DA DIVIDED SOULS

L’allievo stava percorrendo ormai da una mezzora il tetro corridoio, e portava ancora, incastrata tra l’armatura, la fanghiglia fetente della palude melmosa che aveva guadato poc’anzi. Tutto intorno udiva continuamente sibili, rantolii e lo stridere di artigli contro la pietra.

Ma nessuno osava attaccarlo.

Avanzava con fare sicuro, ma prudente tra tunnel, corridoi, e cunicoli, tutti avvolti nella massima oscurità. Ma non era solo. Affatto, e lui lo sapeva, ma quelle creature nascoste nell’ombra non gli interessavano. No, cercava qualcosa di particolare, di insolito, di unico, in fondo era questa la missione affidatagli. Il bello era che non sapeva di preciso chi cercare, ne dove, ne tantomeno quale fosse il fantomatico oggetto da dover reperire ad ogni costo. E quindi non rimaneva che avanzare, avanzare, ed avanzare ancora, osservando tutti ed esplorando ovunque. Come al solito, in fondo oramai era quella la sua principale occupazione: esplorare luoghi sempre più tetri, sfidando l’ignoto col cuore in gola. Emozioni intense che poi avrebbe raccontato agli amici nella taverna del Topo davanti ad una bottiglia, e É Un grido! Si arrestò all’istante. Tese l’udito. Nulla. Ma ne era sicuro. Si inginocchiò, pose l’orecchio a terra e ascoltò. La roccia gli trasmise alcuni rumori, erano 4 o 5 creature, davanti a lui ancora piuttosto distanti però e si stavano agitando parecchio. Si rialzò e riprese a camminare, con maggiore prudenza, e tendendo al massimo tutti i sensi, concentrandosi su ogni più piccolo rumore. Dopo un centinaio di metri udì ancora. Un altro grido, più acuto di prima accompagnato da una risata sguaiata. Dopo aver ascoltato riprese ad avanzare tra una ragnatela di cunicoli cercando di farsi guidare da quelle grida. Svoltando in un cunicolo ove il buio era assoluto e intriso di malignità, lo risentì ancora, assieme ad un rantolio, risate e grida. Ora man mano che avanzava udiva sempre più distintamente. Sembrava che alcuni esseri, forse 3, stessero seviziandone un altro. Coperta dalle urla strazianti, vi era una voce cavernosa e raggelante, che si esprimeva in un ignoto idioma. Ormai aveva rinunciato a voler capire quelle lingue, con tutte le creature più diverse disseminate in tutta Therial. Avanzava sempre con maggior prudenza, i sensi tesissimi, l’arma stretta in pugno pronta a colpire, e la mente svuotata da ogni pensiero.

Non aveva paura, ma una certa prudenza verso l’ignoto era doveroso, anzi saggio, come gli avevano insegnato i maestri. Ma in fondo sapeva che erano ben pochi gli esseri in grado di metterlo in difficoltà seriamente. Era sì un semplice allievo-yun, ma anche pur sempre un possente guerriero al culmine della sua maturità, racchiuso in una magnifica armatura.

Ormai egli era vicinissimo alle voci. Cominciò a strisciare di lato, colla schiena contro la parete, e sporgendosi in avanti per vedere prima di essere visto. Trattenne anche il respiro per meglio ascoltare. Erano sicuramente dietro l’angolo, alla prossima svolta. Continuava a udire le risate, la voce,e le urla spaventose, assieme a rantoli, e lamenti. Arrivò all’angolo e si sporse. I tre aguzzini gli davano le spalle, stavano davanti a quello che sembrava essere un altare sacrificale, sul quale stava incatenata la vittima, ormai esausta ma ancora viva. Era facile, i tre non sembravano essere troppo resistenti, privi com ‘erano di corazze, e poteva attaccarli senza essere visto. Occorreva un attacco silenzioso e fulmineo.Si preparò: controllò le armi, pregò gli dei che guidassero i suoi colpi, ripassò la strategia, e sentì insorgere dentro di sé la furia di Zeius, ma la trattenne. Per ora.

Girò l’angolo senza commettere il minimo rumore, e tenendosi abbassato. Quando fu’ a pochi passi da loro, finalmente liberò tutta la sua furia omicida e cominciò a colpire ogni cosa che si muoveva, spaccando teste e troncando braccia, con una rapidità tale che i tre caddero senza opporre la minima resistenza. Assestò il colpo di grazia anche alla vittima. Bene era fatta. Si abbasso’ per osservare gli indumenti che portavano addosso e ÉUn movimento. Sulla destra, in basso. Fu una frazione di secondo. Ma lui la vide. Una mano artigliata era sbucata dall’ombra ed aveva afferrato qualcosa.

Allora da una sacca di pelle sfilò una fiala contenente un liquido verdognolo. Lo trangugiò a grandi sorsate senza badare al sapore nauseabondo. Immediatamente la strana droga fece effetto, la mente si liberò e gli occhi arrossati ora gli permettevano di distinguere ogni sagoma che si nascondesse tra le ombre. Davanti a sé infatti rimaneva un’altra creatura all’apparenza più feroce e demoniaca delle altre, ma per sua disgrazia portava una maschera che sembrava essere proprio di ghiaccio. Ecco forse questo era proprio l’oggetto giusto, forse la ricerca era terminata, finalmente, estenuante e lunghissima, senza tregua da giorni e giorni tra quei cunicoli bui e opprimenti. E non sarebbe certo stata quella insignificante creatura a fermarlo, per quanto fosse stata feroce e possente. Era inutile che sibilasse o sputasse, ormai l’allievo ascoltava nella sua mente solo il grido di battaglia di Zeius ‘Carrai al omar! Carrai al omar!’E cominciò una selvaggia battaglia, tra il guerriero conscio della sua forza e la creatura avvolta nella sua malvagità. Presto l’allievo capì di potercela fare anche quella volta, e continuava ad infliggere colpi mortali, calci e spallate, con la massima velocità, ma la creatura seppur sofferente si stava difendendo con disperazione e con tutta l’adrenalina che aveva in corpo. Quando però gli fu spaccato il cuore con una pugnalata irresistibile, sentì le forze venirgli meno, e le membra farsi pesantissime, il pavimento si avvicinò rapidissimo, emise un grido strozzato, e spirò.

L’allievo sfilò la maschera dalla creatura, la esaminò brevemente e sorrise soddisfatto. Dal suo torace eruttò un grido di vittoria che rimbombò per le volte oscure.

Quindi si avvicinò alla parete e col pugnale incise il proprio nome sulla roccia: CONDORII