"trentasei... trentasette... trentotto..."

La dolce e bassa voce dell'elfo scuro carezzava il silenzio della stanza, rotto soltanto dal pigro e lento cadere delle goccie del liquido azzurrino che risaliva lentamente il sottile tubo in vetro trasparente che partiva immergendosi in una ampolla di denso e bollente liquido bluastro e terminava in una sottilissima fiala di vetro opaco, piena per mezzo dito di quello stesso liquido azzurrino semitrasparente che vi affluiva, goccia dopo goccia, sotto lo sguardo attento del drow.

"...settanta...", concluse quindi Vaejas, e con un veloce e deciso movimento della mano chiuse la sottile valvola che regolava l'afflusso della condenza dentro il tubicino di vetro, condensa che, grazie al lungo e tortuoso tragitto nello stretto passaggio di vetro, si addensava tanto quanto bastava da trasformare il vampore calliginoso che usciva dall'ebollizione della prima fiala nel liquido fresco e chiaro che riempiva la seconda.

Con aria soddisfatta, Vaejas si passo' il sottile contenitore sotto gli occhi, avvicinandolo ad una candela: la luce della fiamma tremolante, tuffandosi nel liquido, veniva scomposta in un arcobaleno di prismi dai colori sfavillanti e abbaglianti, intensificata e moltiplicata, tanto che in un istante l'intera stanza ne fu invasa.

Sogghignando, Vaejas assaporo' come nettare lo stupore del giovane stregone la cui coscienza giaceva, immota ma non addormentata, in una nicchia profonda e nascosta del suo essere.

"...sei stupito, felar... Non credevi che ce l'avrei fatta, forse?", mormoro' in tono dolce e canzonatorio il drow.

Ho mai avuto motivo di credere in alcuna delle tue fanfaronate da due soldi, drow?, replico' la voce tagliente e rabbiosa del felar nella sua mente.

Sogghignando ancora, Vaejas dischiuse le labbra, umettandole con un leggero movimento della lingua sanguigna. "...fanfaronate da due soldi...", ripete' quindi lentamente.

"Dunque, perche' sprecare tempo, felar? Oramai ogni cosa e' pronta, ma... perche' perdere tempo in "fanfaronate da due soldi", come le hai chiamate?...vai a dare un ultimo saluto alla cara mammina, presto ti lascera'...".

Il dolce sussurro del drow si spense lentamente tra le sottili eco del laboratorio, come se le tenebre che lo circondavano se ne fossero nutrite, gustando ogni singola goccia di veleno che il mellifluo sussurro in realta' grondava.

Vaejas si gusto' ogni cosa, lentamente, assaporando sensazioni e sentimenti sulla punta della lingua, come nettare troppo a lungo bramato da una gola ormai arsa dalla sete. La furia incontrollabile del felar che montava ad ogni suo sussurro, la cupa disperazione che seguiva ogni suo silenzio, la determinazione che traspariva chiara e netta dal suo essere vibrante ogni qualvolta decideva di comunicare... Il suo odio sterminato, il suo amore folle, il suo affetto tenero, il suo distaccato e freddo cinismo... Lentamente, chiudendo gli occhi, lo stregone assaporo' ogni istante del caleindoscopio d'emozioni che turbinava nell'anima del felar, assaporandolo sulla punta della lingua come un immondo vampiro assapora la linfa vitale ancora calda delle sue vittime.

Un vampiro.

Vaejas sogghigno' a quel pensiero, trovandolo eccitante.

Si, un vampiro, che mordeva al collo la sua vittima, nell'eccitazione della bramosia, nell'estasi del sangue: solo che non era sangue, quello che placava la sua sete millenaria. Non era carne, quella in cui piantava gli aguzzi e letali canini.

Era la passionalita' del felar, il turbinio tremendo e convulso delle sue emozioni contrastanti, la sua VITA...

Lentamente, sospirando estasiato, riapri' gli occhi...

"...cinque goccie vanno versate su entrambi gli occhi. Sei goccie vanno versate sul cuore. Tre goccie vanno versate su entrambe le ginocchia, e una goccia al centro di ogni mano. Fatto questo, giacera' immota e priva di forze, e allora le verserete il contenuto della fiala in gola. Dovremo essere in una foresta, non importa l'ora ne' il giorno, ma dovremo essere soli. Io usciro' fuori al momento piu' opportuno: assieme a me dovranno esserci la chierica, che dovra' portare con se un pugnale affilato la cui lama non abbia mai assaggiato sangue di qualsivoglia natura, e nessun altro."

Lentamente, Vaejas fece rigirare l'ampollina tra le dita, fissandola con occhi meditabondi e sguardo serio. Sentiva l'attenzione del felar concentrata su di se, la sua impazienza crescente...

Sorridendo beffardamente, si attardo' ancora qualche minuto nel rimirare il riflesso del liquido sul vetro opaco della fiala.

E poi?, chiese infine la voce impaziente e irata del felar.

"...poi, saremo io e la chierica a occuparcene...", concluse quindi Vaejas, mentre il suo sorriso si allargava in un sogghigno divertito.

"Oh, quasi dimenticavo.... La sacerdotessa non dovra' avere alcuna veste su di se... Ricordalo....", aggiunse quindi con aria distratta, poggiando la fiala sul tavolo in legno del laboratorio.

Perche' e' cosi' importante?, domando' il felar con voce intrisa di sospetto.

"...te l'ho gia' detto, felar... un maschio non vive di solo lavoro... ci vuol pure qualche svago, di tanto in tanto.", concluse l'elfo scuro in tono basso e allegro, voltandosi e uscendo a passo veloce e deciso dal laboratorio sotterraneo.