dialetto così antico che mi venivano i brividi solo ad osservarle e non riconoscevo che la decima parte di quelle rune.
Camminammo per alcune miglia sempre nella stessa direzione, fino ad una caverna enorme, così ampia e maestosa da farmi immediatamente pensare che i nani del mio clan dovessero essere davvero ottusi per non essersi mai accorti di una simile meraviglia, e le zie invece sembravano di casa lì.
La caverna era incredibilmente spoglia, sebbene fossero chiari i lavori effettuati per rafforzarne e stabilizzarne la volta.
Lavori senz'altro di nani esperti, fatti per durare nel tempo, ben oltre il ricordo di chi li avesse effettuati.
Giunte al centro della caverna zia Tamir si abbassò e spostò la pesante lastra di granito che le stava davanti con un movimento così naturale da dare l'illusione che la pietra fosse leggerissima.
Se potessi descrivere la mia espressione lo farei ma credo che basti dire che ciò che vidi sarebbe stata la gioia di qualsiasi guerriero nano.
Asce bipenne, mazze da guerra, scudi, armature, la cui lavorazione risultava maestosa anche agli occhi di una novizia d'ascia come me.
Le vecchie armi di tua madre..... mi ci volle qualche secondo per focalizzare le parole di zia Ezrharat, pensavo fosse l'ennesimo tentativo di farmi credere alle sciocche leggende di famiglia, lo credetti almeno fino a quando non incrociai i loro sguardi col mio.
Non scherzavano affatto!
Quello che venne dopo è troppo confuso dall'emozione del ricordo per essere trascritto in questo diario, ma quella è stata l'ultima volta che le ho viste.
Zia Tamir scelse per me alcune armi, un armatura ed uno scudo, zia Ezrharat mi diede le ultime raccomandazioni di una maestra d'ascia alla sua allieva più indisciplinata e mamma si limitò a sorridermi e a darmi la sua benedizione.
Dovevo raggiungere le terre degli uomini, dovevo combattere al loro fianco, morire con loro casomai, tutto per mantenere la promessa di famiglia, tutto perchè alla fin fine le storie e le leggende erano più vere del vero.