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Diarmuid dan Eilell

 
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Diarmuid





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MessaggioAffisso: Gio 24 Feb, 2005    Oggetto del Messaggio: Diarmuid dan Eilell


Nota dell'autore

Questo racconto nasce da una giocata che non abbiamo potuto finire in gioco stesso. All'inizio mi era stato chiesto di scrivere un certo tipo di racconto, un po' piu' "leggero" e comico; mi sono pero' accorto che non mi riusciva proprio di scriverlo. Ogni tanto mi riesce, ogni tanto no: probabilmente dipende anche dai miei stati d'animo, o forse non so, semplicemente l'avevo gia' immaginato cosi' e non sono riuscito a discostarmi dalla prima formulazione. Mi dispiace, spero che all'interessata possa piacere ugualmente. La citazione che vedete all'inizio e' una canzone degli E Nomine, Anderwelt. L'ha tradotta per me la mia ragazza, perche' ha visto che mi ero fissato molto su quel pezzo. In un certo senso, mi ha dato l'idea per molto piu' di questo racconto: e' diventata parte integrante della storia di Diarmuid, presto capirete il perche', quando mandero' le altre storie.

[PRIMA PARTE]

"Geheimnisvoll sind mŠchtige sagen
die Ÿberlieferungen aus alten tagen
geschichten erzŠhlen voll fantasie
vom ewigen leben und wei§er magie
und auch ein ort war dort genannt
doch hat die zeit seinen namen verbannt
eine weltdie heute niemand mehr sieht
weil sie im meer der vergangenheit liegt

und wenn der nebel sich verdichtet
und das meer in stŸrmen wankt
haben wenige es doch gesichtet
Andrewelt, gelobtes land..."


"Le leggende potenti sono misteriose
le cose tramandate da giorni antichi
le storie raccontano, piene di fantasia
di vita eterna e magia bianca
e anche un luogo veniva citato
ma il tempo ha bruciato il suo nome
un mondo che oggi nessuno riesce più a vedere
perchè è sepolto nel mare del passato

e quando la nebbia si infittisce
e il mare dondola nelle tempeste
solo in pochi hanno visto
Anderwelt, la terra lodata..."


C'e' qualcosa nel semplice atto di viaggiare che ha sempre affasciato gli uomini. Come un dolce e mellifluo richiamo all'ignoto, come il canto di una sirena delicato e tentatore. Chi non ha mai sentito l'improvviso richiamo verso una strada, verso una collina che da' su un pianoro mai visitato? Chi non conosce la frizzante gioia che i nostri occhi ci donano, quando per la prima volta il nostro sguardo abbraccia terre nuove e sconosciute?

Sono arrivato a credere, dopo diversi anni di esperienze personali e viaggi, che nel profondo d'ogni animo umano si annida un profondo desiderio di avventura, e un bisogno parimenti profondo di sperimentare nuove cose. Un nuovo paesaggio che si apre dinnanzi ai nostri occhi, un nuovo dialetto sulle labbra di coloro che incontriamo per strada; nuove strade e nuovi orizzonti dinnanzi a noi, che ci strappano dalla monotonia di tutti i giorni, che temprano il nostro spirito e abbeverano la nostra anima stanca e ingrigita dalla sedentarieta' e dal ristagnare della vita di tutti i giorni.

Per me e' cosi'. Lo e' sempre stato, capite? Persino il giorno in cui fui costretto ad abbandonare il mio regno, a fuggire dal palazzo in fiamme del mio ducato. Persino il giorno in cui persi la mia prima famiglia, la strada mi accolse e cullo' al seno con gentile premura. E si e' ormai istaurato una sorta di comprensione, tra di noi: un muto bisogno che ci stringe in un abbraccio fresco come il vento e forte come la tempesta. Ci apparteniamo l'un l'altra, ci corteggiamo e ci amiamo: se un giorno Elyandra dovesse chiedermi, con il suo fare nervoso e sbrigativo, se ho un'amante... Ebbene, forse sarebbe piu' corretto rispondere che la mia amante e' la strada. Ma dubito che capirebbe, quindi sara' meglio che tenga per me simili poetiche spiegazioni, onde evitare una rissa dalla quale non sono sicuro che uscirei con tutte le ossa al loro posto.

Eppure, nonostante tutto questo, quel giorno era il nervosismo a pervadere la mia mente e guidare i miei passi. Dinnanzi a me si apriva, silenziosa e festosa come sempre l'avevo vista e ricordata, la strada che mi avrebbe portato alla volta della mia dorata Ofcol. Eppure non godevo del mio veloce incedere tra il sentiero nel pianoro. Non apprezzavo la carezza del vento e il canto degli uccelli, ne' il saluto dell'erba grassa e verde della valle a nord della tetra collina degli impiccati. Tradivo la mia amante, corteggiando una dama ombrosa e tetra che danzava sul mio cuore, stringendolo in una morsa ch'era dolore e veleno. Corteggiavo la furia.

Poche persone conoscono la furia. Quasi nessuno, sono giunto a credere. Per me, una persona che difficilmente si e' mai vista strappare il velo di calma che la ammanta, la furia e' stata una scoperta recente, di pochi anni a questa parte. La furia che diviene estasi, estasi del combattimento e della rabbia; la sete di sangue e morte che pervade un combattente nel pieno delle proprie forze, mentre misura se stesso e la propria anima in uno scontro mortale.

Normalmente l'avrei allontanata da me, cercando di rilassarmi e meditare: non amavo quel particolare stato in cui gli addestramenti e gli insegnamenti impartitimi mi avevano condannato a cadere in combattimento. Temevo la mia furia, come una serpe che si annidasse poco sotto la mia pelle, sempre in attesa di lacerare quell'esile velo che solo la tratteneva dal mordere e avvelenare tutto cio' che mi circondava. Eppure ero talvolta costretto a servirmene: era una delle armi piu' potenti che mi avevano dato, i miei compagni, e molte volte aveva salvato la mia vita, a discapito della mia anima e della mia coscenza che sembravano intorbidirsi ogni giorno di piu'.

Quel giorno invece calcavo la strada con passo veloce e spedito, cullando la paura che tenevo in seno come un bambino: non ero disposto a lasciarla andar via. I battiti del mio cuore martellavano furiosamente contro il mio petto, dando un ritmo veloce e tremendo a quell'avanzata nella pianura. Dietro di me, potevo sentire i passi leggeri e veloci di lei. Mi seguiva senza una parola da quando avevamo lasciato Kyrandor, e avevamo divorato in silenzio le miglia. Non c'era molto che potessimo dirci: sentivo la sua rabbia come una tempesta, e ne soffrivo. Probabilmente, mi sentivo colpevole. E riconoscevo che il suo biasimo era giustificato e ampliamente meritato.

Ma non sapevo in che modo avrei potuto agire diversamente: avevo dei doveri nei confronti dei miei compagni, e non potevo esimermi dall'onorarli. Piu' ci pensavo, e piu' ritenevo di non aver meritato appieno quell'astio e quel biasimo. E' vero, ero stato a lungo in missione, ed ero mancato per molto tempo. Ma sia Denna che Elyandra sapevano benissimo che dimoravo ad Ofcol, e mi chiedevo perche' non fossero venute da me. Mi chiedevo perche' la piccola fosse scappata in quel modo, perche' si fosse comportata cosi'. Perche' non mi avevano cercato? Avevo sentito la loro mancanza, l'avevo sentita ogni giorno piu' forte. Ma i miei doveri mi trattenevano dall'andare a cercarle, e non potevo agire diversamente.

Poi, mentre la pista di Denna curvava verso il lago, sentii una fitta al cuore e un profondo senso di colpa mi strinse lo stomaco, facendomi risalire in bocca il sapore amaro e acido della bile. Si stava dirigendo verso Ofcol. Sola. Era davvero venuta a cercarmi. Barcollai per un istante, mettendo un piede in fallo su un sasso piatto e fangoso; il mio equilibrio precario mi tradi', e scivolai malamente.

Un braccio mi afferro' al volo, e una stretta forte mi trattenne in piedi, evitandomi la caduta lungo il fianco della collinetta che prometteva di essere lunga e dolorosa. "Apri gli occhi", mi intimo' la sua voce. Una voce che non riconoscevo piu', tanto era fredda e tagliente ora.

Mi voltai, guardando Elyandra negli occhi. La capivo. Potevo capirla. Si era sentita abbandonata ancora una volta, forse tradita nel profondo del cuore: non avevo pensato che avrebbe reagito cosi', non credevo che bastasse un semplice periodo di assenza, il tempo di svolgere alcuni incarichi per la gilda, per ridurla in quello stato. Evidentemente, mi ero sbagliato.

Se in quel momento avessi conosciuto le parole giuste, le parole che avrebbero rinfrancato il suo spirito e riscaldato il suo cuore... Ma non c'erano parole che, alle sue orecchie, giustificassero il mio comportamento. Strinsi i denti, sopportando ancora per qualche secondo la profonda ma distaccata rabbia che leggevo nel suo sguardo, mentre ancora mi stringeva il braccio fin quasi a farmelo dolere: infine annuii con riluttanza, abbassando lo sguardo.

"Grazie", ebbi a malapena la forza di mormorare. Poi ci voltammo e tornammo ad avanzare nella pianura.

Passammo l'intera notte a camminare nella pianura, senza mai fermarci. Marhis splendeva nel cielo come un pallido globo di fiamma d'argento, e rischiarava i nostri passi abbastanza da consentirci di andare avanti nella pista semplice e gia' battuta. Non avevo piu' bisogno di seguire le tracce di Denna: sapevo dov'era diretta, e speravo ardentemente con tutto me stesso che non le fosse accaduto nulla durante il viaggio. Doveva aver portato delle scorte di cibo e acqua con se, era sempre stata una ragazzina sveglia. La pista era semplice, e l'avevamo fatta molte volte insieme: inoltre, durante il percorso si trovavano numerose polle d'acqua, affioramenti e piccoli laghi, che rendevano pressoche' impossibile farsi sorprendere dalla pista con la borraccia vuota, e consentivano di cacciare agevolmente nel caso in cui le provviste fossero mancate.

Stava bene. Doveva stare bene.

Me lo ripetevo incessantemente, ossessivamente, in quella tetra e lunga avanzata nella notte della pianura, scandita dai battiti del mio cuore, dai passi della mia compagna che precedevo di pochi metri, dalla morsa del senso di colpa, dal senso di sconfitta personale che provavo.

Avevo avuto una famiglia, che avevo amato e onorato. L'avevo persa, li avevo visti morire durante l'assedio e la presa del castello. Erano immagini che mi si erano impresse a fuoco nella memoria, come un marchio indelebile e doloroso. Avevo provato senso di colpa, smarrimento, frustrazione: avevo vissuto per anni come vagabondo, prima di stabilirmi in Ofcol e rifarmi lentamente una vita. Ora tutte le ansie del passato, tutte le paure e la frustrazione, tutto il senso di colpa... Tutto riemergeva, sommergendomi e assediandomi. Era colpa mia. Se fosse successo qualcosa a Denna, sarebbe stata colpa mia. Avevo lenito le ferite del passato, accettato gli errori commessi quella folle notte di venti anni prima, quando avevo guidato un attacco suicida contro gli assedianti del castello, pensando che con il favore della notte saremmo riusciti a infliggergli perdite tali da convincerli a desistere. Se avessi aspettato ancora, se avessi resistito in attesa di rinforzi da parte della milizia regale... Se, se, se.

Migliaia di possibili strade danzavano tra i miei ricordi, migliaia di scelte non compiute e o fatte male, migliaia di possibili diversi futuri. Nella notte argentata, sotto il chiarore di Marhis, il mio passato tormentava il mio spirito come una punta arroventata tormenta le carni di un uomo sotto tortura. Ma continuavo ad avanzare, stringendo i denti e soffocando il dolore. Continuavo a ripetermi che era viva, che non era successo nulla: l'avremmo trovata sulla strada, accampata per la notte, incolume. Arrabbiata, certo, ma quello si poteva risolvere. Si poteva risolvere tutto. Tutto tranne...

Scacciai con forza il pensiero. Mi costrinsi a concentrare tutta la mia attenzione sulla pista poco visibile che si snodava ai miei piedi, concentrando tutti i miei sensi nel captare ogni possibile messaggio dai rumori nella notte e dalle orme scarsamente illuminate che formavano la nostra pista.

E quando l'alba sorse pallida e grigia contro il cielo che stingeva, colorandosi di un azzurro candido e immacolato, non trovai alcun conforto da quello spettacolo che tante volte avevo condiviso con me stesso nell'intima solitudine dei miei viaggi, e che sempre mi aveva affascinato e rinfrancato.

La pista correva davanti a noi, e la strada scorreva veloce sotto i nostri piedi: non avevamo piu' detto una parola dopo l'incidente di qualche ora prima. Avanzavamo silenziosi, cullando nel profondo dei nostri pensieri le nostre paure, e affrontando, da soli, i demoni del nostro passato.
_________________
"The crystal is the heart of the blade. The heart is the crystal of the Jedi. The Jedi is the crystal of the Force. The Force is the blade of the heart."
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