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Aggiunse un ceppo al fuoco.
Con solenne lentezza aprì il suo diario, ancora non sfiorato da una penna, e si mise a scrivere.

E' quasi un mese che vagabondeggio per Therial, e il ricordo del dolore è ancora doloroso...
... No, niente giochi di parole con te, amico mio, solo sensazioni e avventure da poter narrare in tua compagnia.

Sono stato alla Piana di Vertavell, detta anche Il Borbottio, dove ho affinato le mie conoscenze nel combattimento e ampliato la mia mente...
Tornato dal viaggio, dal lungo viaggio, pero' mi sono trovato spaesato. La gente con cui avevo combattutto fianco a fianco, i miei compagni, erano andati al dilà delle mie capacità ed ora sarebbero rimasti impacciati dalla mia presenza.

Mi sento solo.

In questi boschi, in queste caverne e anche a Kyrandor non si incontrano molti miei compaesani, e i volti che ora incontro sono per lo più sconosciuti.
Ma nonostante tutto devo continuare la mia cerca, onorare il sangue che mi scorre nelle vene, per fare in modo che la memoria non si perda nei meandri della storia.

Chiuse il diaro e lo lasciò cadere in una tasca del giacchetto.
Si soffermò a guardare ancora una volta quelle fiamme che gli donavano calore, e si mise a dormire sull'amaca, lontano dall'umidità di quella radura.

Stava tornando dalla giornata lavorativa a Rocca d'Aspide. Anche se quel giorno era festa per tutta il territorio subordinato alla rocca, lui aveva preferito andare a lavorare fra la roccia. Si diresse verso il suo villaggio, situato quasi al fondo della collina. Notò subito che invece degli usuali pinnacoli di fumo che uscivano dai camini accesi, erano presenti enormi colonne di fumo capì immediatamente che qualcosa di strano era accaduto. Si precipitò giù dalla vallata, attraversando piccoli boschi, fino a che vide che tutti gli edifici erano stati bruciati. Allora con la forza della disperazione e con le lacrime agli occhi corse con più fiato che aveva in corpo; la testa gli pulsava e moltitudini di pensieri gli affollavano la mente, ma nessuno di questi lo preparò mai abbastanza a ciò che la sua anima dovette sopportare: gli edifici che si ergevano ancora in piedi erano tutti carbonizzati, come gelati da un fuoco implacabile e improvviso, gli abitanti, suoi compagni Nani, cugini e fratelli erano tutti morti, sciolti come cera da quello stesso fuoco... Di loro trovò solo irriconoscibili corpi straziati in un mare di sangue.
Lasciò il villaggio quella notte stessa, dopo aver scavato una fossa comune.
L'ultima cosa che fece, prima di partire per un viaggio senza ritorno, fu di piantare un grosso cartello con su scritto il nome da me dato al mio villaggio:
CARBORUNDUM