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Messaggio |
Khrysor

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Affisso: Ven 05 Nov, 2004 Oggetto del Messaggio: Il veleno nel sangue... |
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Molte e molte volte mi sono trovato a osservare casi simili.
Vivere la cosa e' pero' un'esperienza del tutto diversa; scrivo ora che le membra ancora mi sostengono, prima che un nuovo attacco mi tolga anche questa possibilita'.
Sono passati dieci... o forse dodici?
Perdo il conto del tempo, in questa stanza e tra queste coltri. Ma non posso alzarmi. Del primo e unico tentativo fatto in tal senso ho solo ricordi vaghi e sfumati: ricordo il torpore che invadeva le mie membra, mentre le gambe non mi sostenevano piu' e un cerchio nero si stringeva davanti ai miei occhi, sfumando i contorni netti e reali della stanza in una tenebra infusa di debolezza che mi fagocitava.
Ricordo il freddo del pavimento e null'altro: mi sono risvegliato ancora in questo letto, sicuramente riaccompagnato da qualcuno.
Flaminea e Kayra mi assistono, ma non mi dicono il vero. E non ho bisogno che mi dicano qualcosa che gia' conosco: il veleno ha invaso il mio corpo, e l'ha danneggiato forse irreparabilmente.
Il bastone di Magius splende in un angolo, tra le vesti nere che furono mie, i miei anelli, i miei monili e le mie borse per le componenti.
Inutili.
Il veleno mi ha divorato, come un cancro, come una malattia, come
La penna mi scivolo' di mano, tingendo d'una lunga riga scura le morbide coltri color panna su cui ero adagiato.
Non mi chinai a raccoglierla, non emisi neppure un respiro, mentre i miei occhi si spostavano verso la mano traditrice, e con orrore incontravo il tremito della mia mano un tempo salda.
Un altro attacco.
Ancora uno.
Strinsi con forza la coperta, affondando nel cuscino di piume alle mie spalle e lottando per dominare il tremore.
Invano.
Lentamente ma inesorabilmente il tremolio si propago' lungo il mio corpo, come un'onda di marea neropece e densa, dilagando nei miei arti e nel mio spirito con la medesima violenza inesorabile.
Sentivo i miei denti battere tra loro spasmodicamente, vedevo i colori della camera danzare davanti ai miei occhi e farsi via via piu' vivi e lucidi, mentre il consueto ronzio riempiva con la forza improvvisa di sempre le mie orecchie sensibili.
Non ricordo di aver gemuto; da quel momento in poi non ho alcun ricordo visivo ne' uditivo di quanto accadde, e il tempo cesso' di esistere per me.
Ricordo il dolore, i muscoli freddi e doloranti, i crampi spasmodici.
Ricordo il sapore salato e metallico che invadeva le mie labbra, ricordo la perdita di sensibilita' cutanea, l'orrenda sensazione di fluttuare nel nulla, immerso in un dolore semplicemente troppo grande per poter essere descritto.
Un dolore che dilagava dentro di me, affondando radici profonde negli ampi solchi lasciati dal veleno nel mio fisico e nella mia anima;
ero sconfitto. Sconfitto irrimediabilmente, distrutto dalle mie stesse mani e dalla mia follia.
E nei rari momenti di lucidita' che intervallavano le crisi atroci che mi prendevano senza preavviso alcuno, piangevo amaramente la mia stoltezza; arrivai persino a desiderare la morte, piuttosto che una pallida esistenza all'ombra di me stesso, come un invalido - o peggio, come uno sconfitto.
Quando rinvenni, le vesti che mi fasciavano il corpo erano madide di un sudore freddo e sgradevole, che inzuppava il pelo sul mio corpo e aderiva al mio viso e alle mie membra, strappandomi brividi incontrollati.
"Ti rimetterai", sussurro' una voce familiare dalla soglia della porta.
Improvvisamente mi resi conto che era notte; abituato alle tenebre che mi avvolgevano durante le frequenti crisi, non vi avevo fatto caso immediatamente.
Dalla porta dischiusa della stanza, una donna mi sorrideva con aria tesa e stanca, tenendo un globo di luce argentea e calda posato con grazia sul palmo della mano.
Le annuii debolmente, cercando di riordinare i pensieri ma accorgendomi di non riuscire a richiamare alla mente nulla se non ricordi sconclusionati e spezzati.
Poi chiusi gli occhi, rinunciando a ricordare il suo nome o il mio, lasciandomi vincere dalla sensazione di profonda spossatezza che mi pervadeva.
"Flaminea", sussurrai dopo qualche minuto che la porta venne richiusa.
Il semplice riappropriarmi di quel modesto ricordo mi apparve come la piu' grande delle vittorie, e prima di scivolare nel sonno pensai di scrivere il nome sui fogli che giacevano sparsi sul tavolino accanto al letto, per essere sicuro di fissarlo nella memoria.
Ma il sonno ebbe la meglio, e le mie palpebre, rifiutandosi di obbedirmi, mi chiusero in un'alcova di oscurita' e sonno a cui non seppi sottrarmi.
Cosi' mi addormentai.
E ancora oggi posso giurare di averlo sentito distintamente - non fu un parto della mia immaginazione, ne' un'allucinazione provocata dalla medicina che Flaminea mi somministrava, credetemi - lo sentivo, lo sentivo distintamente; come un fiume in piena che scorreva rombando, scrosciante e furioso, portando morte e oblio alle rive contro cui s'infrangeva, circolando con violenza e rimescolandosi, folle d'odio.
Lo sentivo, vi dico...
...il rombo sordo del veleno che scorreva nel mio sangue ormai infetto...
[continua...] |
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Flaminea

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Affisso: Gio 18 Nov, 2004 Oggetto del Messaggio: Re: Il veleno nel sangue... |
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Era ormai passato tempo dal giorno dell'incontro con Khrysor e quell'umano, il giorno in cui lo stregone aveva seriamente rischiato la vita.
E se egli era vivo, ora, era soltanto grazie a Krisaore, in maggior parte, e al suo rito, e a lei che lo aveva accolto presso la propria casa per il tempo della convalescenza.
Tuttavia ormai da tempo, osservò tra sè, egli era immobile tra le coltri, divorato da..qualcosa che senza uno studio accurato non avrebbe saputo definire.Veleno, forse..?Per quello, aveva rischiato la morte.
E anche se aveva bevuto l'antidoto, in seguito..
Sospirò per la preoccupazione, sapendo di non conoscere le arti clericali e di cura, e pur non rimpiangendo l'ormai antica scelta di praticare la magia desiderò, in quel momento, poter possedere anche quella seconda conoscenza.
Si avviò quindi verso la camera in cui Khrysor riposava, e di nuovo le si strinse il cuore a vederlo combattere contro quel nemico invisibile, che gli agitava convulsamente le membra e gli rubava la lucidità.
Quindi, quando notò che l'attacco era terminato, sorrise appena e illuminando la stanza della tenue luce di una sfera, sussurrò sperando che egli l'udisse:
"Ti rimetterai".
Per poi chiudere nuovamente la porta, e darsi alla ricerca di un tomo che potesse chiarirle meglio cosa fare per ridonargli salute e lucidità. |
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