Guardandosi attorno con aria accigliata e guardinga, l'elfo lascio' per un istante l'impugnatura della sottile e letale lama che strigeva con entrambe le mani, tergendo il sudore dalla fronte con il dorso della mano appena liberata. Abbassando lo sguardo sulla mano impiastricciata, fisso' con disgusto la poltiglia marrone che si seccava sui suoi polpastrelli, una mistura di sudore e sabbia, portata dall'insolito e turbinante vento che aveva colto all'improvviso lui e la sua squadra.

Avevano appena fatto a tempo a coprire la bocca e le narici con un sottile fazzoletto, che la misteriosa tempesta s'era scatenata attorno a loro: emersa dal nulla, la sabbia aveva cominciato a vorticare e rombare, furiosa, mentre il vento si gonfiava e urlava ai quattro elfi la sua rabbia e la sua furia.

Mai, dacche' era nato, aveva veduto una tempesta di sabbia simile abbattersi sulla Valle; nascosta e affossata poco oltre le pianure a nord della grande e cosmopolita citta' di Kyrandor, la valle era una conca riparata e ben protetta, dove il vento normalmente non riusciva a penetrare. Foreste secolari la cingevano in un dolce e affettuoso abbraccio protettivo, e mai il popolo elfico che da secoli vi aveva stabilito dimora aveva dovuto patire la furia degli elementi.

Fino a quel giorno, almeno...

Improvvisamente, un urlo disumano squarcio' l'aria: agghiacciante, l'urlo echeggio' per qualche secondo tra gli elfi della squadra di pattugliamento, per poi spegnersi improvviso come era arrivato, sovrastato dal rombo della tempesta. Lentamente, l'elfo si volto', fissando i compagni che ora, nella tempesta che li ghermiva, apparivano come sagome sbiadite e confuse di fantasmi...

Solo due sagome.

Deglutendo, l'elfo scopri' un tremore incontrollato che attraversava i muscoli della mano con cui ancora stringeva la spada...

Ti stai divertendo molto, vecchio?

Vaejas distorse per un attimo le labbra in un sorriso sornione e divertito; quindi, ignorando la provocazione del felar, continuo' a salmodiare l'incantesimo che teneva attiva la tempesta di sabbia.

Velocemente, la tempesta giunse al suo apice: alberi e arbusti vennero divelti e spazzati via dalla furia del vento, sparendo alla vista, come divorati dalla furia distruttrice dell'innaturale cataclisma. Vaejas fisso' con aria divertita le altre tre figure alte e sottili che si staccavano da terra, dopo aver inutilmente lottato per appigliarsi a un albero che non pote' far altro che seguirle appena pochi istanti dopo: turbinando e ruotando in aria, le tre guardie elfiche cominciarono a colpirsi tra loro, mentre articolazioni e ossa venivano spezzate dalla furia dell'uragano di sabbia evocato dall'arcimago: ben presto, solo un rivoltante miscuglio di sangue, ossa e carne riempiva le tre armature ammaccate e distrutte, che continuarono a volteggiare in aria fino a sparire alla vista del drow.

Vaejas abbasso' infine le mani, lasciandole ricadere lungo i fianchi e rimirando la sua opera: l'intera valle era attraversata da un solco profondo e ampio di devastazione e morte. Ovunque cadaveri di elfi, sia di soldati che donne e bambini, ciondolavano senza vita sui rami o sulle radici di alberi sradicati e depositati al suolo dalla cessata tempesta. Sangue e fango si mischiavano pigramente il larghe pozze violacee, mentre un silenzio agghiacciante scendeva sulla valle devastata.

Vaejas fece schioccare la lingua contro il palato, carezzandosi il mento con aria pensosa mentre ammirava il suo capolavoro: dentro di lui, Khrysor avverti' distintamente la soddisfazione del drow, la cupa gioia che il suo sadismo gli recava.

"Buffo, felar", sbotto' infine Vaejas in tono allegro, sedendo sul tronco di un grande albero che ora giaceva orizzontale sul terreno "non sei esattamente la persona da cui mi aspettavo di ricevere una lavata di capo, sai?"

...credi che m'importi qualcosa degli elfi di questa valle? Puah. Piuttosto, mi stupisce che tu abbia tante forze da sprecare... Con tutto quello che ti aspetta...

Vaejas senti' chiaramente il divertimento provato dal felar nel pronunciare quelle parole. Aggrottando le sopracciglia, reclino' leggermente il capo con aria stupita, umettandosi ancora una volta le labbra con la lingua rossa e sanguigna, com'era suo solito fare.

...andiamo, Vaejas... davvero credi di potermi tenere nascosta una cosa cosi'? Riesco a sentire le tue ondate di gioia fin da qui... Anche se tenti di nascondermi i fatti... il tuo umore non mente, drow... E cosi', la sacerdotessa ha infine accettato quella tua assurda proposta?

Vaejas strinse per un attimo i denti, socchiudendo gli occhi con aria improvvisamente nervosa. Quindi, lentamente, ritrovo' la calma, esibendo il suo solito sorriso sornione. Abbassando lo sguardo sulla pozza di fango e sangue ai suoi piedi, l'arcimago fisso' la sua immagine riflessa come se si trattasse dell'immagine del felar.

"...non ho idea di cosa tu stia parlando, felar...", mormoro' infine, fissando con aria di sfida l'immagine che il sangue e il fango gli ritornavano.

La sua immagine. Il suo viso. E, al contempo, un'immagine che non era sua.

Bah, fa' come ti pare, non mi importa. L'unica cosa di cui mi importa ora e' salvare mia madre... Bada di non fallire in quello, Vaejas. Delle tue scappatelle poco o nulla mi interessa., concluse la voce del felar nella sua mente, con aria irata e ansiosa.

Lentamente, l'arcimago si alzo' in piedi. Prese una piccola piuma dalla borsa delle componenti che portava in vita, quindi tuffo' la mano in una delle ampie tasche nascoste della pesante veste nera, traendone fuori una bacca e una fialetta di polvere nera.

Premendo la bacca tra l'indice e il pollice della mano destra, l'arcimago verso' un pizzico della polvere nera sul succo che usciva dal minuscolo frutto: quindi, poggiandovi sopra la piuma, prese a salmodiare una breve litania, muovendo in senso circolare i polpastrelli di indice, pollice e medio e creando una pallina d'un grigio scuro e nauseante con le tre componenti.

Terminando la formula, il drow lancio' in aria la sferetta grigia, che esplose creando una sottile calligine grigiastra che scese lentamente sulla sua figura, avvilupandolo.

Ci fu un tremendo schianto, come di ossa infrante: abbassando lo sguardo sulla pozza di sangue e fango ai suoi piedi, Vaejas vide la sua struttura fisica mutare. La sua pelle, prima nera e liscia, si riempi' di escrescenze purulente. Le sue membra si allungarono, i suoi muscoli si gonfiarono: spalanco' la bocca per urlare, ma solo un cupo e sordo brontolio usci' dalle zanne ingiallite che ora erano i suoi denti.

Per un attimo, l'arcimago rimase a osservare la sua opera con un sogghigno compiaciuto sul volto. Quindi si alzo', ergendosi in tutta la sua nuova e considerevole altezza: afferro' quindi una radice del tronco, abbastanza larga, laddove l'impugnava, da essere grande quanto prima poteva esserlo una sua gamba, e la strappo' con un gesto secco e sciolto dei nuovi possenti muscoli.

Brandendo la nuova rudimentale clava, il mago fisso' un'ultima volta il troll che ora la pozza d'acqua rispecchiava.

...non hai un briciolo di stile..., lo motteggio' la voce del felar dentro di lui.

"...forse...", gracchio' la voce raschiante e gutturale della creatura "ma ogni cosa va come deve andare... e ora devo festeggiare... Si, hai ben indovinato... Lei e' mia, ora... E ho grandi progetti in serbo per lei... Per noi... quando il mio nuovo corpo sara' pronto, e potro' lasciare questo ammasso schifoso di carne e pelame che osi chiamare corpo..."

Ehi, se ti fa tanto schifo puoi sempre andartene ora!, sbotto' il felar in un ringhio.

"...ogni cosa a suo tempo, Khrysor... Ogni cosa a suo tempo..."

Il troll sogghigno' crudelmente, mentre un sottile filo di bava giallastra colava dall'orlo della sua bocca fino a raggiungere il petto irsuto e muscoloso della creatura. I suoi occhi rossi e malvagi brillarono di gioia, quindi si avvio' a passi ampi e veloci verso il villaggio che era stato risparmiato dalla furia della tempesta di sabbia.

"...presto faremo il rituale... Per tua madre, per lei e per a tua amichetta... Per cui, ora fammi divertire un po'...", grugni' quindi con voce gutturale e profonda.

Una pattuglia di soldati corse incontro alla bestia, con le spade sguainate e gli scintillanti scudi che baluginavano sotto i raggi del sole morente.

Fu l'ultimo tramonto per gli elfi della valle...

Il primo dei soldati mori' spiaccicato da un pesante colpo portato dal mostro con l'enorme clava che brandiva: impugnandola a due mani, Vaejas sollevo' il tronco sopra la testa, sogghignando e digrignando i denti, quindi lo abbasso' violentemente sul malcapitato.

Le sottili lame elfiche morsero le carni del troll, ma solo per scoprire di aver commesso un errore che si rivelo' per loro fatale: non appena le lame affondavano nelle carni della creatura, infatti, la sua innaturale dote rigenerativa faceva rinsaldare i muscoli recisi e richiudere le ferite.

Cosi' velocemente da non provocare alcun danno.

Cosi' velocemente che molte armi restarono imprigionate tra le carni della fiera.

Voltandosi, il troll fisso' un giovane soldato elfico che cercava invano di svelgere la propria lama, piantata in profondita' nell'addome della bestia.

Leccandosi lentamente le labbra, Vaejas agguanto' l'elfo, sollevandolo di un paio di metri da terra e portandoselo davanti agli occhi.

"...fammi divertire un po'...", mormoro' quindi, avvicinandosi il malcapitato alla bocca...

Inorriditi, i compagni distolsero lo sguardo: ma nulla poterono contro il terrificante rumore di ossa rotte e carni lacerate, ne' contro le urla strazianti dell'elfo, che dardeggiarono per un istante nella valle, spezzando l'innaturale e tetro silenzio che la ricopriva come una pesante cappa invernale.