Diarmuid

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Affisso: Lun 31 Mar, 2008 Oggetto del Messaggio: Domani |
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NOTA: nonostante stia scrivendo con questo account, il racconto non riguarda Diarmuid ma Khrysor. Vorrei evitare di dover usare piu' account, e spero che non ci siano problemi se utilizzo solo questo. Del resto non ho mai mantenuto segreti i miei personaggi. Naturalmente questo varrebbe solo per i racconti in bacheca: nel caso di Journal farei diversamente Scrivendo il racconto, ascoltavo questo: [collegamento esterno rimosso] Mi piace l'effetto che crea con il racconto... comunque sono gusti, magari a chi non piace il genere non piacera' neppure l'accostamento. Io lascio il link, chi vuole ascolti (ovviamente le immagini non c'entrano nulla, parlo solo della canzone ^^').
Una terra arsa dal sole, di un malsano e innaturale colore grigio cenere: terreno irregolare, dolcemente collinare. Si spande a vista d'occhio, intervallata da pochi alberi scheletrici e anneriti, morti o morenti.
C'e' un alito di vento, ma e' caldo: mozza il respiro, sugge l'aria dai polmoni lasciando un velo di sudore sulla pelle. L'aria e' troppo umida, asfissiante.
Sul fianco della collinetta sono adagiate alcune pietre: e sotto, dove si spande la vallata annerita e sterile, ci sono solo macerie - l'unico suono e' la carezza di un vento che non porta refrigerio, l'unica sensazione e' un opprimente senso di morte che sembra permeare tutto - macerie annerite e consunte, blocchi di pietra erosi dal tempo e dalle fiamme.
Si volta e si allontana, e ancora il caldo opprimente torna a mozzare il suo respiro, e il sudore impregna le sue vesti, le appiccica al suo torace e alla sua schiena. Si concentra, lasciando che il mana si addensi e pronunciando le parole di potere per liberarlo, perche' l'energia magica materializzi un rivolo d'acqua, una fonte per rinfrescarsi, un minuscolo zampillo di vita in una valle di morte silente.
Nulla accade.
Prova ancora, e ancora, e ancora: spasmodicamente, sempre piu' teso e impaurito.
Nulla.
La magia e' andata, perduta: non risponde piu' al suo appello. La magia: la sua arma, la sua armatura, la sua forza. Andata, svanita.
Un senso di orrore sale strisciando, serpeggiando lungo la spina dorsale e strappando innaturali brividi nonostante il caldo opprimente. Paura, pura e semplice paura.
Si volta e scappa, corre lungo la collina: corre, corre, perche' quando verranno a cercarlo questa volta sara' senza difese, perche' questa volta lo uccideranno, perche' la magia e' andata, perche' non ha la piu' pallida idea di che posto e' quello - l'inferno, forse, l'inferno, non c'e' altra spiegazione: non c'e' zolfo e non ci sono demoni, non c'e' lava nel suo inferno personale, c'e' la sua piu' grande paura in agguato, tutto intorno a lui, c'e' la solitudine.
Corre disordinatamente, come impazzito; quando urta con un piede una delle pietre poste sulla collina e cade, quasi non se ne accorge. Le sue gambe sono ricoperte da lividi e graffi a causa dei rovi rinsecchiti che ricoprono le pietre, ma lui non sembra accorgersene. Cerca di rialzarsi, di liberare la veste impigliata tra i rovi: tira, e strattona, e...
Lo sguardo cade sulla superficie liscia, stranamente regolare della pietra accanto a se.
Il brivido gelato di orrore si stempera, spandendosi in tutto il corpo: sente un ronzio nelle orecchie, la bocca improvvisamente secca e arida, mentre un senso di vertigine minaccia di sopraffarlo.
Ha smesso di lottare contro i rovi, ha smesso di percepire il calore opprimente attorno a se: non esiste altro che quella pietra nera, quella lastra di ardesia posta in mezzo al nulla, e le altre lastre identiche a pochi passi di distanza da essa.
Strappa i rovi con le mani, ferendosi, sporcando l'ardesia di sangue: non avverte piu' dolore, ora, tutto e' ovattato e distante mentre il ronzio nelle orecchie si trasforma in un rombo martellante.
Elawen e Sybil.
Takjar, Kayra.
Flaminea...
Krisaore.
Accanto ad ogni lapide ce n'e' un'altra, e su ogni lapide c'e' un nome. Ma non sono poche lapidi sulla cima di una collina: e' un cimitero immenso, che si perde a vista d'occhio.
Respira affannosamente, le mani sanguinanti e sporche, il sudore che cola sulle ferite infiammandole.
Sono tutti morti.
La magia e' sparita.
E' questo il suo inferno: la solitudine.
Il vento soffia piu' forte, per pochi istanti: e mentre passa tra le lapidi d'ardesia, sembra quasi trasformarsi in una risata beffarda, levarsi pian piano fino a diventare un urlo - no, non e' il vento, non e' il vento, e' il suo urlo: apre la bocca ma l'aria non esce, non esce e non entra, manca il fiato e manca il respiro, e capisce che finira' tutto cosi', in quel momento, in un cimitero brullo, tra lapidi d'ossidiana graffiate dai rovi: apre la bocca e urla, e porta le mani al volto, e ancora non un fiato esce dal suo petto, non un suono, ed e' il vento ad urlare per lui, e' il vento che fischia tra le lapidi a rispondere a quell'urlo di muta angoscia, levando al cielo tutto l'orrore e il terrore che gli attanagliano le viscere...
Apri' gli occhi di scatto, Khrysor, e per un istante persino la bassa luce delle lampade ad olio nella piccola biblioteca feri' i suoi occhi.
Il suo respiro era pesante, veloce: sentiva ancora distintamente i battiti del proprio cuore, mentre a bocca aperta inghiottiva aria per mandarla ai polmoni. Le sue mani tremavano incontrollate.
Si lascio' ricadere sulla poltrona dove l'aveva colto il sonno, il libro ancora aperto sul suo petto nel medesimo modo in cui era caduto. Rimase cosi' per pochi istanti, in silenzio, cercando di calmare il respiro: il ricordo del sogno ancora troppo vivido, l'orrore ancora troppo reale.
Si alzo' in piedi, lasciando ricadere il libro a terra e scoprendo di essere sudato fradicio. Sospirando, si preparo' a lanciare un semplice incantesimo per richiamare nella stanza una fonte d'acqua. Non riusci' a trattenere un brivido mentre iniziava a salmodiare, ricordando cio' che era accaduto nel sogno quando aveva tentato il medesimo incantesimo.
La sua magia era tutto, per lui. Era l'unica cosa che gli restasse.
"Gradirei che non creaste sorgenti magiche nelle biblioteche della torre. Molti tomi non sono schermati dall'acqua, e potrebbero rovinarsi."
Trasalendo, il felar si volto' verso l'angolo della biblioteca da cui era venuta la voce, e li la vide. La signora della magia era seduta su una poltrona come quella da cui si era appena alzato, un sottile libro dalla costina verde smeraldo tra le dita; le lunghe gambe accavallate, ricoperte da una veste sottile e leggera fino alle caviglie.
Fu tentato di chiederle cosa volesse, cosa ci facesse li: fortunatamente si riprese pochi istanti prima che quell'idiozia sfuggisse alle sue labbra. Era lui a trovarsi nella sua biblioteca, non il contrario. Era lui ad essere fuori posto.
"Un incubo?"
Una voce dolce, delicata. Il tono leggermente distaccato. Il suo suono servi' a rilassarlo, e si trovo' a desiderare che parlasse ancora. Annui' a malapena, il volto coperto dalle falde del cappuccio. Torno' a sedere sulla poltrona, girandola in modo da poter osservare la donna.
"Desiderate parlarne? Dicono che farlo rilassi..."
Desiderava parlarne, ma la paura e' debolezza e le debolezze vanno celate. Anni e anni di cultura drowish riaffiorarono inconsciamente in lui, venendo a galla all'improvviso. Nonostante il suo cuore urlasse si, il suo volto rimase immobile mentre la sua testa descriveva un delicato arco da destra a sinistra, e da sinistra a destra. Solo una volta: un rifiuto appena accennato.
La donna' chiuse il libro con delicatezza, levandosi in piedi in un unico movimento fluido. Ando' ad uno degli innumerevoli scaffali, riponendo il tomo al suo posto: ne conosceva a memoria l'ubicazione, senza bisogno di alcuno schedario.
"In questo caso, credo che vi lascero' riposare, e andro' io stessa a dormire. Vi suggerirei di usare a tale scopo una delle camere al piano inferiore: questa e' una biblioteca, non un dormitorio."
Mosse qualche passo verso la porta, e lui non fece nulla per fermarla. Pochi istanti e sarebbe rimasto solo ancora. Non faceva alcuna reale differenza, comunque: da anni era solo, ormai. C'era abituato. O cosi' si ripeteva, da anni.
"Voi parlate nel sonno", mormoro' la donna, fermandosi per qualche istante sulla porta della biblioteca.
Lui rimase in silenzio, senza parlare. Il suo sguardo lambiva ancora una delle lampade che rischiaravano la stanza.
"Se la solitudine vi turba in questo modo, dovreste fare qualcosa. Non siete realmente solo, sapete. Non c'e' bisogno che siano altri a dirvelo: se io che vi conosco cosi' poco l'ho potuto notare, osservandovi in sua compagnia, credo che significhi che la cosa e' altrettanto palese anche ai vostri occhi."
Un fruscio leggero, rumore di passi nella attigua camera delle udienze. Una porta si apri' e si richiuse: rumore di passi in lontananza.
Poi silenzio.
"Non e' cosi' semplice", mormoro' Khrysor dopo alcuni minuti. Parlava all'aria, parlava all'ombra. Parlava a se stesso, per udire ancora il suono di una voce, perche' la notte era ancora lunga e la paura serpeggiava sotto la pelle, in agguato, nascosta tra le pieghe di una solitudine pesante, troppo pesante ormai.
Rimase sveglio quanto piu' pote', immerso nei propri pensieri. Quando i primi raggi dell'alba lambirono le finestre alte della biblioteca, il sonno l'aveva appena vinto: spossato e stremato dall'incubo e dalla veglia forzata, il felar dormi' senza piu' sognare.
Un tempo amava i sogni che il sonno portava con se. Aveva preso l'abitudine di scriverli, per un certo periodo.
Un tempo, anni fa: anni che ora sembravano distanti una vita, piu' di una vita.
L'ultimo pensiero che attraverso' la sua mente fu quello di evocare un portale dimensionale. Sapeva dove si sarebbe trovato: quella casa la ricordava distintamente. Non vi metteva piede da anni, ma il suo ricordo era ancora vivo. Vivo e doloroso.
Naturalmente, non lo fece. Come ogni notte negli ultimi anni, si addormento' carezzando il proposito di farlo l'indomani: avrebbe evocato quel portale dimensionale, sarebbe ritornato tra quelle mura. E la solitudine sarebbe sparita.
Domani. Per l'ennesima volta, domani.
Cosi' continuo' a rimandare, estendendo domani all'infinito senza che mai domani divenisse oggi.
"Domani", fu l'ultima parola che penso' prima di addormentarsi. _________________ "The crystal is the heart of the blade. The heart is the crystal of the Jedi. The Jedi is the crystal of the Force. The Force is the blade of the heart." |
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