L'ultima notte ho urlato.

Cioe', non e' stato un momento, ho urlato per tutta la notte, preso dalla morsa del dolore, ore e ore di sofferenza, delirio e grida. All'alba, sfinito, per cercare sollievo mi sono colpito il costato con l'elsa del pugnale, fino a causarmi un livido. Almeno avevo dolore in un punto solo.

E ho pianto. Di rabbia, di dolore e di frustrazione. C'era un topolino che mi osservava: non avevo la mente molto lucida, ma ricordo che l'ho preso tra le mani con un sorriso, l'ho accarezzato, e gli ho fatto provare quello che sentivo con l'incantesimo "Link".

Devo dire che quell'incantesimo ha degli effetti secondari interessanti: mettendo in comunione le menti, nel mio caso permette alla creatura che tocco di provare per qualche secondo il dolore che porto dentro. Mi sono ritrovato tra le mani il topolino letteralmente morto dal dolore.

Ho fatto lo stesso esperimento con un ladruncolo che aveva inavvertitamente dimenticato la sua mano nella mia borsa: mentre mi sorrideva imbarazzato gli ho afferrato il polso e ho recitato l'incantesimo "Link"; non è morto, ma credo che sia ancora lì a contorcersi per terra.

Certo, ogni volta mi lascia svuotato e praticamente inerme, ma almeno ho trovato un modo di utilizzare questa condanna che mi porto dentro. Il mio corpo esternamente non mostra alcun cambiamento, mi sono osservato allo specchio a torso nudo e di fatto non si vede nulla di quello che io avverto come una morsa arroventata che mi stringe le carni.

Curiosa similitudine: così come il mio viso apparentemente innocente e gentile non ha mai mostrato i miei pensieri, adesso il mio corpo non dà segni del dolore lancinante che mi opprime. E dell'odio che continua a crescere.