Brusco il risveglio, inaspettato.
Mi rigiro tra le coltri di quel duro giaciglio fatto di pelli e dura roccia.
Un misero antro le cui ombre accolgono me ed il nero felar, ancora abbindolato dall'oblio del dolce riposo.
Ne sbircio il profilo, rilassato, ne ascolto il lento e cadenzato respiro che solleva costantemente il suo petto.
Selvatico, brutale. Una belva dormiente che non smette mai di affascinarmi.
Eppur cosi' enigmatico, languido, vestito di falsita', ma padrone di una mente che oserei
affermare essere diabolica.
Quanti nomi potrei dargli?
Teatrante, Folle, Assassino.
A meraviglia indossa le sue maschere con una naturalezza disarmante.
E mi domando con costante incertezza se realmente posso affermare di conoscerlo.
Se non faccio parte anche io del suo teatrino, una marionetta che abilmente muove solo per soddisfare i suoi desideri.

Come fidarmi?
Vorrei ma non posso.
In quanti mi hanno abbandonato durante questo mio cammino, in quanti hanno tradito la mia fiducia voltandomi le spalle?
Troppi.
Ed ancora ne pago le conseguenze a modo mio.

Lo rimiro a lungo ed e' forte la tentazione di sfiorarlo, di crogiolarmi ancora nel suo
calore, di fermare il tempo che cosi' miseramente mi mette fretta.
Smanio il suo affetto, il suo sguardo, le sue carezze.
E' struggente il desiderio di appartenergli e di essere sua.
Dovrei parlar d'amore?
Non posso farlo.
Non oso donar voce alle mie emozioni cosi' violente e sincere, cosi' ardenti nella loro
impetuosita'.
Non posso.
Ho timore di una reazione sbagliata.
Ho timore di un rifiuto, di un sorriso di scherno.
E taccio, perche' devo.

L'alba e' vicina, e presto lui scivolera' via tra le ombre, lasciandomi sola.
Non lo sopporto.
Per una volta saro' io a non farmi trovare al suo risveglio.

Con cautela abbandono quel giaciglio e non e' facile essere silenziosa.
Doloranti le membra che velo dei miei miseri abiti rivestendomi in fretta.
Lividi, contusioni, nuove ferite a rovinare la mia pelle, diverranno cicatrici che adornero' di tatuaggi, come ogni altra.

Un ultimo sguardo a lui e mi allontano dopo aver recuperato la mia spada,
mi faccio largo tra le ombre alla ricerca delle fauci dell'antro che s'affacciano in una notte ormai morente,
che gia' si tinge delle prime luci dell'alba e di un nuovo giorno.

Ed ecco il solito laghetto, sono accolta dal dolce frusciare delle sue acque.
Mi specchio a lungo, la mia immagine riflessa non e' di conforto.
Il viso gonfio, il labbro inferiore spaccato, l'occhio destro nero.
Ecco le conseguenze dell'ennesima rissa che ho scatenato.
Mi e' sempre piu' difficile mantenere il controllo.
Perduti i vecchi insegnamenti, mandata all'aria ogni disciplina.
E nessuno par comprendere che la mia foga nasce dall'insicurezza.
Ma non c'e' modo di giustificare il mio caratteraccio, ne sono ben conscia.

Devo trovare chi possa nuovamente guidarmi...
Un maestro.
Ma chi...?