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Julyen

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Affisso: Mer 15 Feb, 2006 Oggetto del Messaggio: Alba senza luce. |
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Prologo
Termino' di salire la rampa di scale in silenzio, ben conscio dell'ora tarda e deciso a non recare disturbo a quanti gia' dormissero all'interno del tempio. In tanti anni di fedele servizio, Zacharias aveva sempre dedicato tutto se stesso al proprio compito: aveva iniziato come semplice sguattero, ma pian piano le sue doti erano emerse, e si era messo in luce piu' volte per i suoi meriti al servizio della Cittadella. Nel grande Tempio-citta' di Ofcol, il giovane Zacharias aveva imparato a leggere e scrivere, a fare di conto. Aveva imparato poi l'etichetta, le regole del vivere civile. Era presto uscito dalle cucine in cui aveva inizialmente lavorato, e dopo un periodo di apprendistato di soli quattro anni, aveva iniziato a lavorare come maggiordomo nella parte riservata agli alloggi del Tempio.
Non aveva mai dimenticato il giorno in cui, ancora ragazzino, aveva bussato alle porte del Tempio-citta': infreddolito, affamato, aveva ignorato tutte le dicerie che giravano nei bassifondi in cui era nato riguardo alla Cittadella. Era spinto dalle fitte della fame e dai morsi del freddo inverno, e aveva cosi' trovato il coraggio di chiedere la carita' al tempio dorato. Gli era stata rifiutata, ma gli era stato offerto un lavoro, un posto dove vivere. Gli era stata data l'opportunita' di una vita civile, e lui l'aveva sfruttata al massimo.
Adesso, a quasi sessant'anni, ancora maggiordomo all'interno dell'Ala Ovest della Cittadella, si sentiva in pace con se stesso, e si riteneva fortunato.
Camminando a passi silenziosi e veloci, il vecchio raggiunse la terza porta del corridoio, poco oltre le scale: quindi, dopo aver controllato per scrupolo che niente di cio' che aveva sul vassoio si fosse accidentalmente rovesciato, busso' con delicatezza alla porta. Due colpi, leggeri e discreti ma facilmente udibili nel silenzio notturno della Cittadella.
"Avanti."
L'anziano maggiordomo poggio' la mano sulla porta, spingendola leggermente: come di consueto, essa si rivelo' essere semplicemente socchiusa, e si apri' verso l'interno senza emettere rumore.
La piccola camera era ordinata e spartana: in un angolo giaceva un bacile di bronzo, sostenuto da un treppiede di semplice ferro. Una finestra priva di tende si apriva sulla parete opposta alla porta: di giorno essa permetteva di lasciar spaziare lo sguardo sui giardini interni del chiostro, ma ora, in piena notte, era come avvolta da un pesante sudario nero. Un letto si trovava al centro della stanza, un giaciglio composto da semplici assi in legno e da un materasso imbottito di paglia. Ai piedi del letto, un baule di legno con rinforzi di ferro era a disposizione dell'occupante della piccola camera.
Ultimo elemento dell'arredamento era una scrivania di legno, sul cui piano giacevano piu' e piu' carte. Alcune piume di varie forme e dimensioni, boccette d'inchiostro nero, un piccolo stiletto per appuntare e alcune candele ne completavano la scarna dotazione.
La scrivania era occupata da un uomo, che dava le spalle alla porta. Indossava una sottile veste di colore scuro, impreziosita da sottili fasce di un viola chiaro che ne cingevano la schiena e il petto. Lunghi capelli sottili, di uno strano colore argento, ricadevano sulla sua schiena.
Voltandosi per un istante, l'uomo rivelo' alla luce delle candele un volto dalla pelle leggermente pallida. Sottili lineamenti dolci, labbra appena pronunciate. Il suo retaggio elfico, nascosto dalla scarsa luce della stanza, era completamente visibile adesso su quel volto stanco.
L'unica cosa che stonava erano gli occhi: non verdi e non azzurri, come spesso accadeva tra i suoi consanguinei, ma di una strana e profonda tinta viola.
L'elfo osservo' l'anziano maggiordomo mentre deponeva a terra un secondo treppiede, in legno questo, e vi poggiava sopra un vassoio contenente una tazza e un piatto, entrambi coperti. Quindi alzo' gli occhi sul servitore, fissandolo in silenzio con aria interrogativa.
Quando infine capi' che non sarebbe giunta risposta alcuna da parte del servitore, a meno che la sua domanda non fosse stata espressa a chiare parole, l'elfo trasse un profondo e stanco sospiro. "Cosa c'e' su quel vassoio, Zacharias? Pensavo di averti detto che non desideravo essere interrotto per nessun motivo" mormoro' con tono stanco.
"Ho ritenuto che una tisana di Valeriana, Tarassaco e Passiflora vi avrebbe giovato, legislatore Laewellyn. Inoltre, dal momento che avete ritenuto salutare saltare il pasto serale, ho pensato che forse avreste gradito mangiare qualcosa."
Sbattendo le palpebre con aria perplessa, l'elfo abbasso' gli occhi sul vassoio, tornando quindi ad osservare l'anziano maggiordomo davanti a lui.
"Io... No... Cioe', si. Si, grazie, Zacharias, apprezzo il pensiero..." mormoro' con aria confusa. Quindi osservo' ancora qualche volta il vassoio e il servitore, alternativamente. "...Legislatore Laewellyn?"
Il servitore non rispose, ma scoperchio' la tazza e il piatto, rivelando nella prima una fumante tisana dal profumo dolciastro e dal colore brunito, e nel secondo del pasticcio di carne fredda e delle focacce cotte sulle braci.
L'elfo osservo' il cibo, sentendo solo in quel momento i morsi della fame: tuttavia, mantenne lo sguardo sul servitore, fissandolo con aria stupita.
"Cos'e' questa novita' del Legislatore Laewellyn, Zacharias? Sei impazzito? Perche' non mi chiami Julyen, come sempre?"
Il servitore si inchino' profondamente. "Come voi oggi mi avete ricordato, Legislatore Laewellyn, i vostri compiti sono ben piu' importanti di sciocche cene e chiacchiere. Riconosco di essere stato presuntuoso a richiedere alla vostra signoria un po' del vostro prezioso tempo, per discorrere di cose insignificanti quali il lungo periodo di tempo che ha portato la signoria vostra lontano dalla Cittadella. Comprendo il mio errore, per cui sono stato redarguito, e vi porto il rispetto che vi e' dovuto, signore."
Sospirando, l'elfo chiuse gli occhi e si massaggio' a lungo le tempie. Conosceva Zacharias dal primo giorno in cui aveva alloggiato nella Cittadella, quando era ancora un novizio del Tempio-citta'. Piu' di venti anni. Eppure ricordava ancora i toni con cui quella mattina l'aveva allontanato, quando era venuto a fargli visita in seguito al suo ritorno. Li ricordava e se ne rammaricava, nel vedere l'amico cosi' profondamente ferito. Cerco' di pensare, di trovare le parole per fargli capire che gli dispiaceva per quello che aveva detto. Ma le vene della sua fronte pulsavano e martellavano con ferocia, e i suoi occhi brucianti chiedevano riposo. Non riusciva a riflettere, non riusciva a parlare.
"Mi dispiace" fu tutto cio' che fu in grado di dire, dopo vari e imbarazzanti minuti di silenzio.
Il servitore lo osservo' per un po'. Alla fine sorrise leggermente, e preso il piatto con la carne dal vassoio, scosto' alcune delle carte che stavano sulla scrivania e ve lo poggio'.
"Mangia, ora. Poi bevi la tisana, e stenditi. Daro' disposizione che il tuo sonno non venga disturbato, domani mattina. Il Priore capira', gli diro' che sei indisposto."
Julyen sorrise con gratitudine, annuendo debolmente. Quindi, senza aggiungere altro, spezzo' una focaccia e ne intinse un pezzo nel sugo denso del pasticcio di carne.
Il servitore si volto', avvicinandosi alla porta.
"Non mi chiedi ancora una volta cosa mi e' successo in questi mesi?" lo fermo' l'elfo.
L'anziano uomo scosse il capo lentamente, rimanendo sulla soglia della porta aperta ma voltandosi verso di lui.
"Saresti pronto a parlarmene?"
"No", ammise l'elfo, guardandolo negli occhi. "Ma non per mancanza di affetto nei tuoi confronti, vecchio amico. Ne' per mancanza di fiducia. E' solo..."
"...tempo di riposare, Julyen", completo' il servitore per lui, sorridendo ancora. "E' solo tempo di riposare, adesso. Non preoccupartene."
L'elfo annui' debolmente, e l'uomo gli annui' di rimando. Quindi richiuse la porta di legno, accostandola, e riprese a scendere le scale in silenzio come le aveva salite.
Nella sua stanza, Julyen termino' di mangiare la prima focaccia, sempre intingendola nel sugo denso e freddo del pasticcio di carne. Quindi scosto' il piatto, e si alzo' per andare a guardare fuori dalla finestra, nel chiostro.
Non c'era luna nel cielo, ne' si vedevano stelle quella notte. Nuvole dense come spuma nera tingevano il mondo di un buio pesante e assoluto, e guardare fuori dalla finestra era quasi come spingere il proprio sguardo sul nulla.
Rabbrividendo, l'elfo si ritrasse, stringendosi addosso le sottili vesti che indossava e tornando a sedere alla sua scrivania.
Quando il dolce sapore dell'infuso caldo scivolo' nella sua bocca, Julyen spero' davvero in cuor suo che Zacharias avesse ragione circa le proprieta' della tisana. _________________ Non te lo dimenticare.
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Julyen

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Affisso: Gio 16 Feb, 2006 Oggetto del Messaggio: |
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Parte 1 - Sussurri
Non esiste, in elfico, una parola che definisca il tradimento. Perifrasando, la traduzione letterale della parola umana "tradimento" in elfico e' "sangue violato".
Per gli elfi, il tradimento non esiste: si tratta di una concezione talmente lontana dal loro modo di vedere il mondo, talmente dissimile dal loro piu' intimo modo d'essere, che diventa difficile persino esprimere un simile concetto a quanti di loro non abbiano mai avuto contatti con la societa' umana o le altre razze del mondo di superficie.
Dal canto mio, io che sono cresciuto talmente lontano dal mio popolo da assorbire buona parte del pensiero umano e da comprenderne le sfumature piu' cupe, conosco bene il significato del tradimento.
Eppure, continuo a pensare che "sangue violato", il termine coniato dal popolo elfico nel debole tentativo di dare un nome a qualcosa che non hanno mai provato ne' subito, e che risuona tanto alieno al loro modo di essere, sia paradossalmente la perfetta definizione per comprendere cio' che il tradimento scatena.
I legami piu' profondi sono i legami di sangue: l'amore incondizionato di un padre o di una madre verso una figlia, verso il sangue del suo sangue. L'amore, un legame profondo e forte quanto il sangue stesso che ci unisce al nostro popolo.
Qualsiasi legame raggiunga una tale intensita' da poter essere paragonato ad un tale legame, diventa dunque un legame di sangue: e quando tale legame viene spezzato, tradito, ecco che il sangue viene "violato".
Trovo infinitamente triste che sia proprio il popolo elfico, nella sua infinita dolcezza e innocenza, ad aver saputo cogliere la vera essenza del tradimento.
Julyen Laewellyn _________________ Non te lo dimenticare.
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Julyen

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Affisso: Gio 16 Feb, 2006 Oggetto del Messaggio: |
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Un passo.
Il sentiero si snoda ai suoi piedi, serpeggiando. Sembra battuto di frequente, e' liscio e privo di sassi nonostante l'evidente incuria: ai bordi i rovi crescono fitti, e laddove more e bacche grasse dovrebbero pendere cariche, baccelli marcescenti di un malsano colore giallognolo fanno mostra di se. La terra di cui il sentiero e' composto e' scura, grigia, cinerea. E' come se ogni passo assorba un pezzo dell'animo di chi lo percorre, svuotandolo d'ogni gioia.
Ancora un passo.
Un fitto velo di nebbia copre i dintorni: a malapena riusce a scorgere il sentiero ad un paio di metri davanti a se. E' come un muro compatto e pallido, dietro cui il mondo si nasconde. E mentre rabbrividisce, si dice che forse non e' del tutto un male, se quel mondo si mantiene celato ai suoi occhi.
Ancora, e ancora. Un passo, un altro... Ancora.
Piu' volte si e' chiesto come sia arrivato in quel posto: non ne ha ricordo. Quando volge lo sguardo dietro di se, non vede altro che il fitto muro di rovi sovrastarlo, impenetrabile. I rovi sembrano seguirlo, strisciare dietro di lui in silenzio e fissarlo con malevola empieta': cosi', ogni volta che si volta, il muro di rovi butterati di giallo e' sempre li, sempre alla medesima distanza. Senza fretta ma senza pieta', lo invita a proseguire - lo costringe.
Il cuore inizia a battere piu' forte. I passi sono piu' veloci. Un altro passo, un altro, un altro, un altro, un altro, un altro.
Occhi rossi, occhi minacciosi. Occhi emersi dal muro di nebbia lo fissano con bramosia. Occhi empi, carichi di tutto l'odio del mondo: occhi che nascondono dentro di se il desiderio di sangue, del suo sangue. Occhi che non mostrano altro che il loro carminio barluginare, che celano zanne ed artigli, scaglie e lingue. Occhi, solo occhi visibili nel muro grigio e calliginoso: solo occhi ad osservarlo, mentre i passi si trasformano in corsa, corsa disperata mentre il cuore martella nel petto.
Un passo un passo un passo un passo un passo un passo un passo un passo unpassounpassounpassounpasso... Scappa!
Scappa, ma e' tardi. I rovi strisciano e si chiudono davanti all'elfo dagli occhi viola e dai capelli d'argento: la nebbia non c'e' piu', il muro e' calato, sostituito ora da un muro di rovi che strisciano e serpeggiano. Qua e la, sopra i rovi, creature antropomorfe dal corpo di nebbia lo fissano avidamente, gli occhi infiammati di un rosso sanguigno. Le dita adunche hanno artigli che da troppo tempo sembrano bramare la carne e il sangue, e le bocche invisibili celano fame a lungo repressa.
Oggi il cibo e' arrivato. Oggi il cibo sta loro dinnanzi, e li fissa con terrore. In silenzio, lentamente, come se godessero d'ogni istante di paura che vedono riflessa in quelle pozze dilatate di colore viola, scivolando sui rovi serpeggianti, si avvicinano alla vittima.
Lui si copre il volto con le mani, si guarda attorno atterrito. Ansima, suda freddo e tutto il suo corpo e' scosso da tremore: eppure lo sa, vede che non c'e' uscita. Non sa dove si trova, non ricorda come c'e' arrivato, ma sa che non ne uscira' mai piu'.
Il primo artiglio di fumosa nebbia si protende, mentre la creatura silente tenta di ghermire la preda. Si scansa, la evita: e' tutto inutile. Non e' che un gioco, e lui lo sa, come lo sanno le creature. Non c'e' via di fuga, non c'e' scampo, mentre i rovi si stringono e le creature incombono trionfanti.
Poi tenta di urlare, mentre i primi artigli trapassano le sue carni: il sangue sprizza dalle vene recise e dalla carne martoriata, ma l'urlo non esce dalla sua gola, il fiato non abbandona i suoi polmoni. E ancora, gli artigli calano. E ancora, tenta di urlare e urlare, per scoprire ancora una volta che non c'e' suono in quel mondo di nebbia e spine, di sangue e orrore.
Gli occhi si chiudono, il corpo si accascia. Mentre il torpore gia' pervade le sue membra, dietro le palpebre abbassate ha come l'impressione di un improvviso lampo dorato accanto a se: poi e' il nulla, l'oblio, e sviene - o forse e' la morte?
E' la fine. _________________ Non te lo dimenticare.
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Julyen

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Affisso: Gio 16 Feb, 2006 Oggetto del Messaggio: |
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Senti' l'acqua fresca scorrere sulla sua fronte, bagnare i suoi capelli ed arrivare ad inzuppare le sue vesti. Riapri' gli occhi di scatto, urlando al ricordo delle mostruose entita' di nebbia e del muro di rovi che si stringeva attorno a lui: davanti ai suoi occhi, un lago dalle acque d'argento barluginava, sciabordando tenuamente. Un boschetto si estendeva tutto intorno al lago, e dal cielo pieno di stelle una luna d'argento ne rischiarava la visione.
Tento' di alzarsi, ma una mano grande e forte si poggio' sul suo petto, spingendolo con gentile fermezza e bloccandolo.
"Resta giu', e' presto ancora"
La voce era profonda, e Julyen penso' di conoscerla: volse lo sguardo verso la sua fonte, e sposto' gli occhi sul gigantesco uomo dalla pelle color ebano che indossava una pesante armatura grigia. Era seduto accanto a lui, e lo fissava in silenzio con calma piatta ma non fredda.
Seppe il suo nome prima ancora di cercare di ricordarlo: e prima ancora che se ne potesse chiedere il motivo, sulle sue labbra quel nome affioro' con naturalezza, come se l'avesse sempre ricordato.
"Sepiriz..."
L'uomo annui', mentre le sue labbra carnose si tendevano in un sorriso.
"E' tanto che non ci incontriamo, ser Campione."
Lottando contro il torpore e il dolore martellante alla testa, Julyen si ostino' a levarsi seduto. Quando finalmente riusci' a scacciare le vertigini, e dopo che pote' guardarsi attorno con maggiore accuratezza, torno' a spostare lo sguardo sull'uomo in armatura che ancora era accanto a lui, e che si limitava ad osservarlo con pazienza e calma.
"...perche' conosco il tuo nome? Chi sei? Dove siamo?"
Una leggera fitta al braccio attiro' la sua attenzione, e abbassando lo sguardo noto' delle cicatrici la dove le creature di nebbia l'avevano artigliato. Il ricordo della visione precedente si riverso' in lui come un torrente in piena, quasi tramortendolo. "Nel nome del Cielo, cos'erano quelli?", sussurro' quindi senza riuscire a reprimere i brividi di terrore.
"Anime perdute. Vagano lungo il confine tra i mondi, ma normalmente nessuno li vede: le terre oltre il confine non sono luogo accessibile ai mortali."
Istintivamente, Julyen alzo' lo sguardo verso il colossale uomo, sbarrando leggermente gli occhi.
"So cosa stai pensando. No. Tu sei mortale, ser Campione. Sei mortale quanto qualunque altro uomo del tuo mondo. La tua essenza e'... diversa. Ma tu sei in tutto e per tutto mortale, secondo l'accezione piu' comune del termine."
"...ma allora... perche'..."
"A questa domanda, se non ti spiace, preferisco non risponderti adesso. Pensavo piuttosto che non ti avrei piu' rivisto, ser Campione... Hai esaurito il tuo ruolo. O meglio, hai compiuto la scelta che fosti chiamato in questo mondo a compiere: adesso che il cammino giace davanti a te chiaro, tu non necessiti di altra guida. Perche' sei qui?"
Levatosi in piedi, Julyen lascio' scorrere lo sguardo lungo la radura. Era ancora debole, e le ferite, per quanto apparentemente cicatrizzate, pulsavano dolorosamente.
A passi lenti si avvicino' allo specchio d'acqua del lago d'argento, senza pero' sporgersi per osservare la propria immagine. Rimase cosi', fermo sulla riva, ad osservare le increspature delle onde e il barluginio dei riflessi che i raggi di luna producevano sullo specchio delle sue acque.
"A questa domanda, se non ti spiace, non sono pronto a rispondere, Sepiriz... Non del tutto."
L'uomo annui', osservando l'elfo mentre questi gli volgeva le spalle. Attese in silenzio, senza chiedere altro, fin quando alla fine l'elfo prosegui'.
"...qui sono completo. Qui riacquisto i miei ricordi, e all'improvviso tutto ha un senso. Qui riconosco cio' che sono, qui rammento cio' che mi sottraesti per tentare di salvare..."
Ma non continuo'. Lascio' in sospeso la frase, deglutendo piu' e piu' volte.
Alla fine, visto che l'uomo alle sue spalle non accennava ancora a parlare, l'elfo si volto' e lo fisso' negli occhi.
"Mi sembra di impazzire, Sepiriz. Ti prego, permettimi di restare un po'. Permettimi di fare chiarezza, di riposare sulle rive di questo lago. Un'ultima volta."
Il gigante sorrise, quindi annui' lentamente. "Desideri ch'io rimanga, ser Campione?"
L'elfo riflette' per qualche istante, infine annui'.
L'uomo chiamato Sepiriz gli si avvicino', incrociando le braccia al petto e osservando la superficie delle acque del lago.
[Continua] _________________ Non te lo dimenticare.
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