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Decalagon

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Affisso: Sab 18 Giu, 2005 Oggetto del Messaggio: ...E così sia, fine. |
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Tirava un forte vento quella sera, attraverso Bosco Antico. Il freddo della notte che incombeva nel sottobosco, sembrava tagliare la carne come una moltitudine di lame di ghiaccio. Ma tutto ciò era anche normale, essendo che quel giorno fu inverno inoltrato. Fu un miracolo se non arrivò persino a nevicare, anche se ci mancò pochissimo.
Ogni tanto il vento sembrava interrompersi per qualche istante, quasi come a voler riprendere fiato per gridare ancora più forte. Ma dal sud provenivano solo sventura per i popoli del nordest, niente luce per giorni, ma solo pioggia e tempeste, ed il vento non accennava a diminuire.
Le fronde di Kyra erano perennemente avvolte da cumuli di densa nebbia, e le nere nubi cariche di pioggia non invitavano certamente i raggi di luce a farsi strada attraverso il brutto tempo.
Anche nel sottobosco si era alzata una debole foschia, che aiutava le tenebre di Bosco Antico nel nascondere i sentieri e quel poco di cielo che si intravedeva al di sotto delle fitte fronde.
I tronchi degli abeti, dei pini secolari e delle querce si stagliavano orgogliosi verso il cielo nuvoloso, sembravano un innumerevole esercito di Titani che aspetta il segnale del loro generale per lanciarsi addosso ai nemici.
Ma se ci si concentrava sul paesaggio e si guardava attentamente verso ovest, tenebra e foschia permettevano di intravedere ad occhio umano, una fioca luce proveniente da nordovest, nei più fitti e letali meandri del bosco.
Con tutta probabilità erano dei coraggiosi viaggiatori che avevano trovato la forza di accamparsi all'aperto, nonostante le gelide correnti meridionali soffiassero con impeto e violenza attraverso le foreste dell’ovest.
Più avanti c’era un piccolo spiazzo nel sottobosco, dove il cielo era scoperto e le piante si diradavano leggermente, quel poco che bastava per permettere un piccolo accampamento per pellegrini.
Al centro della radura era stato acceso un umile focolare, le cui fiamme erano smosse violentemente dal vento, producendo un secco rumore molto simile a una grande bandiera sbattuta da forti correnti mattutine su uno spesso muro di roccia. Era un miracolo che qualcuno fosse riuscito ad accendere dei rami secchi con quel tempaccio.
Accanto al fuoco, poco lontano, si poteva intravedere l'ombra di un carro, probabilmente a scopo commerciale, trainato dai due cavalli legati al tronco di un abete. Subito a destra dell’uscita posteriore del mezzo si trovavano numerose casse in legno e diversi sacchi di canapa contenenti semi di girasole, grano, farina, orzo…
V'era uno strano silenzio attorno a quel bivacco, non si vedeva un'anima e le uniche cose che sembravano possedere una vita propria, erano le ombre danzanti degli alberi alla chiara luce del focolare.
Solo il grido del vento soffiare attraverso le secche foglie del sottobosco producevano l'unico suono che può essere paragonato alla 'voce della foresta', poiché gli animali pensavano a ripararsi da quel freddo insopportabile nelle loro tane, sperando di dimenticare quel tempo con una sonora dormita.
In quel momento, le bianche tende logore del retro del carro si spalancarono, vomitando un ometto avvolto da uno spesso mantello da viaggio di lana. Scese dal carro con un secco tonfo, attutito dagli aghi d'abete e da foglie morte che erano posate sul terreno. Fece una breve corsa verso il fuoco, gettando nelle fiamme un mucchietto di legna e pigne.
Il fuoco si alimentò con una fiammata, consumando in pochi secondi la resina che colava tristemente dai pezzi di tronchi di pino, divorando in altrettanto breve tempo le foglie secche e i rami più sottili.
- Ehi Del! - Gridò una voce dall'interno del carro. Era piuttosto roca e profonda, quasi come un latrato proveniente da una profonda caverna.
Delbar, un ometto alto sul metro e sessanta, non sentì il grido del suo compare, perché intento com'era a scaldarsi le mani guantate e congelate accanto al fuoco, poco gli importava di ciò che accadeva attorno a lui.
- Del!!- Insitette, questa volta gridando più forte.
Delbar volse il capo in direzione del carro, stringendo i piccoli occhi scuri a fessura, nel vano tentativo di proteggerli dal freddo vento che gli si sbatteva sul volto, quasi fosse l’alitata di un gigante delle tempeste.
Piegò le labbra screpolate e violacee in una smorfia, la tipica faccia di chi è stato disturbato durante un momento solenne di particolare rilevanza.
- Che diavolo c'è ancora! - Rispose infine, camuffando il suo irritato timbro di voce con una falsa nota di indifferenza. Non accennava però a muoversi, era ancora di fronte al fuoco con le mani gelate esposte cautamente alle fiamme.
- Aiutami a scaricare questa cassa! E' troppo pesante! Da solo non ci riesco!- In quel momento dal carro emerse un altro uomo, questo però, a differenza di Del, era di grossa stazza e muscoli bene allenati. Aveva delle larghe spalle massicce ed un torace che, se paragonato ad una grossa botte di vino, aveva poco da invidiargli. Il suo petto d'acciaio era coperto da due maglie di lana, mentre al collo portava legato un lungo e spesso mantello da viaggio dalla stoffa color verde vomito. Simile a quello del suo compare.
Fece cenno a Del di muoversi, gesticolando con il braccio, prima di sparire nuovamente all’interno del carro merci.
- Arrivo! -
Del fece una corsa verso il carro, e una volta arrivato, rimase in attesa all'esterno, dove si aspettava che il ragazzo facesse capolino da dietro le tende a passargli l'ultima cassa della merce, essendo che non aveva compreso quanto fosse pesante.
- Vuoi salire o no razza di imbecille?! - Ringhiò Sathlas da dentro il carro.
Con un ultimo sospiro, velato da un'imprecazione, Del montò sul carro e si preparò ad alzare la cassa assieme al giovane.
Solo gli Dei sapevano che cosa potesse contenere, essendo che pesava come una catasta di piombo e non conoscevano niente che potesse essere così pesante. Se nemmeno Sathlas era riuscito ad alzarla (e Sathlas era una montagna d’uomo), con tutta probabilità non erano oggetti umani o mortali, almeno così la situazione lasciava dedurre.
- Insieme, al mio tre! - Esclamò Sathlas con le mani giunte attorno alla pesante cassa di legno. - Uno... due...- Al due, Sathlas e Delbar tesero i muscoli della braccia e iniziarono a stringere i lati della cassa con tutte le loro forze, per assicurarsi che non scivolasse. - Tre! -
Subito dopo, con sommessi grugniti di sforzo riuscirono ad alzare la merce di pochi centimetri da terra, quel poco che bastava a farla scivolare fuori dal carro merci.
Nel cercare di portare fuori quella grande cassapanca, le vene e i tendini del collo di Delbar affiorarono vistosamente sotto la sua pelle, sembrava che stessero per esplodere nello sforzo. L’unico che sembrava sopportare appena il peso disumano di quella cosa era il giovane Sathlas, ma anche lui risentiva il dolore alle braccia e ai muscoli, glielo si poteva leggere in volto.
- Porca di quella miseriaccia! - Sbraitò Del, con il volto rossastro per via dell'immenso sforzo che il suo gracile corpo faticava a reggere. - Ma che cosa diavolo c'è qui dentro?! Mattoni?! -
- Risparmia il fiato vecchia cornacchia... lo sai che ci hanno detto di non curiosarci. -
Con un ultimo sforzo riuscirono a gettare la cassa giù dal carro, ed un sonoro tonfo attutito dal letto di foglie morte, annunciò la fine della terribile sfacchinata: avevano vuotato il carro da tutta la merce e avevano disposto tutto ciò che era commestibile attorno al carro, mentre il resto dovevano conservarlo per portarlo ai villaggi dell’ovest, sempre se fossero arrivati.
Dall'interno della cassa non si udì nemmeno sbattere un oggetto, nemmeno la rottura di un qualcosa di fragile oppure il tintinnio di monete, nel qual caso fosse stato un tesoro di chissà quale Re. Niente.
- Maledizione... giuro che appena metto piede a Kyrandor io mi licenzio. Basta non ne posso più di questo lavoro... - Brontolò Del, passandosi il dorso della mano sulla fronte umida di sudore.
Le sue braccia erano talmente doloranti che quasi non riusciva a muoverle, aveva sforzato i suoi muscoli oltre il limite della sua sopportazione. – Sono troppo vecchio per queste idiozie. -
- Ma piantala di brontolare! - Lo ammonì Sathlas facendogli un gesto distratto con il braccio. - Non è colpa mia se ci siamo persi in questo bosco! –
Del si volse di scatto verso il ragazzo e gli piantò gli occhi nei suoi, aggrottando le folte sopracciglia bianche in una maniera più buffa che severa.
- Ah no! Vero! Scusate vostra magnificenza, è colpa mia, anche se eravate voi che guidavate questo schifo di carro! -
Abbassò subito dopo il cappuccio del suo mantello, scoprendosi il volto. La sua voce stridula conteneva una punta d'ironia, ma era impregnata di rabbia e odio. Mai in vita sua gli era capitato di perdersi in un bosco, mai. Ed ora, con questo suo nuovo compagno si era perso già due volte. La prima volta capitò ad Haon Dor due settimane prima, mentre stavano andando nel paesi elfici del sudest a portare farina, uova, zucchero, sale marino e altri rifornimenti per le taverne e gli empori.
La seconda volta (e anche l’ultima…) qui a Bosco Sacro. Sathlas aveva perso la bussola e la mappa durante la strada, e quando il sentiero morì ad un certo punto del bosco, vagarono alla cieca alla ricerca di un sentiero, un segnale o una zona abitata.
- Dai la colpa a me solo perché solo più giovane, è solo questo il motivo! –
Sathlas era un ragazzo di circa ventidue anni, ma era orgoglioso e non ammetteva critiche. Era vissuto
fino a quattordici anni in una famiglia aristocratica, dove era stato viziato e trattato come un Re. Ma quando la banca sequestrò la sua casa ed i suoi beni, a causa di un prestito non restituito da parte dei suoi genitori, si vide costretto a lavorare per mantenere lui e la sua famiglia.
Ora era un lavoratore, certo, ma era orgoglioso ugualmente e non sopportava nessuna osservazione del suo modo di fare. Si considerava un uomo di sangue blu ‘intoccabile’.
- Che cosa?! - Sbottò il vecchio, grattandosi dalla pelata abbronzata una disgustosa crosta di forfora. - Non è una questione di età, razza di citrullo! E’ il fatto che tu abbia perso la bussola e la carta della
regione! – Proseguì.
Sathlas rimase in silenzio, fissando Del con occhi carichi di rabbia e disprezzo. Le sue labbra erano leggermente piegate all'ingiù in una smorfia, mentre i suoi occhi erano sgranati e piantati in quelli del vecchio Del.
Rimasero così per circa un minuto, reggendosi lo sguardo a vicenda in totale silenzio. In quel momento si poteva udire la tenda del carro sbattere violentemente contro una lanterna spenta fissata contro le assi, alle loro spalle, mentre il vento non accennava a diminuire di un solo soffio.
- Se non vogliamo morire di freddo sarà meglio che andiamo ad alimentare il fuoco... - Mormorò Del senza staccare gli occhi da Sathlas. La sua voce parve sussurrata e inondata da una calma paradisiaca, anche se aveva una leggera inclinazione alla rabbia.
Sathlas si limitò ad annuire impercettibilmente, avviandosi verso l'uscita, volgendo un ultimo sguardo al vecchio.
Nonostante il tempo abbia fatto raggrinzire la sua pelle, era ancora capace di sfidare i giovani boriosi come Sathlas e di raddrizzarli. Era stato sottoufficiale nell'esercito quarant'anni prima, e l'addestramento militare, la disciplina e la preparazione alla guerra, non se l'era dimenticati affatto. Anzi, al contrario, ora aveva in mente di utilizzare le sue conoscenze militari con Sathlas per farlo finalmente rigare dritto, anche se anche lui dubitava di poter riuscire nella sua impresa.
Il ragazzo uscì dal carro seguito da lì a poco anche da Del, ora intento a coprirsi con il mantello nella speranza di scaldarsi dal forte vento che lo aveva aggredito non appena allo scoperto.
- Sathlas, vai a prendere della legna per il fuoco, le nostre scorte si stanno esaurendo. - Del indicò con un dito scheletrico e dalle nocche nodose, consumate dall'artrite, l'umile cumulo di rametti che era stato posto accanto al fuoco.
- E perché dovrei andarci io? Perché sono giovane e forte? - Chiese lui con una vena sarcastica e orgogliosa. - Vacci tu che sai maneggiare la scure meglio di me, no? -
A quelle parole, Del si girò di scatto verso Sathlas e lo trapanò con uno sguardo. Il ragazzo non lesse nulla di buono nell'iraconda espressione del vecchio, lasciandosi scappare un sussulto.
Del fece un passo verso il giovane tenendo le mani raccolto dietro la schiena, piegando le labbra in un ampio sorriso ipocrita che lasciava trasparire le rosee gengive e i rari denti gialli che ancora aveva in bocca.
Sathlas arretrò di due passi quasi meccanicamente.
- Perché dovresti andarci tu? - Il tono della sua voce era melodioso e di un'allegria che lasciava intuire tutta l’ipocrisia di cui disponeva. Stava osservando il ragazzo con uno sguardo che in quel momento parve pacato e tranquillo, ma una strana luce di furore la si poteva scorgere anche attraverso le sue pupille. Sembravano di fuoco. - Vuoi davvero saperlo? - Proseguì, mantenendo sempre quel bizzarro tono di voce che vacillava tra l’allegria e l’indifferenza.
Sathlas rimase immobile, fissando il vecchio con un'espressione di circospezione, aspettandosi che da un momento all'altro potesse reagire in malo modo contro di lui.
Nonostante rispetto a lui fosse un insetto, aveva paura di Delbar perché lo reputava pazzo. Si, pazzo. Non si sa che cosa lo abbia spinto a pensare che il povero Del sia stato uno squilibrato, ma le reazioni bizzarre che il vecchio metteva in mostra in rare occasioni (tipo questa) bastavano per farsi una superficiale idea della sua personalità.
Dopo un breve istante di silenzio, Delbar alzò un braccio verso il suo collega, con un movimento tranquillo e pacato. Per qualche istante somigliò ad un pigro bradipo.
Sathlas rimase immobile ad osservare il rachitico braccio del vecchio alzarsi verso di lui, mentre la mano chiusa a pugno mostrava l'indice che gli faceva cenno di avvicinarsi. Un gesto semplice, ma il suo sguardo era diabolico.
Il giovane, nel vedere il suo vecchio collega così 'mansueto', decise di fidarsi e fece un passo verso di lui, abbassandosi di pochi centimetri pensando che la sua voce fosse altrettanto pacata così come i suoi movimenti. Non si era accorto della luce negli occhi del vecchio né delle sue intenzioni, probabilmente.
Del lo folgorò con un secondo ampio e disgustoso sorriso, mentre posò con affetto una mano sulla testa di Sathlas, arruffandogli i corti capelli castani e ricci.
- Ora te lo spiego... sai com'è. Noi siamo persone adulte e razionali... non dobbiamo farci questi problemi... dico bene ragazzo? -
Lui annuì, poco convinto, mentre ascoltava Del con uno sguardo dubbioso e ambiguo.
- Allora ascoltami bene, perché non mi ripeterò, va bene? - Proseguì con quel tono d’ipocrita spensieratezza, facendo un altro passo verso il giovane, che ora lo ascoltava con più attenzione.
- Dunque... - In quel momento il suo volto mutò completamente. Dall'espressione vuota e spensierata di poco prima divenne una glaciale smorfia di rabbia. I suoi occhi sembravano indemoniati e fulminarono all'istante Sathlas con uno sguardo, mentre la sua mano lo afferrò saldamente al collo e lo strinse con forza.
- Ci vai tu a fare la legna perché sono stufo di avere attorno uno scansafatiche come te! Ci vai tu perché è colpa tua se ci siamo persi! Ci vai tu perché io sono il capo della spedizione e devi obbedirmi! Ci vai tu perché altrimenti ti spacco tutte le ossa che ti ritrovi nella carcassa! - Delbar sbraitò come un matto di fronte alla faccia atterrita e sorpresa del povero Sathlas. Credo che si sarebbe aspettato una reazione da parte del vecchio, una sberla forse, ma non una cosa del genere. Il suo cuore accelerò di due battiti per lo spavento e si lasciò scappare un rantolo.
Nel frattempo Del lo strattonò violentemente facendolo barcollare pericolosamente all'indietro, lasciando subito dopo la presa sul suo collo, mostrando un segno rossastro subito sotto il mento che aveva la vaga forma della mano del vecchio.
- Sono stato chiaro?! - Proseguì Del, con tono autoritario.
- S-si... - Mugugnò Sathlas, subito dopo aver ritrovato l’equilibrio.
- Come?! Non ho sentito! - Del si portò una mano aperta dietro l'orecchio e piegò leggermente in avanti il padiglione, fingendo ironicamente di ascoltare un rumore lontano.
- Sissignore! Siete stato chiaro signore! - Esclamò queste parole con la stessa perizia di un soldato rivolto al proprio capitano, nonostante il livido sul collo. Probabilmente si era ricordato della lunga carriera militare del suo vecchio compagno e, sebbene a malincuore, si decise ad assecondarlo. Era pazzo no?.
La voce di Sathlas aveva però una pericolante inclinazione al pianto, mentre i suoi occhi cominciarono ad annegare in alcune lacrime stagnanti, ma riuscì miracolosamente a trattenersi mentre si massaggiava il collo.
- Bene soldato! Ora raccogli la scure e non tornare finché non hai tagliato almeno dieci chili di legna! - Gli ordinò Delbar mentre sfoggiava una ridicola posa militare che ricordava un generale di fronte alla sua truppa. Teneva le mani raccolte dietro la schiena ed il mento leggermente alzato, osservando Sathlas con uno sguardo che sembrava dire: hai visto ora con chi hai a che fare, pivello?
- Muoversi! - Proseguì.
Senza farselo ripetere una seconda volta, Sathlas raccolse la scure e si avviò nei dintorni alla ricerca di legna. Delbar gli tenne gli occhi addosso finché la nebbia non glielo nascose.
Del sorrideva soddisfatto come un fanciullo dopo essere riuscito a rubare un vasetto di marmellata dalla cantina della nonna. |
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Decalagon

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Mezz'ora più tardi Sathlas tornò da Del con un'intera catasta di legna raccolta su un fianco, stringendola con un braccio nel tentativo di non farla crollare a terra.
Il fuoco vacillava ad ogni colpo di vento, ma per fortuna i rifornimenti arrivarono in tempo. Non appena Sathlas lasciò cadere la legna accanto al fuoco, il vecchio Del, ora calmatosi dall'esplosione d'ira di poco prima, gettò nel fuoco una manciata di legna con un gesto distratto e veloce. Dopodiché di sedette accanto al fuoco su un tronco che avevano posato lì a mo di panchina.
Sathlas lo imitò, sedendosi accanto a lui con lo sguardo perso nel vuoto delle fiamme.
- Del... - Mormorò il giovane dopo un breve attimo di silenzio. Il timbro della sua voce aveva un tono rassegnato e pentito, ed infinitamente triste.
- Si? - Gli fece eco il vecchio, voltandosi verso di lui con le labbra piegate in un lieve sorriso.
- Senti... io... volevo scusarmi per prima... so di essere stato... insomma... -
- Insopportabilmente borioso e spaccone? – Irruppe Del. - Si. -
Sathlas rimase per un attimo interdetto, osservando il volto dell'anziano che gli incuteva così tanta soggezione e timore. Gli ricordava in modo pauroso il suo defunto nonno, colui che era solito insegnarli le buone maniere per poter entrare a fare parte dell'alta società, colui che distrusse la sua infanzia trasformandola in una vita da adulti già agli inizi.
Da quando compì cinque anni i suoi genitori gli affidarono un insegnante privato (su consiglio del nonno, logicamente) che veniva puntualmente alle otto di mattina tutti i giorni, presso il castello ducale. E dalle otto di mattina fino alle quattro di pomeriggio doveva stare chiuso in camera sua a studiare.
Poi venne la volta dei suoi amici di infanzia. Il nonno non lo lasciava frequentare nessuno per la paura che gli altri ragazzini avessero potuto ‘indottrinarlo’ con consigli sbagliati, non poteva permettersi che i suoi 'buoni' insegnamenti venissero accantonati per via due villani zappaterra, no?
La sua esistenza è stata solitaria e triste, le uniche persone che vide fino ai tredici anni, furono i maggiordomi e i cuochi del castello, e ovviamente, i suoi genitori e suo nonno. Sua nonna non arrivò in tempo a conoscerla perché morì quattro anni prima della sua nascita per un attacco di cuore.
- Si, sono stato... insopportabile. Mi dispiace Del... -
Del gli posò una mano sulla massiccia spalla e gli ricambiò un sorriso, sincero questa volta.
- Non ti preoccupare, divento scontroso con l'età. Non è colpa mia. – Gli confidò, - Il fatto è che io invidio i giovani in forza come te, nel fiore degli anni... -
Sathlas inarcò un sopracciglio, osservando il vecchio Delbar un po' confuso. Ma bene o male si fece un'idea della sua affermazione: aveva paura della morte.
- E perché mai? -
Del sospirò ampiamente.
- Perché sento che la mia vita poco a poco se ne sta andando, e so di aver fatto così poco con il tempo che mi è stato concesso... sono tante le cose che ancora vorrei fare ma che non mi è permesso realizzare... - La sua voce era velata da una tristezza profonda e oscura come un abisso. Si passò un dito in un occhio come a voler asciugare una lacrima, ma non scese nulla dai suoi occhi stanchi, sfumati lievemente dai deboli principi di una cataratta.
Sathlas questa volta non gli rispose, e tra loro calò un sipario di imbarazzante silenzio che durò all'incirca dieci minuti, forse quindici.
Entrambi fissavano il fuoco con sguardo vuoto e perso nei meandri della propria mente, cercando di sforzarsi di non scoppiare in singhiozzi. Di tanto in tanto, Del allungava in braccio verso il mucchio di legna e gettava un ramo nel fuoco, cercando di non far morire le braci, nonostante il vento si fosse calmato di parecchio.
Ora spirava solo una forte brezza, ma gelida e costante.
- Che ne pensi di un caffè? - Irruppe Sathlas voltandosi verso il meditabondo Del.
- Penso che è un'ottima idea, vai a prendere la 'polvere' io preparo la caffettiera. - Rispose l'anziano voltandosi verso di lui, annuendogli con un sorriso stampato sulle labbra.
Subito dopo il ragazzo si alzò di scatto, avviandosi verso il carro merci. Iniziò a cercare il caffè infilando una mano nei quattro sacchi di canapa per tastare il loro contenuto, ma trovò solo grano, orzo, avena e una merce che avrebbe dovuto essere il caffè, invece conteneva foglie di tè già essiccate e macinate.
- Ma che diavolo... - Mormorò, visibilmente deluso per non aver trovato ciò che stava cercando. - Ehi Del! Non trovo il caffè! Sei sicuro di averlo preso quando ci siamo fermati all'emporio di Nuova Thalos? - Gridò rivolgendosi al vecchio compare, ancora seduto accanto al fuoco mentre trafficava con una vecchia caffettiera arrugginita.
- C'è, c'è! Controlla meglio! - Del non si volse nemmeno, preso com'era a cercare di svitare il coperchio d'acciaio.
Sathlas si strinse nelle spalle, tornando ad osservare le svariate merci che aveva di fronte a sé. Sapeva benissimo che nelle casse e negli altri sacchi, c’erano oggetti tipo vasi, terrecotte, attrezzi da lavoro, chiodi, bottiglie di vino vuote, mentre in altre uova, farina e lievito di birra.
Fu in quel momento che gli tornò in mente la pesantissima cassa dal contenuto sconosciuto. L'avevano raccolta presso il tempio di Zeius a Lamwothor. Era stata trovata da un vecchio boscaiolo nella palude di Haon Dor, e passò dopo due giorni nelle mani di un sacerdote del tempio, lo stesso che gliela aveva consegnata, chiedendo esplicitamente di non darle colpi o aprirla.
Non si sapeva che cosa c'era dentro, e nessuno lo aveva riferito ai due cocchieri del carro. Il loro compito era solo consegnare la merce ai monaci del tempio della Triade, all’ovest. Nient'altro.
Forse ho trovato il caffè, pensò Sathlas con un ampio sorriso, ora devo solo trovare il piede di porco.
Dopo altri minuti di estenuante ricerca, Sathlas trovò il piede di porco che tenevano sotto il sedile e mo di baule del cocchiere, dove solitamente si nascondevano i preziosi quando si aveva il timore di un assalto da parte di predoni.
- Allora, questo caffè?! - Gridò Delbar dall'altra parte del campo, mentre brandiva la caffettiera verso il ragazzo.
- Dammi un minuto! Credo che sia dentro questa cassa! - Rispose Sathlas indicando con il piede di porco la grande cassa che gli avevano espressamente ordinato di non aprire. Quasi subito dopo, il pallore del volto di Del divenne lunare, mentre i suoi occhi si sgranarono in una smorfia di terrore. Si alzò di scatto iniziando a correre verso il ragazzo a grandi passi, una volta abbandonata la vecchia caffettiera da viaggio accanto al fuoco.
- Sei impazzito?! Se lo scopre Dugas siamo nei guai! Stai fermo! - Sbraitò.
- Che ti prende Del? - Gli chiese lui con un tono di assoluta tranquillità. - Non avevi detto di volerti licenziare? - Rise di gusto, facendo infine qualche passo verso la cassa.
Del lo afferrò improvvisamente per un braccio e lo strattonò violentemente a sé, allontanandolo dalla merce che avevano di fronte.
- Ehi Del! Ma che... -
- Che mi prende?! Mi prende che tengo al mio lavoro! Io ho bisogno di mangiare! Non posso rim... -
- Ma ti sei guardato attorno?! - Lo interruppe Sathlas, liberandosi dalla presa con un secco strattone, indicando l'ambiente circostante con un distratto gesto delle braccia. - Siamo persi chissà dove in un buco dove nessuno ci troverà mai! Potremmo anche morire di ipotermia questa notte nel sonno... che diavolo ne sai? E se lì dentro c'è del caffè voglio bermelo, perché potrebbe essere l'ultimo della mia vita! Maledizione! - Proseguì.
Un ennesimo, breve tratto di silenzio calò tra i due. Sathlas fissava il suo vecchio compare con una fermezza che non aveva mai conosciuto. Per la prima volta nella sua vita era aveva acquistato sicurezza nel voler compiere una determinata cosa. Forse era il profumo di una prematura morte che lo aveva cambiato. Ma non importava, perché Sathlas, della casata Eilthea di Holiem IV, era cambiato.
Delbar aveva portato una mano dietro la nuca ed osservava il terreno con uno sguardo perso nel vuoto, mentre fra le sottili labbra, divenute ormai di un colore violaceo, stringeva un lungo filo d'erba secca.
- Hai ragione ragazzo, - Rispose Del alzando il capo, annuendo impercettibilmente al giovane con un debole sorriso, spento e inespressivo. – Facciamoci questo caffè. -
Il giovane gli ricambiò un ampio e felice sorriso, dando un'amichevole pacca su una gracile spalla dell'arzillo vecchietto. Dopodiché gli fece cenno di seguirlo.
- Andiamo ad aprire la cassa se vogliamo berci questo sacrosanto caffè. Ha l'aria di essere molto solida. - Disse osservando la grande cassapanca in legno di quercia di fronte a lui, subito accanto all'entrata posteriore del carro.
- Lo credo bene che ha l'aria solida. L'hanno rinforzata con ferro battuto e lamine d'acciaio. -
Selhtas sgranò gli occhi in un'espressione di puro stupore, voltandosi di scatto verso Del, chiedendogli con lo sguardo: Ma che diavolo di bisogno c'era di rinforzare una cassa di caffè con tutta quella roba? [i/]
Il vecchio si strinse nelle spalle, una volta decifrata l'espressione del compagno.
- Non so Sathlas, secondo me non c'è caffè lì dentro. Forse il tesoro di un qualche Re, non so... -
- Anche io comincio ad avere dei dubbi. Ma voglio aprirla comunque. - Affermò Sathlas fissando il legno levigato e misterioso di quella merce. Era una specie di grande scatola in legno rettangolare, alta all'incirca un metro e dieci e lunga un metro e ottantacinque in linea orizzontale, spessa invece novantadue centimetri e sei.
Sembrava una specie di bara, ma era strana. Somigliava molto ad una cassapanca, quelle che sono solite usare per riporre documenti o armi, ma era troppo pesante per dei documenti, mentre le spade avrebbero dovuto sbattere tra loro quando la cassa era caduta in terra giù dal carro, invece aveva prodotto un rumore sordo e soffocato, come se fosse stata piena di seta o cotone.
- E perché accidenti vorresti aprirla? - Sbottò Delbar aggrottando le sopracciglia.
- Per levarmi dallo stomaco il peso di questa curiosità morbosa. - Mormorò voltandosi appena verso Del. - Perché, tu non sei curioso vecchio barbagianni? -
L'anziano ometto parve riflettere, portando una mano dietro la nuca e aggrottando ancor di più le sopracciglia, socchiudendo gli occhi. Non si rendeva conto di quanto potesse essere buffo anche quando si sforzava di diventare serio.
- Beh... - Balbettò, - Un po' curioso lo sono anche io ma... -
- Perfetto! - Lo interruppe, voltandosi verso la cassa e chinandosi sulle ginocchia, incastrando subito dopo il piede di porco tra la serratura e il tavolo in legno che la chiudeva. Fu un colpo secco e preciso che produsse il forte rumore delle assi che si scheggiavano, lasciando Delbar con le sue ultime parole, ormai morte, in gola.
Sathlas iniziò a forzare la serratura della cassa, producendo striduli e rumorosi cigolii, segno che le assi stavano cedendo, e lentamente anche il ferro battuto di quella vecchia serratura.
Il volto di Del esprimeva una viva eccitazione, essendo che fin dal primo momento in cui caricarono la cassa nel carro, una curiosità iniziò a rodergli nello stomaco. Ed ora, quella curiosità stava per essere finalmente sfamata.
In quell'istante, un colpo secco di metallo spaccato e di assi scheggiate annunciò che lo scassinamento era riuscito. Il tavolo che copriva la cassa scattò verso l’alto di pochi centimetri, spinto dal piede di porco che Sathlas non era stato capace di bloccare dopo la rottura della serratura.
- Aprila! Aprila! - Esclamò Delbar con una strana luce negli occhi sgranati e attenti che osservavano ogni minimo movimento del giovane. Teneva i pugni serrati e gli avambracci leggermente esposti in avanti. Le sue mascelle erano serrate tra loro in un blocco dettato dall'adrenalina che aveva in circolo.
- Ma sentitelo il nostro grande capo! - Disse Sathlas scoppiando improvvisamente a ridere, - Colui che non voleva essere licenziato, madame e messeri! - Subito dopo si gettò ironicamente in ginocchio con le braccia alzate verso il cielo, mimando un attore tragico che attende gli applausi del pubblico appena finito lo spettacolo.
- Piantala di fare l'imbecille e apri quella dannata cassa! - Sbottò Del, fulminando con lo sguardo il povero Sathlas, che voleva fare un po' il buffone. Ma gli andò male.
Sebbene a malincuore, ubbidì a Del e si rialzò in piedi, avvicinandosi alla cassa e posando le mani sul 'coperchio', ormai scassinato e inutilizzabile.
Lo aprì con un colpo secco, facendo sbattere la tavola di legno dall'altra parte, proprio sotto il carro. In quel momento, un forte odore di aria viziata lo colpì al naso come un pugno, facendolo arretrare con una mano schiacciata sulle narici.
- Per gli Dei! - Esclamò in preda al disgusto, - Sembra ci sia morto qualcuno qui dentro! - Spostò la mano dal naso alla bocca, come per trattenere un forte conato di vomito. L'odore che c'era lì dentro era forte e somigliava vagamente a melma rancida e carne decomposta.
Del si avvicinò alla cassa con una smorfia, gettando una fugace occhiata all'interno.
Non vide nulla, principalmente. Un velo di seta nera copriva un qualcosa dalle forme umane. Si riuscivano a distinguere le forme delle gambe, delle braccia e della testa.
Era una forma strana a dire la verità, non sembrava umano, nemmeno elfico o di altre razze. Almeno di quel mondo...
- Un... un... - Del provò a formare una frase, ma tutte le parole gli morirono in gola con un sussulto di disgusto e paura, una paura profonda. Non era di certo il primo cadavere che vedeva, ma la strana forma che traspariva da sotto il lenzuolo nero, era... strana.
Sathlas nel frattempo, si sporse un po' più avanti con la testa, tenendo la mano ancora schiacciata contro la bocca in una smorfia che barcollava tra il disgusto e la sorpresa.
- Un cadavere... - Mugugnò, - Abbiamo trasportato un cadavere?!... -
- Certo che come cadavere è strano... - Gli fece eco Del, ora che aveva raccolto un po' di sicurezza. Non voleva far di certo la figura del fifone di fronte ad un ragazzetto che in confronto a lui aveva appena staccato le labbra dal capezzolo della mamma! Nossignori! Doveva dimostrare la sua perseveranza nel volere una cosa, e la dimostrò a modo suo.
Del si volse subito dopo verso il frastornato Sathlas, sempre con la mano premuta contro la bocca, anche se ora aveva coperto anche il naso. Teneva gli occhi sgranati all'interno della cassa e non muoveva un muscolo.
Altro che caffè[i/], pensò Sathlas, qui bisogna chiamare un becchino[i/].
Il vecchio lo osservò attentamente in silenzio per qualche secondo, dopodiché si alzò in piedi e gli posò una mano sulla massiccia spalla, almeno fin dove poteva arrivare a toccargliela.
- Prima volta che vedi un cadavere, figliolo? - Gli chiese Del, con un tono abbastanza pacato e comprensivo.
Lui annuì lentamente, senza distogliere lo sguardo da quello strano corpo, velato da quel lenzuolo di seta nera. Era come se non si fosse nemmeno accorto della presenza del vecchio e che si fosse dimenticato dov'era, come si chiamava e chi era.
- La richiudo? - Proseguì Del senza staccargli gli occhi di dosso. Ora era preoccupato e temeva che potesse rimanere sotto shoc per un bel pezzo. Ma con sua enorme sorpresa, subito dopo avergli formulato la domanda, Sathlas si volse di scatto verso di lui, allungando improvvisamente le mani lungo i fianchi, come se si fosse scordato della puzza che impregnava l'aria accanto alla cassa.
- No! - Sbraitò, fissandolo con rabbia. Nemmeno gli avesse chiesto: posso uccidere tua madre? [i/]
Ebbe un violento attacco di rabbia che fece sobbalzare di spavento il povero Del, che si aspettava una reazione più tranquilla.
- Dannato accidenti! E serviva farmi prendere un colpo?! - Esclamò il vecchio arretrando di un passo premendo una mano alla sinistra del petto, accanto al cuore. - Vuoi farmi prendere un infarto?! Dillo che mi vuoi morto! -
Sathlas non rispose, si limitò a fissarlo con lo stesso sguardo iracondo e spento di prima. Solo quando volse nuovamente lo sguardo verso la cassapanca la sua espressione si tranquillizzò.
- Perdonami, non volevo spaventarti. Solo che ora voglio andare fino in fondo. - Mormorò, - Ora che l'ho aperta voglio vedere cosa c'è sotto quel velo. - Proseguì, con voce sicura e roca, senza staccare gli occhi dalle forme semi-umane che affioravano da sotto il lenzuolo.
Del sgranò gli occhi e gli si avvicinò di un passo a bocca aperta.
- Non ti basta sapere che è un morto? Ora devi anche violare la salma?! - Esclamò, ormai esasperato. - A me hanno insegnato a rispettare i morti, ed è ciò che faremo! -
Del si avviò dall'altro lato della cassa e si chinò per raccogliere il coperchio semidistrutto della cassapanca, ma quando incrociò lo sguardo serio e inespressivo di Sathlas si rialzò in piedi lasciando ricadere al suolo la tavola con un ampio sospiro. Si, era proprio cambiato, il ragazzo.
Dalla padella alla brace si dice, no? Ecco, lui era peggiorato.
- Guarda Del, - Gli disse, indicandogli il lenzuolo di seta nera. - Non può essere un cadavere di un uomo o di un elfo, le forme non sono di nessuna creatura di queste terre... -
Del sospirò ampiamente, cercando di reprimere la tensione.
- Uomo o meno non ha importanza, un cadavere è un cadavere e merita il rispetto che gli si deve. - Sbottò. Quasi subito dopo le parole di Delbar, Sathlas fece due passi verso la cassapanca, allungando una mano verso un'estremità del lenzuolo nero, come se non lo avesse nemmeno sentito. Ma prima che potesse fare qualsiasi cosa, Del gli bloccò la mano con la sua, fissandolo, come per implorarlo di non farlo.
Sathlas non voleva sentire ragioni: scacciò la mano del vecchio con un gesto distratto e afferrò il lembo della stoffa che copriva il viso della figura, distesa nella cassa.
Rimase immobile qualche secondo, come se stesse riflettendo sul da farsi, mentre Del si era allontanato di qualche passo e lo osservava scuotendo lentamente il capo.
La fronte di Sathlas era madida di sudore ed il suo cuore batteva talmente forte, che gli sembrò stesse per esplodergli nel petto. Quello era stato il giorno più eccitante della sua vita, e purtroppo anche l'ultimo giorno della sua vita.
Senza ulteriori indugi, tolse il lenzuolo con un colpo secco, ammucchiandolo ai piedi della cassa subito dopo. _________________ Tu dici (off-gdr) a Kensun: 'Il bash di Decalagon ti =*=* ATOMIZZA =*=* !'
Kensun ti dice (off-gdr): 'brutto maledetto che paura'
Kensun ti dice (off-gdr): 'ero su msn ti venisse il cagotto cronico'
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Quando vide ciò che conteneva, gli si spalancarono gli occhi in un'espressione di pura ammirazione e meraviglia.
I riflessi argentati del lucente metallo che riposava in quella 'bara' era talmente ben decorato che non sembrava nemmeno reale. Una delle più belle armature che abbia mai visto in tutta la sua vita, probabilmente.
- Del! Del! Corri! Guarda qua! - Esclamò Sathlas passando delicatamente una mano sul massiccio pettorale in pelle rinforzata di quella splendida corazza. Sembrava quasi che se ne fosse innamorato, la osservava con occhi sgranati e sorridenti, mentre le sue dita sfioravano il freddo metallo ed il cuoio dell'armatura. La corazza era stata riposta su un morbido letto di segatura e dei panni di velluto proteggevano il metallo dai lati della cassapanca, ecco spiegato il mistero del perché fece un tonfo sordo e soffocato quando crollò al suolo.
Delbar, senza farselo ripetere due volte, accorse più in fretta che poté, raggiungendo Sathlas con una strana luce nello sguardo, la stessa luce che brillò quando si erano riuniti attorno alla 'bara' per aprirla. Quando il vecchio fu a due o tre passi dalla cassapanca, abbassò lo sguardo per vedere il suo contenuto.
Anche lui, come Sathlas, rimase a bocca spalancata nel vedere il lucido metallo della corazza che sembrava stesse risplendendo al buio.
I gambali in Mithril erano finemente decorati e raffiguravano i grandi Re dei Nani in battaglia, circondati da numerose decorazioni di guerra, impreziosite con rubini rosso fuoco e lapislazzuli color blu scuro.
Subito sopra i paragambe d'acciaio e gli schinieri nanici, v'era un cinturone in pelle dalla grossa fibbia argentata, raffigurante due spade incrociate fra loro. S'intonava bene sopratutto con il pettorale di cuoio e l'elmo d'argento recante un imponente pennacchio rosso fuoco.
Agli angoli v'erano le spalliere d'acciaio con due spuntoni di ferro battuto che sporgevano pericolosamente. Se si stava troppo a lungo a fissarli, si potevano immaginare ancora sporchi del sangue delle vittime che erano state infilzate.
I parabraccia invece, nonostante il resto della corazza, erano coperti con piume d'Ippogrifo color grigio scuro. Erano delle penne molto lunghe ma regolarmente fissate al cuoio dei parabraccia con eleganza e precisione. Sembrava proprio il manto piumato un vero Ippogrifo vivo e vegeto.
I due guanti in cuoio rinforzato, erano stati posati alle due estremità delle braccia, mentre nel pugno chiudevano due spade: una aveva il manico di smeraldo e avorio, mentre la lama era chiusa in una lucida guaina di pelle. Era lunga circa un metro e cinquanta e larga due centimetri.
L'altra spada era lunga la metà. Aveva la lama ricurva e l'elsa d'oro e argento, anche quella rigorosamente foderata con una massiccia ed elegante guaina.
Una stupenda scimitarra nanica, senza dubbio.
- Che spettacolo... - Mormorò Del, strabuzzando gli occhi mentre la sua mano si muoveva sull'armatura senza che se ne accorgesse. E nonostante le sue mani fossero sudate e sporche, non lasciava ditate né sul metallo né sul cuoio.
- Devo dartene atto. E' la più bella armatura che abbia mai visto... - Gli fece eco Sathlas, stupefatto e meravigliato almeno quanto lui.
- Dici che il signor Dugas ci licenzierà? - Chiese Del ridacchiando sommessamente, come se avesse detto una battuta divertentissima.
Sathlas comunque non rispose, limitandosi ad osservare con più attenzione la visiera abbassata dell'elmo. Qualcosa aveva catturato la sua attenzione.
- Sathlas? - Del alzò lo sguardo e lo osservò. Era come se l’attenzione del ragazzo fosse stata catturata da chissà quale altro mondo, non lo sentiva. - Sathlas?! -
- Cos'è? - Chiese lui, raccogliendo una busta di carta che era fissata nella griglia dell'elmo. Sembrava non essersi minimamente accorto che Delbar gli avesse parlato.
Portò la busta agli occhi, fissandola attentamente come se fosse la cosa più strana che avesse mai visto quella sera. Cercò dei nomi, qualche indirizzo, ma non trovò nulla. Solo una busta di carta ingiallita che conteneva chissà cosa.
- Ehi Del, che cosa diavolo è? - Gli chiese porgendogli la busta, visibilmente interdetto.
- E lo domandi a me? Aprila imbecille! - Lo ammonì Delbar gesticolando con la mano, cercando di fargli capire che doveva sbrigarsi. Dopodiché si passò due dita sulla ruvida barba grigia di due giorni e mezzo che gli copriva il mento, fissando Sathlas e aspettando che la aprisse. - Che accidenti aspetti? Aprila! -
Senza farselo ripetere, Sathlas aprì la busta in silenzio, lacerando la carta con un colpo secco. Tirò fuori un foglio di carta accuratamente ripiegato e umido, come la busta che lo conteneva. Forse per via del troppo tempo che aveva passato nella palude di Haon Dor.
I due, troppo presi dal contenuto della cassa, non si erano nemmeno accorti che il vento era cessato, ed ora la temperatura era leggermente più calda rispetto a prima.
Le fronde degli alberi tutto intorno erano immobili e silenti, così come le ombre del fuoco. Non si sentivano nemmeno i grilli cantare, le cicale o qualche gufo. Niente. Silenzio totale. _________________ Tu dici (off-gdr) a Kensun: 'Il bash di Decalagon ti =*=* ATOMIZZA =*=* !'
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Il ragazzo dispiegò il foglio e lesse distrattamente qualche parola qui e là, prima di venire interrotto da Del e dalla sua dannata curiosità.
- Che cosa c'è scritto?! - Esclamò, sempre più impaziente di sapere.
- Maé sembra… - Riuscì a balbettare solo questo. L’incertezza e il dubbio gli avevano smorzato le parole in gola, non aveva alcuna intenzione di leggere a voce alta, anche se contava di sbagliarsi sul conto di quella pergamena.
- Che accidenti ti prende? - Chiese il vecchio, osservando il ragazzo con attenzione. - Fammi leggere. - Proseguì, strappando il foglio di mano al compare.
Iniziò a leggere a voce alta, cercando di scandire bene le parole nella penombra della radura di Bosco Antico. Ormai avevano perso la cognizione del tempo, e non si erano accorti che erano quasi le tre di mattina.
DIO DEL SANGUE, DIO DEL PURO MALE,
CHE ANIME MORENTI POSSANO SAZIARE LA TUA IMMORTALE FAME DI POTERE,
CHE IL SANGUE DEI CADUTI POSSA DISSETARE LA TUA INNARRESTABILE SETE DI VENDETTA,
CHE CON LA MIA MORTE SI COMPIA IL FATO CHE MI E' STATO ASSEGNATO,
CHE LE MIE ARMI POSSANO DISTRUGGERE UN ULTIMA VOLTA,
CHE ULTIME ANIME POSSANO SCORRERE NEL TUO FIUME DI SANGUE E RABBIA.
IO, NEROMANTO LACRIMADITENEBRA,
DONO A VOI, OSCURO CAVALIERE DEL MALE, MIO POTENTE SIGNORE DALLE VESTI NERE,
LE ULTIME ANIME DELLA MIA INFINITA BATTAGLIA.
CHE TUTTO QUESTO POSSA FARE DA ARALDO AL VOSTRO ORDINE,
CHE POSSA FAR RAMMENTARE IL VOSTRO NOME NEI SECOLI DEI SECOLI...
COSI' SIA! _________________ Tu dici (off-gdr) a Kensun: 'Il bash di Decalagon ti =*=* ATOMIZZA =*=* !'
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- Che roba è? Sembra una preghiera… - Mormorò il vecchio continuando ad osservare il pezzo di
carta che teneva in mano, passando di tanto in tanto lo sguardo a Sathlas e poi di nuovo allo
scritto.
Dopo pochi secondi passati a contemplare la pergamena, Del si accorse che il suo giovane compagno era come paralizzato, di fronte alla cassa. Il suo sguardo era sgranato in una smorfia di orrore mentre fissava quella corazza. In quel momento non gli sembrò più splendida come pochi minuti prima.
Delbar si alzò e si avvicinò a Sathlas facendo il giro della cassapanca, scuotendogli dolcemente la spalla cercando di farlo rinsavire una volta arrivato accanto a lui.
- Ehi ragazzo! Cosa ti prende?! - Esclamò sbattendo un pugno sulla spalla di Sathlas, ma lui sembrò non averlo nemmeno sentito. Stava fissando la cassa...
Involontariamente, anche Del seguì con lo sguardo la direzione in cui guardava il giovane. E quando vide ciò che stava accadendo gli si gelò il sangue nelle vene.
Dalle labbra gli scappò un grido di paura che si spense quasi subito dopo, soffocato dal panico che gli chiudeva la gola come in una morsa ghiacciata e incandescente nello stesso momento.
Una piccola sfera di fuoco, dalle dimensioni di un mandarino, aveva preso forma appena venti centimetri sopra l'elmo della corazza. Pulsava come una stella e sembrava si stesse ingrandendo poco a poco. La luce della sfera era leggermente sfumata, di un colore rosso fuoco. L'ambiente circostante era illuminato da questa debolissima luce, e sembrava che tutti gli alberi, le foglie, le piante... fossero imbrattati di sangue.
Mentre i due erano paralizzati di fianco alla cassa, ad occhi sgranati a fissare la sfera di fuoco, un'empia e sensuale voce femminile sembrò percorrere un vento morto. Era una voce quasi sussurrata, di una dolcezza eterna.
Non appena arrivò alle orecchie dei due uomini, questi sembrarono destarsi dai loro pensieri, per poi volgere lo sguardo attorno a loro, alla ricerca di colei che stava parlando.
- Del... che... che succede? - Balbettò Sathlas in preda ai singhiozzi. Era strano veder piangere un omone come lui, sembrava quasi fosse indistruttibile dal volume dei suoi muscoli. Invece, in quel momento singhiozzava come un bambino, ma Delbar non sembrò prestarci nemmeno attenzione. Stava ascoltando la voce della foresta che si ripeteva, si ripeteva...
E' giunta una seconda fine, anime solitarie...
Che un ultimo sangue venga versato...
Che con la vostra morte possa realizzarsi il destino d'un nero cavaliere...
Diceva la voce... sensuale[i/]... dolce... ma terrificante.
Pochi secondi dopo, un forte ronzio soffocò la voce della foresta, costringendo i due nuovamente a guardare in direzione della sfera di fuoco.
Ora si era ingigantita di parecchio e vibrava come un diapason, emettendo un sordo ronzio che ricordava molto un numeroso sciame di api assassine. Il fuoco diveniva di un rosso sempre più scuro man mano che si allargava. Sembrava una emorragia del fegato, dove il sangue poco a poco che scorre, diviene sempre più scuro, fino a sfiorare il nero. In quel momento succedeva lo stesso.
La sfera diveniva sempre più grande, e vibrava... Ora aveva raggiunto la grandezza del rosone di una cattedrale e si era alzato di tre metri dal suolo, seguita dagli sguardi attoniti dei due commercianti. La cosa strana era che non emetteva nessun tipo di calore, niente. Era come se fosse stata di aria fresca.
- D-Del... -
Prima che Sathlas potesse finire la frase, un boato improvviso spezzò il debole silenzio creato nella fitta boscaglia, fendendo i venti con uno straziante e acuto grido che echeggiò all'orizzonte diverse volte.
La sfera esplose improvvisamente, emanando nell'aria un calore pari a quello del sole, prima che venisse ingoiato da Mobius. La foresta tutt'intorno, per un raggio di un chilometro e mezzo abbondante, si polverizzò come un castello di sabbia sotto la forza di un'onda del mare.
Le carni dei due poveretti si sciolsero come neve al sole, mentre i loro occhi scoppiettavano sotto la pressione dei raggi ultravioletti e del calore emanato dall'esplosione di quella sfera d'energia. Saltarono via dalle loro teste come petardi, altrettanto improvvisamente come l'aria riscaldata dell'atmosfera che lacerò i loro polmoni prima che potessero emettere un solo gemito di dolore. Fu la morte più improvvisa della storia, io credo.
Milioni e milioni di gradi liquefarono le loro membra, anche se durarono solo brevi frazioni di secondo, e di loro non restò altro che uno sbiadito ricordo.
Il loro carro ed i cavalli, così come la merce, fecero la stessa fine del bosco circostante. Rimase un mucchietto di cenere.
Quando la sfera esaurì il suo potere, si spense come un lume che ha esaurito l'olio combustibile. L'atmosfera di poco prima tornò a regnare sulla radura di Bosco Antico, ora resa ad un piccolo deserto di cenere e detriti fumanti che si estendevano per circa due chilometri quadrati.
Ma attraverso la cenere che si era depositata al suolo, si poteva intravedere un riflesso metallico farsi strada tra la polvere. Un riflesso che lasciava trasparire la forma di un elmo d'argento ed il moncherino bruciacchiato di un pennacchio rosso
Nella visiera dell'elmo era stata modellata una smorfia malvagia che sogghignava nell'ombra... sogghignava...
La voce di poco prima accompagnò il silenzio di Bosco Antico per altri brevi secondi, prima di sparire nel nulla improvviso di quella piccola distesa desertica...
Un ultima goccia di sangue è stata versata...
In onore d'un nero cavaliere senza né sogni né speranze...
Un ultima voce è stata udita...
Un solo grido...
E così è finita la storia d'un guerriero.
Uno fra i tanti...
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