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Zeius

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Affisso: Mer 10 Dic, 2003 Oggetto del Messaggio: L'avanzare di una Storia... |
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Frugò con lo sguardo negli scaffali dei libri scelti del suo studio.
Si perse a contemplare il sublime disordine sotto cui giaceva la sua scrivania, piante, mappe, pergamene soffocavano il mobile in legno massiccio.
Guardò i quadri che lei stessa aveva dipinto tanto tempo fa, quando aveva ancora tempo da perdere per le cose più sublimi.
Diede un'occhiata fuori dalla vetrata limpida della bifora, sulle montagne innevate, verso la punta più alta.
Pensò ancora alla disposizione degli edifici, alle pozze di potere, alle priorità nel costruire, ai luoghi da svago... Sospirò.
Poi fece scorrere lo sguardo su una mappa di Therial appostata sulla parete, guardò i cinque simboli mistici che pulsavano su di essa, poi guardò le dita della sua mano.
Cinque.
S'alzò dallo scranno galleggiante e camminò verso la mappa, vi si fermò davanti, alzò la mano destra a pugno, eresse l'indice da essa. Guardò la mappa, interrogativa, chiuse gli occhi e si lamentò con sè stessa di non essere Alsandair.
L'indice girò ozioso a meno di un millimetro dalla superficie della mappa, poi si fermo.
"Qui" disse.
Aprì gli occhi e vide che il dito indicava il blu incontaminato del mare, sotto al suo dito s'increspavano le onde del mar dei dragoni, più sotto branchi di pesci, mare e niente costa.
La frustrazione la colse come una doccia fredda, rise.
Chiuse gli occhi e cercò un'altro punto dove costruire il suo ipotetico futuro.
[...]
Alcuni mesi dopo...
Intinse un'unghia ricoperta di lamina d'oro traforata nel boccetto di inchiostro luminescente e appose una goccia del liquido su un punto della mappa...
Su di esso si formò un sesto simbolo mistico, luminoso, quello di un drago.
"E con questo fanno sei..." mormorò.
Poi spaziò il suo sguardo sulla mappa, sopra al punto che indicava Kyrandor, si concentrò e la mappa rivelò l'andirivieni della città, il capannello di eroi dal questor, le battaglie delle pedine in scacchiera e le lotte furibonde dei troll e degli ogree nei bassifondi... Diresse il suo sguardo verso il tempio di Althea e poi verso Kyra...
Fra le sue radici notò un piccolo tumulo di terra ed una grande tristezza la colse.
Aggrottò le sopracciglia e tornò alle sue carte.
[...]
Qualche settimana dopo stava ancora controllando la mappa, stanco promemoria, sulla parete...
Dieci simboli che risplendevano su di essa, dieci simboli che bruciavano di dieci luci di dieci colori differenti...Ansiosi...
Trepidanti...
Era passato troppo tempo da quando i sigilli divini erano stati sciolti su di lei e aveva potuto organizzare un banchetto divino con un solo gesto per sè, da quando aveva fatto i primi tentativi di modificare natura, aspetto e nome degli oggetti...Tanto tempo.
Ora la mappa la guardava severa...Doveva prendere una decisione...Doveva decidere il luogo... E iniziare a costruire...Costruire bellezza, semplicemente...
Prese la mappa, e con delicatezza, l'arrotolò e la pose in una grossa canna di bambù chiusa, spesso usata per tenere pergamene arrotolate... Aprì la porta del suo studio e passò nel piccolo spogliatoio che si collegava alla sua camera da lettò... Lì lascìo le sue vesti migliori per una grossa pelliccia nera pesante con un cappuccio, e un bastone da cammino. Sotto la pelliccia abiti contro il freddo e stivali di pelle di piroidra alti fino alla coscia... Scese al piano inferiore e solo Weralia, la governante duergar, la vide allontanarsi, mentre il portone si apriva e si richiudeva, enorme e silenzioso, al suo passaggio.
"ufff..." sbuffò la duergar guardando il portone appena richiuso "Mi sa che quando tornerà ce la dovermo sorbire per bene!"
Fuori il vento e la neve che danzava fuoriosa su di esso schiaffeggiarono Majebeau. Lei fece finta di non sentirli, prese un paio di occhiali di legno (per proteggersi dal biancore della neve) e li indossò, sistemò una ciocca che sventolava fuori dal cappuccio, mise il grosso tubo di bambù sulle spalle ed si fece strada fra la neve profonda.
[...]
Avanzava faticosamente nella neve, il suo viso sfigurato sotto al velo.
Maledì Mobius ed Althea, li odiava a parimerito ora.
Maledì Krisaore e maledì Cthulhu... Erano la stessa persona con modi di giungere al suo fine diversi. Leccapiedi di Asuka per il potere, lacchè di Althea per la gloria.
"Lascia stare le cose terrene Majebeau.
Alza lo sguardo all'amore ed alla bellezza, diventa grande.
Cammina nella neve fino a sentire che il tuo cuore è diventato più freddo del ghiaccio che ti circonda.
Liberati dalle scorze inutili che ti ricoprono ed ergiti vittoriosa sull'ipocrisia dei tuoi simili.
Folle ma non ipocrita.
Menzognera ma non traditrice.
Vola, vola semplicement..."
Crollò a terra, schiacciata dal peso di tre giorni e due notti di cammino, dal peso del dolore, dal peso dell'incapacità di schierarsi, dal peso di una schiavitù doppia.
Un ultimo pensiero ad Arikel, il penultimo alla sua maestra.
"Thyneya.."
E l'oblìo di sè, benedetto, nel gelo.
[...]
Il vento ululava sopra al ghiacciaio, ricoprendo Majebeau come avrebbe ricoperto qualsiasi cosa che si sarebbe trovata nel suolo, sulla neve. Gelo, ghiaccio e freddo...
"Si sta così bene qui..."
Lei ora era dentro ad una stanza calda, un rifugio nella sua testa o forse in un'altro mondo. Le pareti di pietra riverberavano della luce delle fiamme, una calda trapunta le ricopriva il corpo, una mano dolce le sistemava i capelli, una mano forte, profumata di rose.
Mezzo metro sotto la neve, il viso di Majebeau sorrise come nel sogno.
Una voce antica ed amica le offrì un pò di cioccolata da bere, il calore della tazza scaldò le mani di Majebeau, si leccò le labbra assaporando il cacao che aveva il profumo dei Nontiscordar di me.
Le braccia forti che la stringevano dentro la trapunta si congiunsero ad un tronco che premeva contro la sua schiena... Un sospiro tiepido le danzò sul collo...facendola rabbrividire.
Il respiro si fece più freddo e percepì un dolore lacinante sulla spalla sinistra.
Tornò a rivedere la realtà, mentre un le fauci della belva le stringevano con crudeltà la spalla ed il suo sangue colava sulla neve.
Majebeau chiuse gli occhi, arrendevole, alla fiera che le stava straziando la spalla. Oramai non sentiva, non voleva sentire, più nulla... Vieni oblìo desiderato, diceva nei suoi pensieri, vieni a raggiungere chi si è sempre macerata in te per non soffrire...Su...
L'oblìo non venne, al suo posto un grido inumano d'odio per la violenza scaturita da ciò che si pensava talmente perfetto da non potersi nemmeno sporcare e subito dopo, come una presa in giro, il grido di speranza di un'anima con lo sguardo offuscato da così tanta luce che Majebeau fu costretta a mugolare di sgomento, poi una rabbia cieca, immotivata, crudele e meschina che cercava di colpire ciecamente ciò che aveva intorno per salvarsi dal nulla di una vita comune.
La drow, la strega, la maga, l'avatar, la milady, la sciocca, la sapiente, la morta, la viva... Majebeau non potè far altro che gridare... Un grido così forte da spazzare la neve intorno a sè, rivelando creature ferine, strani incroci fra canidi e felinidi, danzare galleggiando avvolti da aure di ghiaccio.
'Urla, Majebeau' le disse il ricordo di una voce, il ricordo di due voci, il ricordo di due voci e di ciò che una voce le avrebbe detto.
Di nuovo, il grido di un'aquila ferita a morte contro un cielo che dovrebbe incrinarsi.
L'ultimo grido di una vita di gloria per l'aquila.
Ma per lei non era l'ultimo.
E sulla vita di gloria c'era da lavorare tanto e ancora.
Colpì la bestia col rovescio della mano, strinse i dentri e nel iniettò fuoco tramite nelle dita iniettate nelle gelide froge.
Il Capobranco urlò, gli altri balzarono ma un cerchio di fuoco magico li respinse, ustionandoli.
Una palla di fuoco e la Fiera già mollava la spalla martoriata, mentre la neve si tingeva del sangue rosso cupo della strega e questa si rialzava in piedi a fatica mossa da nuova vita.
"Ricordati le lingue morte ed le loro ceneri sparse nel vento di Therial, Maj." si disse.
Il sangue che colava venne fermato dal freddo e dalla vasocostrizione che generava.
L'abilità rigenerativa del corpo di Majebeau fece il resto, il sangue si coaugulò e le ferite sanguinarano molto meno.
Rimaneva l'orrido intaglio sulla spalla e le creature ferine che la osservavano.
Socchiuse gli occhi, tanto da concentrarsi e così poco per permettersi di vedere le bestie che la circondavano ringhiando, mentre il loro capo si rialzava a fatica, senza un lamento.
Sondò le loro menti con la telepatia.
L'orgoglio freddo, l'autoconsapevolezza del loro essere semi-elementali, legati indossolubilmente a quel luogo. Il coraggio sconfinato nel proteggere per sempre quell'inferno di ghiaccio...
Subito dopo le impressioni e le immagini fugaci, Majebeau percepì chiaramente il CapoBranco parlarle.
"Strega drow, sei giunta molto lontana dalla tua dimora... Vattene ora risparmiando la tua vita a te e una perdita di tempo a noi..."
Vicino a sè udì un'altra serie di pensieri.
Era la compagna del Capobranco.
"Elfa Oscura...questo luogo non ti appartiene più di quanto non ti appartengano il vento che ti piega ed il freddo che ti spezzerà... Vattene! Questo è il nostro territorio di caccia e non permettiamo a nessuno di calpestarlo senza diventare nostra preda..."
La voce del CapoBranco ritornò a farsi sentire:
"Non è affar tuo proseguire il tuo viaggio su questi ghiacci, femmina giunta dall'oscurità. Torna nei luoghi che ti hanno generata, essi soli sono degni per la gente come te. Rinuncia."
Majebeau ascoltava attentamente e con rispetto quanto le secolari creature avevano da dirle... Ma all'ultima parola fece di tutto pur di non sorridere sprezzante.
Un ringhio s'alzò all'unisuono dal Branco, mentre Majebeau ascoltava il vento della Montagna.
Abbassò lo sguardo sulle belve ferali e le osservò tutte e sei. Erano predatori temibili, che si sarebbero cibati di eserciti se ne avessero avuto l'opportunità... Le chiedevano, le imponevano, di rinunciare.
Le chiedevano di rinunciare...
...Ad un sogno che la perseguitava da anni, alla possibilità di lasciare per sempre una chiara traccia su Therial, mostrando la parte migliore di sè come sperava.
La risata le uscì allegra e calda dal cuore, come se un pugnale l'avesse dolcemente colpita lì e sangue caldo zampillasse con nocuranza. Era tremendamente serena e caparbia, per un attimo brevissimo che forse avrebbe rimpianto per secoli, sentì che le montagne la invidiavano in quel momento.
Guardò tutto il Branco, lo circondò di affetto con uno sguardo come si fa con i bambini altrui e parlò, con un indelebile sorriso sulle labbra.
"Non è mia intenzione occupare il vostro territorio, Nobilissime Creature.
Nè stravolgerlo.
Nè rubarvi le vostre prede.
Non voglio asservire nessuno di voi."
Socchiuse gli occhi, senza smettere di sorridere.
"Ma la mia strada passa di qui.
Avete numerose opzioni.
Sconfiggermi, venire sconfitti, arrendervi, obbligarmi ad arrendermi, spaventarmi, sbranarmi...O subire lo stesso a causa mia."
Il Brancò ringhiò in preda al parossismo causato dall'insulto al proprio valore.
"Ma c'è un'opzione che vi permetterà di avere un maggior numero di prede e la possibilità di allearvi con qualcuno in grado di proteggere e rendere inalterate queste montagne per un lungo tempo."
Le belve iniziarono a stringere il cerchio.
"Lasciatemi passare, il mio percorso di Avatar passa sul vostro territorio di caccia, ma non vuole cambiarlo nè distruggerlo.
Sarò come il vento che passa sopra la neve e non lascia traccia.
Molto più avanti vi è un luogo che mi ha scelto per essere la mia futura città, un luogo che mi attrae irresistibilmente perchè là doveva nascere il regno di un mio perduto amore che da tempo abbandonò questi luoghi."
Il ringhio si fece più sordo.
"Strega. Su quel luogo non hai diritto alcuno... solo il custode del Picco della Desolazione può lasciarti raggiungere la Montagna... E noi sappiamo per certo che il Custode è morto."
Majebeau ebbe un guizzò negli occhi dorati.
"Non ci credo finchè non avrò visto ciò che rimane del Custode. Fatemi passare, Creature."
"Sciocca mortale...pensi forse che le tue esperienze, il tuo sapere, la tua bellezza superficiale, la tua magia e le tue passioni significhino qualcosa per noi? Pensi che ti lasceremo passare unicamente per la tua curiosità???"
La voce del Capobranco cessò e la seguì quella della sua Compagna.
"Non hai alcuna possibilità, bambina. Ritirati e trovati un'altro luogo dove giocare e creare i tuoi sogni. La Montagna è inaccessibile ai mortali. Ci vuole una conoscenza che va ben oltre la semplice manipolazione degli elementi per poter ottenere un minimo diritto di collaborazione da parte sua. Ed il Custode non può più aprirne i cancelli... E' morto, drow."
Majebeau ascoltò, persa in quei discorsi.
Poi guardò il Branco, mentre la sua mente iniziava a lavorare senza sosta, perdendosi in una serie complicata ed infinita di congetture e possibili scenari di confronto.
[...]
Alzò il viso, non ebbe nemmeno bisogno di farsi forza.
"Capobranco." la sua voce uscì dal petto che tante volte aveva sentito fragile e sul punto di rompersi. Uscì, sovrastando l'ululare del vento, con un coraggio che sfiorava gentile l'arroganza.
Era suo diritto, si ripeteva e si sforzava di crederlo. Lo era.
"...Vedova di Arikel della Rosa, Studiosa di Arti Arcane che mi permetterebbero di evaporare laghi e far fiorire un deserto sacrificandomi, ora Avatar... In base alla conoscenza concessami dal Fato e cioè dal volere divino, vi ordino di lasciarmi passare."
Ancora ringhi, non volevano essere costretti ad ucciderla.
"Per la conoscenza del Vostro Antico Nome.
Per riprendere ciò che il Destino mi ha un tempo sottratto, Amore e Speranza..."
"Io passerò."
Il vento si fece più forte.
"Vi chiedo di lasciarmi passare, antiche creature.."
"Sciocca, non penserai mica di fermarci a parole..." la schernì il Capobranco.
"...stirpe nata dal Connubio della Regina dei Ghiacci, Laxxyrs, e del Demone-Lupo, Karkarth!"
Il brancò sembrò spaesato.
"Mia è la conoscenza del vostro nome! In base ad essa vi chiedo di lasciar passare me, creature, ed i futuri cittadini...Il sentiero che percorrerò sarà noto solo ai miei compagni, la strada sicura sarà solo una, chi si allontanerà da essa vostra preda sarà. Vi propongo questo patto, antica stirpe! Vi offro il mio onore per il vostro... Negg'purr'Rakaza!"
L'effetto della sua conoscenza dell'Antico Nome, dato alla loro stirpe dai suoi genitori ebbe l'effetto di un'anatema sulle belve secolari.
Il Capobranco sembrò chinare orecchie e capo per un secondo.
"L'Antico Nome...la sua conoscenza potrebbe essere usata per distruggerci...ma tu hai preferito usarlo per forzarci ad un patto..."
La Compagna guardò Majebeau.
"Un patto che potrebbe essere peggio della schiavitù...
L'elfa oscura osservò il Branco, i lineamenti distesi in un sorriso benevolo.
"Ho sempre aborrito la schiavitù ed ho sempre preferito i patti siglati con l'onore o per reciproca stima, Bestie Antiche."
I sei esemplari del Branco guardarono Majebeau.
"Voglio che la nostra collaborazione sia la più semplice possibile, Cacciatori dell'Inferno di Ghiaccio... La mia città vi attirerà prede da luoghi esotici e lontani. Caccerete come avete fatto sempre in passato, solo che le prede saranno più abbondanti...e insidiose..." disse ridacchiando la strega.
Un ringhio frustrato si trasformò quasi in un uggiolìo.
"...ma sono certa che il vostro valore non è solo leggenda. Ma c'è una cosa che voi dovrete abbandonare per sempre..."
"Quale?" ringhiò sommesso il capobranco.
"La paura del vostro Nome Primigenio."
Il vento portò fiocchi di neve danzanti davanti alla scena muta.
"Una volta terminata la Città, la vostra stirpe sarà libera dalla Schiavitù del Nome, donatavi secoli fa da vostra madre! In cambio di ciò vi chiedo appoggio e spero nella vostra stima, Cacciatori!"
Il a capo chino branco circondò Majebeau nella maniera più geometrica possibile, mentre la Strega si sforzava di non crollare a terra distrutta dal freddo e dalla perdita di sangue.
All'unisuono, i sei esemplari della razza dei Negg'purr'Rakaza, alzarono i musi ferini al cielo, ululando con voci tonanti, sovrastando il vento dieci volte e confondendo i proprio ululati in esso.
Majebeau barcollò sotto l'esplosione del suono.
"Il Patto è siglato." disse la voce del Capobranco, mentre Majebeau cadeva in ginocchio.
E furono nuovamente le ombre dell'incoscienza.
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