La caduta di Solace · testo completo
Sidkah
Testo storico conservato
Era sera, a Kyrandor, ed un forte vento gelido proveniente dall'est scorreva attraverso le vie della città, trascinando con sé le foglie morte cadute dagli alberi ai lati delle strade, assieme all’aroma di Bosco Antico, poco distante dalla capitale. Le nuvole ricoprivano il cielo del crepuscolo, colorate del sangue della Kyra morente e sfumate dalla luce delle stelle che si facevano strada attraverso i rari sprazzi di cielo aperto.
L'insegna della locanda del Topo dondolava nel vento, cigolando debolmente, mentre la porta continuava a chiudersi e a riaprirsi, ospitando clienti pronti a prendersi una bella sbornia in compagnia di amici. Sembrava quindi una serata come tante altre... bevute con i compagni, strade semideserte. Non c'era motivo quindi per le tre guardie di pattuglia di quella zona della città di preoccuparsi di eventuali aggressioni o furti, tutto sembrava tranquillo.
I soldati passeggiavano per la strada che passava proprio di fronte alla locanda, scambiandosi battute, chiacchierando di donne e armi. Per non parlare di quanto era stata dura la giornata in caserma, con il capitano sempre infuriato per un motivo o per un altro!
Era un’allegria comunque strana, poiché un’insolita inquietudine rendeva l’aria pesante, quasi quanto un’epidemia. Strane voci provenienti da città straniere erano giunte fino a Kyrandor, ma nessuno sembrava darci troppo peso, forse per via della distanza che teneva separate le differenti popolazioni.
«Ehi, guarda là.»
Uno dei tre uomini interruppe il compagno che parlava, per poi indicare un punto imprecisato nella penombra, accanto alla locanda di Filthy.
«Cosa hai visto?»
Domandò un altro, assottigliando gli occhi per osservar meglio il punto indicato.
«Quel tipo. Lo vedete? Quello là.»
Accanto alla porta d'ingresso del locale, subito sotto la finestra illuminata che lasciava intravedere le baldorie e le facce divertite dei clienti, sedeva un ometto calvo dalla folta barba bianca, forse sulla cinquantina. Aveva raccolto le ginocchia in grembo e ciondolava la testa avanti e indietro, piangendo sommessamente una disperazione profonda come gli altri dell'inferno.
«Sarà il solito vagabondo che avrà preso una legnata sulla zucca...»
Ma nonostante la teoria del compagno, gli altri due iniziarono a marciare a passo di corsa verso l'individuo somigliante ad un mendicante.
«Avevo ragione, e' sangue.»
Il soldato dalla costituzione più possente, dal torace ampio e dalle braccia robuste come tronchi di pino, osservò con amarezza la chiazza rossa sul volto e sulle vesti lacere dello straniero, lasciandosi scappare un sospiro.
Subito dopo, il terzo li raggiunse ansimando.
«Ma vi sembra il modo di correre? Dico io.. ho settanta chili di armatura addosso!»
Il poveretto venne zittito bruscamente dal compagno.
«Se fosse per te sarebbe rimasto qui a morire! Dammi le bende per le cure di emergenza, piuttosto.»
Ebbero molta difficoltà a pulirgli e a bendargli le ferite, poiché non accennava a muoversi. Rimaneva chiuso in quella posizione fetale a ciondolare la testa avanti e indietro, senza rispondere alle domande dei soldati.
«Secondo me ha battuto la testa e si e' rincitrullito del tutto.»
Ipotizzò Trok, il soldato più possente, accennando agli altri due compagni un'occhiata impietosita.
«Andiamocene... sopravviverà, ora.»
Ma prima che ebbero il tempo di voltare le spalle all'ometto, questo bloccò un piede a uno dei tre soldati con una mano insanguinata, mormorando qualcosa con la voce rotta dal pianto.
«Quel bastardo ha ucciso la mia famiglia... quel bastardo! Fate qualcosa...»
I singhiozzi aumentarono la loro intensità; sembrava che stesse piangendo via tutta la sua vita. Tutta.
I soldati di pattuglia lo fecero alzare con delicatezza, facendolo sedere su una panca sul lato della strada.
«Chi?»
L'uomo si afferrò la testa fra le mani, piangendo più forte.
«Non lo so!» Riuscì a balbettare «Era solo un assassino! UN MALEDETTO ASSASSINO!»
«Dicci chi è e noi provvederemo ad arrestarlo, con noi sei al sicuro.»
Lo straniero scosse la testa, rivolgendo ai soldati un’occhiata che lasciava intuire tutta l’impotenza che aveva sofferto nel veder uccisi i suoi cari, senza che avesse modo di muovere un dito, dopodichè iniziò a raccontare l’accaduto, seppur a malincuore…
É
Uno straniero giunse ai cancelli di Solace, soffermandosi ad osservare il legno massiccio rinforzato in nero acciaio, meditabondo. Quel giorno non tirava un alito di vento, ed un caldo a malapena sopportabile opprimeva l’atmosfera dalla luce radiosa; il sottobosco di Bosco Antico era offuscato da una spolverata di bruma, resa leggermente dorata dai raggi di Kyra che trasparivano dalle folte e verdeggianti fronde.
I bastioni della città sembravano inespugnabili: alti circa trenta metri e spessi almeno quattro, s’ergevano oltre la fitta boscaglia rendendosi visibili anche dalla strada maestra.
Il corridoio delle mura era pattugliato da numerosi arcieri che facevano capolino dalle feritoie del corpo di guardia. L’uomo si coprì così con il cappuccio della leggera tunica da combattimento in cotone bianco, nascondendo il volto, mentre la mano sinistra, quella che impugnava l’elsa della scimitarra, strinse talmente forte l’impugnatura da far sbiancare le nocche e le unghie. Il suo cuore accelerò lentamente i battiti, mentre un’ombra di insicurezza attraversò la sua anima, come una nuvola che oscura la luce per brevi istanti.
Alzò lo sguardo verso le feritoie dei bastioni, rimanendo immobile di fronte al portone, finché un soldato si affacciò.
«Chi sei!»
Gli gridò, dall’alto delle mura.
«Un viaggiatore.»
«Per quale motivo sei giunto a Solace?»
«Per trovare un amico.»
La guardia rimase qualche istante in contemplazione, mentre squadrava da capo a piedi la figura apparentemente sospetta. Dall’ultimo disastro che colpì la città, ogni straniero non poteva passare senza interrogatorio e perquisizione.
«Sei armato?»
Sidkah, in quel momento, maledì la fiscalità dei soldati e la sua presenza lì, di fronte ai cancelli. Ma non poteva fare altrimenti: un ordine è sempre un ordine.
«Perché dovrei esserlo?»
Il soldato, dall’alto delle mura, sembrò annuire, per poi sparire all’interno della feritoia.
S’udirono delle grida provenienti dall’interno.
Forse un ordine, seguito poco dopo dal pesante cigolio dei massicci cancelli.
Il giovane spadaccino mise piede all’interno del corpo di guardia quasi subito dopo, trovandosi di fronte tre sentinelle; due accanto all’ingranaggio di apertura delle porte, mentre l’altra, all’apparenza di grado superiore, si trovava di fronte a lui a pochi metri. Vestiva di una semplice corazza da combattimento in cuoio rigido ed un elmo di ferro dall’aspetto mal tenuto. Mentre impugnata, una daga in bronzo.
Sarà stato un uomo sulla cinquantina, dai folti baffoni neri e dal volto rotondo e crucciato. In bocca stringeva un sigaro fumante impregnato di saliva nell’estremità che portava alle labbra.
«Benvenuto a Solace, straniero.»
Disse l’ufficiale rivolgendosi a Sidkah con tono grave.
Volse poi l’attenzione ai suoi uomini, senza perder tempo in chiacchiere.
«Perquisitelo.»
I due uomini addetti all’ingranaggio dei cancelli bloccarono Sidkah: il primo si portò di fronte a lui, mentre il secondo alle spalle, ed insieme ispezionarono minuziosamente ogni centimetro del suo equipaggiamento. Il giovane spadaccino non era minimamente preoccupato, perché comunque fosse andata a finire questa perquisizione, avrebbe dovuto ucciderli tutti in ogni modo, sia i soldati che gli abitanti, quindi li lasciò fare senza protestare.
«Capitano!»
Gridò ad un certo punto il soldato di fronte a Sidkah rivolgendosi al vecchio ufficiale. Gli era stata trovata appesa alla cintura, sotto la veste, l’imperiosa scimitarra d’acciaio donatagli da Korsath.
Ma nessuno ebbe il tempo di disarmarlo, poiché con una mossa fulminea il guerriero mise mano alla scimitarra, allargando le braccia di scatto aprendo con un solo colpo il lungo soprabito bianco. Sguainò l’arma con la velocità del cobra, e colpì con non meno vigore; le due sentinelle che in teoria avrebbero dovuto bloccare lo straniero caddero stramazzate al suolo con la testa spaccata a metà, e subito dopo iniziò a marciare verso il vecchio soldato.
«Stà indietro!»
L’ufficiale brandì la sua insignificante daga verso l’avversario, mettendosi in posizione evasiva con un piccolo scudo di legno proteso in avanti. Sidkah alzò la scimitarra verso l’alto, avvicinandosi al vecchio a passo di corsa, per poi calare il fendente con tutta la forza a sua disposizione.
Lo scudo venne spaccato di netto, trapassando il malconcio elmo ed il cranio.
Con un lento sospiro dolorante, anche lui cadde a terra assieme ai suoi uomini, mentre il sigaro si spense con un lento sibilo non appena la brace sfiorò il sangue colato a terra.
Sidkah si immobilizzò per qualche attimo; ciò che aveva appena commesso andava contro a tutti i suoi ideali, a tutto ciò che per una vita aveva seguito; andava contro al suo onore di combattente, andava contro alle parole di suo padre, al cuore di sua madreé L’infanzia passata nella foresta era morta in quel posto di guardia, in quel momento. La sua vita era morta.
I giorni passati a cantare le leggende della sua terra, ad intrattenere i bimbi in piazza, gli uomini alle locande, erano finiti. Era finito tutto per dar modo ad un nuovo inizio di tracciare un cammino forse più luminoso.
In quel momento egli capì di essere divenuto un guerriero, un soldato privo di pietà. Capì che dipendere da un ufficiale superiore era un qualcosa di totalmente diverso degli ideali e dell’onore individuale. Era un qualcosa di nuovo, e che in fondo gli piaceva…
Sidkah osservò i cadaveri; le teste erano spaccate a metà e pezzi di cervella fuoriuscivano dalla calotta cranica. Il selciato era divenuto un tappeto di sangue.
Volgendo lo sguardo lungo la strada, vide il primo incrocio che segnava l’inizio della città. Sarebbe stato il primo angolo di quartiere dove avrebbe avuto inizio il genocidio.
Nessuna pietà.
Solo gli ordini.
La sua mente cercava di liberarsi, di cancellare il passato dalla propria anima e di accettare questa nuova opportunità; un’opportunità che si era presentata quel giorno, e che non l’avrebbe fatto mai più.
Si, bisognava farlo.
Ma il giovane guerriero non ebbe il tempo di soffermarsi ancora a riflettere, poiché una truppa di guardie marciava verso di lui a passo di corsa, uscendo dalla caserma poco distante. Saranno stati una trentina di soldati.
Devono aver sentito le grida, pensò divertito Sidkah, poco male.. tanto sarebbero morti comunque.
I soldati furono addosso al giovane in pochi istanti, ma riuscirono a fare ben poco. La scimitarra di Korsath Kougaiji danzò nel vento fendendo l’aria assieme alle membra, frugando negli intestini e tranciando le ossa.
Non sopravvisse nessuno.
Da lì, partì il mattatoio.
Per eseguire l’ordine impartitogli, Sidkah passò di casa in casa, trucidando tutti gli abitanti, distruggendo la mobilia, sgozzando donne, vecchi e bambini. I pochi individui che tentarono di difendersi vennero mutilati e trucidati all’istante, senza che avessero il tempo ed il modo di contrattaccare.
Per strada si scatenò il caos più totale; la gente fuggiva ovunque, tentando di uscire dai cancelli della città, i cancelli che Sidkah aveva preventivamente chiuso con un pesante catenaccio, bloccato con tre travi in legno di pino.
Facile dire che nella fretta nessuno riuscì a sbloccare l’unica uscita della città.
E quello che in un tempo non molto lontano fu un mite cantastorie, amante della sua terra e della sua musica, raggiunse i fuggitivi quasi ridendo, brandendo l’arma gocciolante di sangue vermiglio.
«Perché fai questo!»
Una giovane donna con in braccio un bimbo di circa tre anni uscì dalla folla ammucchiata sotto l’arcata del posto di guardia, sbraitando in preda alle lacrime e al terrore. Il bambino non era meno terrorizzato di lei, piangendo sommessamente aggrappato al suo collo.
Sidkah non rispose, limitandosi a fissarla in silenzio.
Si avvicinò di qualche passo verso di lei.
La donna indietreggiò, osservandolo con due grandi occhi impauriti, ma sembrava determinata.
«Mi dispiace…»
Fu l’unica cosa che riuscì a mormorare lo spadaccino, prima di infilzare il bambino e sua madre con un sol colpo di spada.
I due caddero con mormorio gorgogliante, prima di spegnersi definitivamente ai piedi di Sidkah.
Dopo questa scena, la gente iniziò ad accalcarsi addosso ai cancelli urlando in preda alla disperazione; furono in molti a morire per via del loro stesso numero. Chi era addossato alle pareti e ai portoni della città, veniva stritolato dalla folla terrorizzata che spingeva cercando invano una via di uscita. Alcuni si arrampicarono anche sui bastioni e si lanciarono nel vuoto, da ben trenta metri di altezza, sfracellandosi al suolo.
Lo sguardo di Sidkah era fisso su di loro; ormai aveva finito di riflettere, adesso era giunto il momento di finire il lavoro. Gettandosi fra la folla, iniziò a vibrar fendenti dove capitava, lasciando roteare l’affilatissima lama della scimitarra, mentre la gente attorno a lui cadeva con le membra lacerate e sanguinanti.
Non sopravvisse nessuno.
Né donne, né vecchi, né bambini, né uomini.
Salvo un solo individuo, come gli era stato ordinato.
Solace era caduta nuovamente alla volontà della distruzione.
É
Vi fu un breve attimo di silenzio; per qualche minuto, nessuno seppe più cosa dire. E d’altronde c’era forse qualcosa che si potesse fare? Solace era una città fuori dalla federazione, e i tre soldati avevano le mani legate, poiché non era loro giurisdizione. Erano tentati di riunire le truppe di Kyrandor e andare alla ricerca dell’assassino, ma conoscendo il loro capitano erano sicuri che la risposta alla loro richiesta sarebbe stata negativa.
«Com’è possibile che un solo uomo sia stato in grado di compiere una cosa simile?»
Domandò Trok al vecchio, che ora pareva essersi tranquillizzato. Forse la compagnia di quei tre soldati tanto gentili aveva fatto luce nel suo cuore oscurato dalla disperazione.
«Non so rispondervi. Comunque sia, non appena ho capito l’intensità del pericolo mi sono rifugiato con la mia famiglia in cantina; siamo rimasti chiusi lì dentro per circa due ore, e quando ho sentito la porta d’ingresso che veniva sfondata, temevo già che saremmo tutti mortié E se avesse ucciso anche me sarebbe stato meglio!
Quel pazzo e’ entrato in casa e ha cominciato a distruggere tutta la mobilia distruggibile. Sentivo il baccano come se fossi stato lì presente accanto a lui, credetemi. Dopo circa dieci minuti ha trovato la botola della cantina.. quando sentivo i suoi passi scendere le scale ho provato a nascondere mia moglie e i miei figli in una cassapanca che usavo per tenere le bottiglie di vinaccia, ma non abbiamo fatto in tempo… Il bastardo ci e’ stato addosso quasi subito... e ha… ha…»
Scoppiò di nuovo in lacrime, senza provare minimamente a trattenersi. I tre uomini di fronte a lui lo ascoltavano in silenzio, osservandolo con sguardo attento e impressionato.
Asciugandosi le lacrime con una manica della giacca lacera, proseguì nella sua storia, tirando su con il naso ogni tanto. I suoi occhi erano cerchiati di nero e sicuramente non dormiva da un paio di giorni.
«Indagheremo su questo personaggio, non temete. Rimarrete a Kyrandor finché l’ordine a Solace non sarà ripristinato, nel frattempo alloggerete presso la nostra caserma, nei dormitori.»
Il vecchio ringraziò le guardie scoppiando nuovamente in lacrime.
«Vi prego, fate in modo che quell’assassino non torni a cercarmi…»
«Non tornerà.»
Rassicurato, l’ometto si alzò lentamente dalla panchina con le gambe tremolanti e molli come gelatina. Riuscì a malapena a seguire i tre soldati lungo la strada in ombra, che portava alla caserma.
In quel momento, il silenzio del vuoto che fino a poco prima ricopriva quella stretta viuzza, sembrò nascere dal sangue versato in quella città poco distante da Kyrandor. Gli uomini che scortavano il vecchio, si domandarono come fosse possibile che un solo individuo contro decine di guardie sia riuscito a massacrare un’intera popolazione, distruggendo monumenti ed edifici in così poco tempo. Che fosse stato un demone, di questo non c’era dubbio. Nessuno dei tre aveva mai conosciuto uomini tanto malvagi e tanto assetati di sangue.
Che cosa avrà mai portato a Solace quel maniaco omicida? Questa era la domanda che si chiesero, ma nessuno riuscì a trovare una risposta che non fosse differente alla pura cattiveria.
I tre soldati provarono a nascondere la loro inquietudine al vecchio per non cercare di intimorirlo ulteriormente, ma un velo di incertezza scorreva attraverso il loro sguardi, mentre percorrevano la strada nella penombra, debolmente illuminata dalla grande Marhis che si faceva strada attraverso le rade nubi che ricoprivano il manto notturno.
É
Accanto alla panchina che poco prima ospitò il vecchio abitante di Solace, i pochi grilli che avevano trovato casa nei giardinetti della città iniziarono ad intonare il loro penetrante canto, dedicandolo a quell’innaturale silenzio rotto solo dallo sbattere della porta della locanda del Topo. Uscì un uomo di giovane aspetto, non avrà avuto sicuramente più di venticinque anni; in mano teneva un boccale di birra da una pinta, e sorseggiandolo andò a sedersi sulla panca.
Il giovane si aggiustò la lunga tunica bianca e accavallò le gambe, lasciando intravedere una lunga scimitarra riposta in un fodero di pelli animali appesa alla cintura. Fissava il vuoto con sguardo meditabondo, sfiorandosi con due dita il pizzetto che copriva appena una parte della lunga cicatrice che sfigurava il suo volto.
“Spero di esser stato degno” pensò Sidkah, bevendo un lungo sorso di birra. _________________ «La mia felicità nel sapere che vi sono combattenti più potenti di me, è immensa, poiché so e saprò sempre che mai e poi mai sarò il più debole fra questi.»
Sidkah
Cantore della Battaglia
[1] La caduta di Solace · Lands of Darkness