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Lastor

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Affisso: Dom 24 Mag, 2009 Oggetto del Messaggio: Alastor |
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1
Levoras Tardell si compiaceva di considerarsi un brav'uomo. Nonostante la veneranda eta' di trentasette anni e nonostante fosse rimasto vedovo da piu' di dieci anni ormai, non aveva mai neanche preso in considerazione l'idea di prendere un'altra donna in moglie; era sempre il primo, nei periodi di carestia, ad offrire i propri servigi come fabbro della piccola comunita' senza richiedere alcun compenso, accettando un paghero' o uno scambio non sempre vantaggioso. Gli altri membri della comunita' si prendevano bonariamente gioco di lui, chiamandolo "l'orso dal cuore di miele", nomignolo che non mancava di farlo irritare. Eppure, bastava dargli un'occhiata per capire il motivo di quel nome: alto non piu' di un metro e settantacinque, nonostante l'eta' avanzata il fabbro aveva il torace ampio come un barile, un ventre prominente e braccia spesse come tronchi, altrettanto nerborute e nodose. Le sue unghie erano nere, rovinate dal lavoro nella forgia, e aveva ormai perso gran parte dei capelli sulla testa: quelli che restavano li lasciava allungare, legandoli con un semplice cordino di cuoio intrecciato. Nessuno avrebbe creduto impossibile che Levoras fosse in grado di uccidere un uomo a mani nude, con le mani gigantesche che si ritrovava: eppure nulla avrebbe stupito di piu' che vedere Levoras fare del male a qualcuno.
La moglie del fabbro, Taria, era morta nel dare alla luce il loro primo figlio. La nutrice del villaggio era stata chiamata quella notte ad assistere la donna nel parto, e aveva insistito affinche' Levoras aspettasse fuori dalla piccola casetta di legno che egli stesso aveva costruito per se e per la sua sposa. Il nervosismo dell'uomo, il suo continuo camminare avanti e indietro e le sue domande continue rendevano la vecchia nervosa, nonostante avesse gia' aiutato a far nascere piu' di cento infanti prima di quello. Quando si rese conto che il parto sarebbe stato difficile, la vecchia Nurel usci' dalla capanna per cercare il fabbro.
Levoras era seduto sulla gigantesca incudine che giaceva all'interno della sua bottega, poco distante da casa sua. La vecchia arranco' per la salita, cercando di risparmiare le energie: erano poche decine di metri, ma a lei parve di aver camminato per diverse leghe, e quando finalmente giunse davanti all'uscio aveva il fiato corto e la bocca asciutta. "Non sei piu' giovane come una volta", rimprovero' a se stessa la nutrice. Poi sposto' lo sguardo sull'uomo che la osservava in silenzio, e come sempre accadeva in quei casi senti' che il cuore le si stringeva al pensiero di cio' che andava detto.
<<Mi dispiace, uomo>> esordi' quando ebbe compreso che non sarebbe stato il fabbro a rompere il silenzio per primo. <<Detesto dare brutte notizie a quelli come te. Le persone buone meritano di meglio.>>
L'uomo scese dalla gigantesca incudine, avvicinandosi alla vecchia di un paio di passi. Osservandolo, Nurel ancora si stupi' che una donna attraente come Taria avesse potuto scegliere un uomo brutto come Levoras. Aveva avuto diversi pretendenti, la piccola Taria, fin da prima che fosse in eta' da marito. Li aveva liquidati tutti con risposte taglienti e gelo, ignorando le proposte di matrimonio e le dichiarazioni d'amore, rimandando indietro i regali e rifiutando ogni contatto. L'omone era stato un'autentica sorpresa per tutto il villaggio: li vedevano talvolta parlare, al torrente, quando Levoras andava a prendere acqua fredda per la tempra dei suoi metalli e Taria sedeva sul basso argine erboso, lavando e chiacchierando con le altre donne. Poche parole, nulla di piu': mai nulla che lasciasse presagire che il rozzo fabbro la stesse corteggiando. Quando pero' venne la prima festa del raccolto nella quale Taria fosse in eta' da marito, tra lo stupore generale, fu con Levoras e solo con Levoras che la donna danzo' quella notte. Aveva capelli neri come la notte, vita stretta e fianchi morbidi: le sue labbra erano rosse e invitanti, e i suoi occhi verdi brillavano di una vivacita' che sembrava stridere se posta accanto alla tetra figura del fabbro. Levoras non aveva proprio nulla di attraente: sgraziato e rude, non sapeva come comportarsi con le donne, finendo per restare in silenzio e sentirsi stupido alquanto in fretta. Sei mesi dopo, mentre lo stupore della comunita' cresceva, i due avevano celebrato il matrimonio che li aveva uniti per sempre.
Ora, osservando il fabbro, Nurel si rese conto che in effetti quell'uomo aveva i suoi pregi. Persino in quel momento la sua figura sembrava emanare una calma solida e stabile, come una roccia dalle radici profondamente saldate alla terra. Dava coraggio persino a lei, che detestava profondamente cio' che avrebbe dovuto dirgli. E poi, c'erano i suoi occhi... Agli occhi di Levoras sembrava non appartenere alcun colore del creato: a seconda della luce nella stanza, talvolta anche del tempo, il colore dei suoi occhi cambiava repentinamente. Potevano essere di un azzurro freddo come ghiaccio, come di un verde caldo e splendente: occhi stupendi, che forse troppo spesso passavano inosservati in quel corpo sgraziato.
Sospirando, la vecchia si decise ad abbandonare i ricordi e i pensieri per fare cio' che andava fatto. <<Il bambino e' girato male>>, disse cercando di mettere nella voce tutta la dolcezza e il calore che pote'. <<Posso fare ben poco, temo. E' probabile che tuo figlio cresca senza conoscere sua madre.>>
Guardando nell'azzurro glaciale di quello sguardo, la vecchia Nurel pote' distintamente cogliere l'esatto momento in cui le sue parole spezzarono il cuore del fabbro. Le spalle dell'Orso si abbassarono per un istante, e il suo sguardo con esse. Ma solo per un istante: tale fu il tempo che Levoras concesse al proprio cordoglio, quella notte. <<Andiamo, donna>>, mormoro' Levoras con voce profonda <<Abbiamo entrambi cose importanti da fare, questa notte. Tu devi far nascere mio figlio, e io devo dire addio alla donna che amo.>>
Si incammino' giu' per la collinetta, verso la capanna dal cui foro centrale sul tetto si levava un sottile refolo di fumo, una striscia grigia appena visibile nel cielo notturno grazie alla luce che Marhis spandeva nell'aria tersa e pulita. E nonostante ogni passo mordesse la distanza che lo separava dalla donna che amava, accorciandola e portandolo sempre piu' vicino alla realizzazione del desiderio di rivederla e stringere a se la moglie, Levoras Tardell tenne il passo dell'anziana nutrice affinche' non restasse sola nella notte.
<<Come sai che e' un maschio?>> chiese la vecchia quando furono sulla soglia della casupola.
Il fabbro si volto', rivolgendole uno dei suoi rari sorrisi: quasi sparivano quelle labbra carnose, nella massa della sua barba nera striata di grigio. <<Taria lo ha sognato>>, si limito' a rispondere. <<Un ragazzo dai capelli neri e lucenti, alto e bello come sua madre>>
<<Gli auguro di avere gli occhi del padre>>, rispose la vecchia con gentilezza, ricambiando il fugace sorriso del fabbro.
<<Ma solo quelli>>, concesse Levoras aprendo la porta della capanna. <<E abbiamo gia' deciso il suo nome>>
<<Come lo chiamerete?>>
L'interno della casa era perfettamente in ordine e pulito. Giunchi freschi erano stati sparsi quel giorno sul pavimento, e l'aria all'interno era scaldata dal fuoco che ardeva al centro dell'unica, ampia stanza, e profumata dai ramoscelli di lavanda messa a seccare vicino alle finestre. L'ampio letto matrimoniale su cui giaceva la partoriente aveva una enorme testiera di ferro, opera del marito: barre di ferro sottile erano state abilmente ripiegate su se stesse, formando un motivo che ricordava un roseto. Rose del medesimo materiale erano state cesellate con cura e amore dalle abili ma sgraziate mani del fabbro, con una cura e una precisione che nessuno avrebbe sospettato nell'Orso.
Taria apri' gli occhi nel sentirli entrare. Il suo volto era pallido, madido di sudore. Le contrazioni aumentavano, mentre le fitte diventavano sempre piu' dolorose e frequenti: eppure la ragazza appariva splendida persino in quel momento, tanto che alla vecchia Nurel si strinse il cuore. "Che ingiustizia", si sorprese a pensare.
La ragazza volse lo sguardo verso il marito, sorridendogli con dolcezza. Il fabbro le si avvicino', tergendo il sudore che le imperlava la fronte con un panno che la vecchia aveva poggiato sulla testiera di ferro battuto. La delicatezza di quel gesto stono' ancora una volta con il corpo sgraziato e immenso dell'uomo, facendo provare alla vecchia nutrice una nuova fitta di compassione. Ma Taria sorrise, e fu un sorriso talmente dolce e delicato da risollevare gli animi piu' tristi. C'era felicita' nel suo sguardo, quando con voce flebile mormoro' il nome del bambino che per nove mesi aveva allevato nel suo grembo ma che non avrebbe visto crescere.
<<Alastor... Lo chiameremo Alastor. E avra' gli stupendi occhi di suo padre.>>
<<Si>>, concesse Levoras con un impercettibile segno d'assenso, mentre la gola cominciava a serrarglisi e le parole diventavano difficili da pronunciare <<Ma solo quelli...>> _________________ --
Alastor
"Nothing will be forever gone
Memories will stay and find their way
What goes around will come around
Don’t deny your fears
So let them go and fade into light" |
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Lastor

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Affisso: Lun 25 Mag, 2009 Oggetto del Messaggio: |
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2
Il cortile risuonava del cozzare sordo delle spade d'addestramento gia' da un'ora buona, ma ancora nessuno dei due si dava per vinto. Thomàs Laverne, il figlio minore del conte, era piu' basso e piu' esile del figlio del fabbro; compensava questi svantaggi con un ottimo gioco di gambe, una difesa accorta e il vantaggio di essere mancino. Aveva un paio di anni in piu' del suo compagno di addestramento: ne avrebbe compiuti dodici tra quattro mesi.
Alastor riprese a girare attorno all'avversario, la spada obliqua in guardia centrale. Thomàs lo segui', ripetendo il movimento in modo esattamente speculiare per evitare di offrirgli il fianco, ma tenendo piu' alta la sua guardia. Paro' senza troppi problemi l'affondo dell'avversario, poi, con un veloce movimento rotatorio del polso, aggiro' la sua lama e tocco' il suo petto con la punta della spada. Alastor aveva visto quel movimento non meno di sette volte quel mese, e ogni volta ci era cascato. Con questa, facevano otto.
<<Ben fatto, Lord>> si complimento' il maestro d'armi, rivolgendo al suo signore un sorriso benevolente e compiaciuto. <<Las, quante volte dovro' ripetertelo? Chi attacca in modo sconsiderato, raramente puo' aspettarsi di sopravvivere in battaglia. Ricorda, ragazzo: la prima nemica...>>
<<...e' la fretta. La seconda e' l'impazienza. La terza e' l'arroganza. E solo dopo queste tre viene l'arma del tuo avversario>>, termino' Alastor per lui, sbuffando. Aveva sentito quelle parole fino alla nausea, ma ancora le trovava ridicole. Fretta? Impazienza? Non erano ne' la fretta ne' l'impazienza a procurargli i lividi con cui andava a letto ogni sera. Era la spada da addestramento di Thomàs.
Messer Ferbren pero' non sembro' gradire il tono con cui il ragazzo aveva parlato, e odiava venire interrotto. <<Ammirevole, davvero ammirevole>>, commento' acremente il maestro d'armi, le braccia incrociate sul petto e lo sguardo duro rivolto allo sfacciato ragazzino. <<Farai trenta giri della piazza d'armi, gridando le medesime parole che ti sei appena compiaciuto di ricordarmi. Dal momento che sembri aver imparato le parole ma non la lezione, vedremo se questo servira' a inculcarla meglio in quella tua zucca vuota. Puoi cominciare, ragazzo.>>
Quando Levoras giunse nella piazza d'armi, uscendo dalle fucine con indosso ancora lo spesso grembiule di cuoio con cui era solito lavorare, Alastor aveva appena terminato il suo ultimo giro ed era crollato a terra esausto. Pulendosi le mani con un panno umido, il fabbro si avvicino' al figlio, rivolgendo un cenno di saluto al maestro d'armi e un goffo inchino al minore dei figli del conte. <<Mastro Tardell>>, ricambio' il saluto messer Ferbren, prima di tornare a rivolgere lo sguardo sul ragazzo sfinito ai suoi piedi. <<Ricorda bene quelle parole, Las. Meglio ancora: fa' un piccolo sforzo e cerca di capirle. Ci vediamo domani mattina, come al solito.>>
Quindi, rivolto un formale ed elegante inchino al piccolo lord Laverne e assestata una leggera pacca sulla spalla del fabbro, il maestro d'armi si incammino' verso il mastio centrale della fortezza, accompagnato dalle imprecazioni a mezza voce di Alastor.
Thomàs rise del colorito linguaggio dell'amico, scuotendo il capo. <<Se tu la piantassi di caricare a testa bassa come il bisonte che sei, ti risparmieresti un bel po' di corse e rimbrotti>>.
Alastor lo fulmino' con uno sguardo. <<Se io fossi il tenero figlioletto del conte, me ne risparmierei altrettanti>>
Thomàs non si scompose. Si limito' a scuotere il capo, rinfoderando la spada da addestramento con la cura che avrebbe usato per un'arma che avesse posseduto un filo tagliente. <<Il tuo problema non e' l'essere il figlio del fabbro della fortezza>>, disse il ragazzo. <<Il tuo problema e' non saper perdere. Ci sarai questa sera al parco? Mio padre ha detto che posso invitare chi voglio. Lui avra' troppo da fare con la delegazione per badare a noi.>>
Alastor apri' la bocca per rispondere, ma fu la voce di suo padre a parlare per lui. <<Ci sara'>>, si limito' a rispondere il fabbro. Quindi rivolse al figlio un'occhiata che soffoco' ogni protesta sul nascere.
Quando Thomàs si fu allontanato, Alastor si rimise in piedi, ancora a corto di fiato. <<Avevi detto che questa sera mi avresti insegnato a battere il ferro>>, protesto' con aria sinceramente risentita. Levoras scosse il capo, passando una delle sue gigantesche mani tra i capelli del figlio. <<C'e' tempo per quello. Non dovresti trascurare i tuoi amici>>
<<Il signorino Laverne non e' un mio amico>>, replico' lui infastidito.
<<Sembra averti in grande considerazione, pero'>>
<<E chi se ne frega>>, sbotto' Alastor improvvisamente. <<I miei amici sono i ragazzi del villaggio! Tim la faina, Kathery, Thed Brassel... e tutti gli altri! Odio questo posto!>>
Ignorando le proteste del ragazzino, Levoras prese il panno bagnato che aveva sulle spalle e inizio' a passarglielo sul viso per pulirlo dal sudore. Era una strana scena, vedere quelle mani enormi tenere con tanta cura quel piccolo panno umido e passarlo con delicatezza sul volto del ragazzino mentre questi ancora strillava.
<<Il conte ha ordinato che i fabbri della contea si presentassero alla fortezza, Alastor>> spiego' quindi con calma e pazienza per l'ennesima volta <<nessuno dira' mai che Levoras Tardell non e' fedele al suo signore, e rifiuta un suo comando. Quando avro' finito, poi...>>
<<Saro' vecchio e decrepito, quando avrai finito di forgiare armi e armature per il conte>>
<<Bene>>, annui' il fabbro <<spero che per allora avrai anche un po' piu' di giudizio. Comunque, ti insegnero' domani a battere il ferro. Questa sera cerca di divertirti.>>
Durante il banchetto, Thomàs aveva chiesto e ottenuto dal padre il permesso di allontanarsi dalla tavola alta destinata al conte e ai suoi ospiti. Suo fratello Adrien era di quattro anni piu' grande di lui, ed era il prossimo erede nella linea di successione del conte Laverne. Dal momento che la sua eta' era piu' che sufficiente perche' iniziasse ad interessarsi della politica della piccola contea, il padre concentrava su di lui tutte le sue attenzioni, lasciando al figlio minore piu' liberta' di quanta probabilmente non ne desiderasse.
Il giovane figlio del conte indossava dei pantaloni verdi, e una camicia di seta bianca con maniche a sbuffo. Probabilmente, prima dell'inizio della serata il suo vestiario era stato piu' completo: man mano pero' che l'attenzione del padre veniva catturata dai suoi ospiti e dalle faccende che lo interessavano, il ragazzo aveva decurtato dal proprio abbigliamento tutto cio' che lo stringeva, infastidiva o impacciava, fino a trovare un compromesso che lo facesse stare comodo. Alastor indossava gli abiti migliori che aveva: dei semplici pantaloni di lana grigia, una camicia di un bianco pallido e un giustacuore corto di uno scuro colore marrone. Si sentiva estremamente ridicolo, ma suo padre non aveva ammesso repliche.
Durante la cena, i due ragazzi riuscirono a divertirsi nonostante tutto: rubarono pasticci di mele e pasticcini di miele e cannella, riempirono di peperoncino le quaglie di uno dei sette lunghi tavoli che si trovavano nella parte inferiore della sala, godendosi poi le facce degli uomini mentre le addentavano, e riuscirono persino a rubare un paio di boccali di birra che pero' non riuscirono a bere, trovandola disgustosa.
<<Vorrei che fossi presente ad ogni cena>>, gli disse Thomàs mentre Alastor provava ad inzuppare un pasticcino al miele nella birra, tentando di trovare un modo per mandarla giu'. Il ragazzo piu' piccolo scrollo' le spalle, sputando il pasticcino dal sapore orribile. <<Non sembra male, qui>>.
<<Oggi non e' male, infatti>> concesse Thomàs imitando l'amico con un pezzo di torta alle mele e cannella, ma non ricavandone un miglior risultato. <<Ma solo oggi. Dal confine arrivano brutte notizie, e mio padre ha detto che questo banchetto serviva tanto per distendere gli animi quanto per poter parlare della guerra>>
Alastor una guerra non l'aveva mai vista, ma a volte il maestro di lettere di Thomàs leggeva dei libri ai due ragazzi, e Alastor adorava le storie di cavalieri e maghi. <<Se ci sara' una guerra, ci sara' anche un esercito!>> esclamo' gettando anche il secondo pasticcino zuppo di birra.
Thomàs annui', ma senza condividere l'eccitazione del ragazzo. <<Per questo mio padre ha richiamato i fabbri. Bisogna arruolare la milizia, armarla...>> Alastor non era interessato pero' a quei dettagli. <<E ci saranno anche dei maghi?>> lo interruppe bruscamente.
Thomàs scosse lentamente il capo, deludendolo. <<La gilda degli alchimisti ci aiutera' come potra', ma non abbiamo nessun mago nella contea, Las. Lo sai.>>
Alastor annui', mogio. Alchimisti? Una volta ne aveva visto uno, poche settimane prima. Un omino basso, vestito di tuniche sgargianti e strani monili, con un buffo copricapo tondo sulla testa. Era venuto alla fortezza per conferire con il conte, ma aveva fatto qualche magia per divertire i soldati. Alastor ne era stato immensamente deluso, anche se gli uomini della fortezza avevano gridato il loro apprezzamento nel vedere i fuochi colorati e i fumi variopinti che le miscele dell'omino producevano nell'aria. Da un vero mago, Alastor si sarebbe aspettato qualcosa di piu'... Un demone evocato, almeno!
<<Chi e' che ci attacca?>> chiese quindi al figlio del conte, desiderando dimenticare al piu' presto la delusione degli alchimisti.
<<Non dovrei saperne niente>>, inizio' Thomàs con titubanza. Gli si fece quindi piu' vicino, abbassando la voce. <<Pare che dai confini sud siano spariti molti drappelli di guardia. E non solo loro: i contadini lamentano la sparizione di bestiame e persone, e hanno chiesto l'aiuto del conte mio padre affinche' li protegga.>>
<<A sud? Ma a sud ci sono solo paludi...>>, mormoro' Alastor con disappunto, vedendo svanire inesorabilmente il suo sogno di ammirare un imponente schiera di cavalieri pronta a dare battaglia. In mezzo a quei pantani, persino gli asini avrebbero avuto problemi a proseguire. E un cavaliere in groppa ad un asino non era decisamente l'immagine gloriosa che il ragazzino si era fatto nei suoi pensieri. _________________ --
Alastor
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Affisso: Mar 26 Mag, 2009 Oggetto del Messaggio: |
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3
La mano del comandante scatto' di colpo, e della zanzara sul suo braccio non rimase altro che una macchia rossa e grumosa sul suo guanto di cuoio. "Schifose zanzare", le maledisse Loras Gavroche, continuando a guidare la colonna verso il fitto dell'acquitrinio.
Erano partiti dalla fortezza da appena un paio di giorni: tanto era bastato ai loro cavalli per raggiungere il confine sud della piccola contea. Loras aveva sempre detestato cavalcare, ma adesso aveva scoperto qualcosa che detestava ancora di piu', ed erano quelle infami paludi in cui lui e i suoi uomini sguazzavano da poche ore. Gli alberi erano contorti e sparuti: la maggior parte della vegetazione era costituita da fitti canneti e infidi licheni. Si camminava nel fango, gli stivali affondati fino alla caviglia: e questo solo se si era fortunati, perche' la maggior parte del tempo si sguazzava nell'acqua ristagnante che poteva anche superare il polpaccio. Gli uomini lamentavano gia' acqua negli stivali, e Loras capeggiava le lamentele, fornendo un pessimo esempio ai suoi sottoposti.
"All'inferno anche l'esercito", impreco' dentro di se il nobile. La famiglia Gavroche apparteneva ad un ramo nobiliare vassallo che aveva giurato fedelta' ai conti di Laverne. In virtu' del giuramento, il secondogenito dei Gavroche di ogni generazione serviva nell'esercito della contea, una tradizione antica quanto triviale che Loras non mancava mai di lamentare. Alto, biondo e di bell'aspetto, il secondogenito di casa Gavroche aveva passato i ventisette anni della sua vita a dirsi che se non fosse stato per quell'usanza barbara, avrebbe potuto avere molto di piu' dalla vita, piuttosto che il comando di una misera centuria.
<<Comandante, l'avanguardia segnala di aver trovato qualcosa>> lo avverti' il suo attendente.
Loras annui' con aria infelice. <<Andiamo a vedere cosa... ma scommetto che troveremo solo un mucchio di pidocchiosi bovari. Bovari che ammazzano bovari... Dei, che bell'incarico mi e' capitato>>.
Il terreno piu' avanti era un acquitrinio denso e maleodorante, piu' fango che acqua. Loras dovette procedere con attenzione, ponendo grande cura in ogni passo, cosa che ebbe il piacevole effetto di zittire per qualche minuto la fiumana delle sue lamentele. I cento uomini assegnati al suo comando erano ormai abituati alle continue lagne del comandante, e non ci facevano quasi piu' caso: cio' nonostante, i soldati adesso erano tesi, e il comportamento dell'ufficiale non contribuiva a distendere il morale.
Superato il pantano di fango, la centuria raggiunse gli esploratori, che si erano fermati su un dosso alto un paio di metri. Fu su quel terrapieno sopraelevato che Loras li raggiunse, portandosi dietro il suo attendente. La sensazione della terra sotto gli stivali fu quasi un piacere... Ma svani' ben presto quando il comandante raggiunse la cima del terrapieno e rivolse lo sguardo alla conca che si estendeva davanti a se.
<<...Dei... che cosa diavolo...>>
Daran Rise si avvicino' al comandante, scuotendo lentamente il capo. <<Non dovreste nominare diavoli in queste paludi, milord>>, mormoro' il veterano in tono mite. Loras non lo degno' di uno sguardo, continuando a osservare lo scempio ai suoi piedi.
Il vecchio esploratore si gratto' la barba, sedendo sui talloni in posizione accosciata mentre a sua volta osservava il medesimo spettacolo. Aveva servito nell'esercito della contea per venticinque anni quasi, e da dieci anni era stato assegnato agli esploratori della centuria di lord Gavroche. Era un uomo pratico, silenzioso, poco incline allo scherzo: gli altri soldati lo rispettavano, e anche Levoras aveva presto capito che le numerose cicatrici che deturpavano quel corpo vecchio piu' di quarantanni, Daran se le era conquistate tutte con valore.
<<Che ne pensi, Rise?>>
Il vecchio soldato osservo' per qualche minuto la valletta, in silenzio. Dal pantano limaccioso, tra le canne e i giuncheti, erano perfettamente visibili un enorme numero di cadaveri. Gonfi e macilenti come se fossero stati a mollo per giorni, i corpi erano gettati alla rinfusa: qua e la affiorava un braccio, una gamba. Un'ombra sotto al pelo dell'acqua torbida e scura assumeva di colpo un significato sinistro, in quella piccola conca torbida dove aleggiava la morte.
<<E' una brutta storia, ser>>, mormoro' infine il vecchio, alzandosi in piedi. <<Brutta e poco chiara. Tanto per cominciare, dov'e' il sangue? La luce e' fioca, ma abbiamo ancora un'ora scarsa prima del tramonto. Anche da qui dovremmo vedere le acque tinte di rosso, nonostante si tratti di acqua torbida. Invece, se guarda attentamente, scoprira' che non c'e' traccia di sangue in quell'acqua.>>
Il comandante aggrotto' le sopracciglia, aguzzando lo sguardo e appurando che quanto diceva il vecchio corrispondeva a verita'. Si limito' pero' a scuotere il capo. <<Questo non significa niente. Potrebbero essere li da giorni, e il sangue potrebbe essere defluito o rimasto sul fondo. Potrebbero anche averli annegati senza versarne cosi' tanto.>>
<<Vero, potrebbero essere stati annegati>>, ammise l'esploratore, maledicendo dentro di se l'idiozia del suo comandante. Poi pero' riprese, con tono pacato <<Pero' perche' prendersi il disturbo di affogarli, quando un colpo di spada fa il lavoro piu' in fretta e piu' comodamente? Inoltre, mio signore, se davvero fossero li da cosi' tanto tempo, perche' i corvi non hanno cominciato a beccarli? Vedete o sentite forse un corvo nel raggio di un miglio attorno a noi?>>
A quello Loras Gavroche non seppe rispondere.
<<Va bene. Visto che la notte e' vicina, ci accamperemo dietro quelle radure>>, decise il comandante, indicando con un cenno del capo un punto che con ogni probabilita' si trovava a un miglio di distanza.
<<Comandante, io credo che sarebbe piu' saggio andare via da qui. Questa storia e' dannatamente strana, e quei corpi mi mettono i brividi. Credo che gli uomini sarebbero piu' che lieti di rinunciare al riposo per allontanarci da questo posto in tutta fretta.>>
Poiche' era un gentiluomo, Loras Gavroche lascio' che il veterano terminasse il suo discorso. Alla fine, con aria rigida e infastidita, si limito' a voltare il capo verso il suo attendente. <<Avete udito i miei ordini. Che ogni decuria sia informata.>>
Il vecchio Daran sospiro', rimettendosi in piedi. "Inizio ad essere troppo vecchio per prestare servizio sotto un completo imbecille", si disse l'esploratore, avendo pero' cura di mantenere per se quel pensiero. _________________ --
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