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Dovunque

 
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Autore Messaggio
Grivar





Avatar storico di Grivar


MessaggioAffisso: Mar 15 Giu, 2004    Oggetto del Messaggio: Dovunque


Nacqui presto.

Troppo presto per essere cio' che ero, almeno. Se fossi nato qualche anno piu' tardi, quando la schiavitu' venne abolita dal ducato, forse... Ma non ha senso recriminare cosi'. Non ora.

Negli anni in cui venni alla luce, la comunita' faceva fronte alla crisi economica piu' profonda che Sentiara avesse mai affrontato: i raccolti scarseggiavano, e le messi venivano decimate dalle muffe e dalle spore a causa dell'eccessiva piovosita' della stagione rigida. E quando infine le piogge cessarono, fu la volta dei monsoni, che ci rendevano materialmente impossibile lasciare le nostre abitazioni, piccole costruzioni a forma di cupola che si adagiavano sul fianco del monte dal cui nome il nostro villaggio aveva tratto il proprio.

Tutto questo, ovviamente, ebbe delle conseguenze...

Per la prima volta, gli Anziani del Consiglio si videro costretti a far fronte al problema piu' antico del mondo per qualsiasi razza, non solo gli arial: la fame. I granai erano vuoti, la cacciagione bastava a malapena a impedire a uomini, donne e bambini del villaggio di morire di fame. Non saremmo durati a lungo, in quello stato: se ne rendevano conto perfettamente. Il tempo della semina era ancora lontano, e i raccolti avrebbero messo tempo per crescere e dare frutti. Tempo che noi non avevamo.

Cosi', scelsero la strada meno desiderata, ma unica rimasta: scelsero di trattare con gli umani, "gli appiedati", come li avremmo chiamati noi bambini qualche anno piu' tardi. Per la prima volta nella storia di Sentiara, gli uomini piu' forti e robusti e le donne piu' abili partirono alla volta della grande citta' che distava pochi giorni di volo dal villaggio, per trattare un accordo di reciproca cooperazione con la razza umana: avrebbero lavorato per loro, per sostenere noi che rimanevamo al sicuro nei glivi, le antiche abitazioni a forma di cupola che si adagiavano pigramente sul fianco del monte in cui il mio popolo aveva sempre vissuto.

E l'accordo venne ragiunto: gli uomini del mio villaggio erano forti e abili, non ebbero difficolta' a farsi valere nel mondo dei deboli cugini umani, e le donne, aggraziate e incantevoli, furono assunte per lavorare nelle case di ricchi possidenti e feudatari, come ancelle, cortigiane, dame di compagnia. A quei tempi era un lusso avere una arial nella propria servitu': non esistevano schiavi arial, allora, eravamo liberi e non sopravvivevamo alla prigionia. Preferivamo toglierci la vita, piuttosto che vedere il cielo negato alla carezza delle nostre ali, piuttosto che perdere la liberta'... Dunque, avere un servitore arial era un lusso che ben pochi potevano ostentare.

...ma io ancora non sapevo nulla di tutto questo...

Poiche' mentre tutto questo accadeva, nel tredicesimo giorno del quinto mese di ventuno anni fa, io venivo alla luce tra le braccia di mia madre, ignaro della fame, ignaro del pericolo, ignaro d'ogni cosa che non fosse il dolce calore del grembo materno.

Fui battezzato Ellesil, "luminoso", nella lingua dei nostri padri. E mia madre mi raccontava spesso, prima di addormentarmi, che nel giorno del mio battesimo un raggio di luce squarcio' le nubi che opprimevano il cielo, posandosi sul sacerdote che mi aveva in braccio e su di me.

Cara madre... Ti fu risparmiato, madre mia, di vedere quanto falso si sarebbe rivelato quell'auspicio: e di questo ringrazio la Dea: se e' vero ch'essa ancora sorride al nostro popolo, questo e' il massimo tra i doni che ancora posso aspettarmi da Lei...

...e il rito venne officiato, in quel piovoso e cupo giorno in cui mi venne dato battesimo, sull'altare della Luce del Grande Tempio di Sentiara, Culla delle Nuvole...

E fu cosi' che venni al mondo.

E fu cosi' che inizio' tutto.

...nella tua pace, nel regno della luce, questo fratello, Divina Althea, sia con te...

Ripenso ora a quei primi anni, e scopro di non averne ricordo, eccetto che per due cose: il sorriso di mia madre, cosi' sereno e solare, cosi' particolare, mentre arricciava leggermente il naso e socchiudeva gli occhi, e le morbide labbra tinte di rosso si dischiudevano con dolcezza, arcuandosi e dandomi pace... Quello, e le sue lacrime.

...alla Dimora Celeste ti accompagnino gli angeli, e i martiri che nel nome della Dea perirono nella beatitudine dei sensi e nella purezza dell'anima ti accompagnino...

Urlava, e le sue urla erano lo strazio maggiore, per me, quel giorno. Sapevo che non avrei rivisto piu' casa mia. Sapevo che era un addio. Ma sarebbe stato tutto piu' facile, piu' tollerabile forse, se non l'avessi dovuta vedere ridotta in quello stato.

Nei quindici anni che erano seguiti, infatti, le cose erano cambiate profondamente all'interno della Comunita'. Ormai giacevamo sotto l'egemonia della citta' umana che ci aveva accolti e aiutati, i nostri fratelli ridotti schiavi inconsapevoli, il vecchio Consiglio manovrato come i burattinai manovrano le proprie marionette, con discrezione e perizia. Raggiunta l'eta' di quindici anni, i nostri bambini venivano presi e portati alla citta', dove i piu' robusti venivano istruiti nell'arte della spada e usati per ingrossare la Falange Cremisi, il nuovo battaglione dell'esercito degli umani, composto esclusivamente da rapidi e letali combattenti Arial, mentre i piu' gracilini e le donne venivano mandati a servire nelle case dei nobili, diventando spesso loro personali proprieta'. Pochi di noi rivedevano casa; Sentiara era diventato il loro pollaio, ci allevavano come galline, ormai.

E io ero li, quel giorno di cinque anni fa, con ai polsi i ceppi spessi e metallici, nel gruppo destinato a servire nelle case nobiliari degli umani, troppo gracile per essere ammesso alla Falange, troppo intontito per capire cio' che accadeva. Guardavo mia madre, le sue lacrime, quelle lacrime il cui ricordo mi avrebbe ossessionato cosi' tanto in futuro, e rimanevo immobile.

Immobile mentre cercavano di calmarla.

Immobile mentre snudavano i pugnali, minacciando di usarli se non avesse arretrato.

Immobile mentre il sangue le tingeva le vesti in grembo, e il suo corpo privo di vita precipitava dal basamento dove ci avevano raccolti in attesa della partenza.

La guardavo precipitare, morente, e non sapevo cosa fare. Ero raggelato, annichilito, non un solo mio muscolo si muoveva; la figura di mia madre si faceva sempre piu' piccola, e io ero li, ancora immobile nello stesso identico punto dov'ero stato fino a quel momento, con ancora la stessa identica espressione sul viso, mentre le risa degli uomini arrivavano come echi lontani e irrilevanti...

...accogli, o Madre di Luce, la tua fedele devota, che non è più visibilmente fra noi. Dona lei la pace dei Santi, o Madre, e luce di salvezza la illumini per sempre...

All'improvviso le risate degli uomini morirono nelle loro gole. Una figura era uscita dalla casa poco sopra di noi, un'imponente figura in armatura nera lucida e scintillante. Ai miei occhi, apparve bellissima e terribile: avanzava lentamente, a passo dolce e leggero nonostante la pesante armatura che la rivestiva. Sul pettorale della corazza, tinta da uno smalto di un acceso color corallo, spiccava una falce di luna calante, e lo stesso simbolo era riproposto piu' volte sull'intera armatura. Gli uomini indietreggiarono, impallidendo, quindi scattarono sull'attenti.

"Comandante... e' stato un incidente... la donna scalciava, non voleva lasciare il marmocchio... cosi'... per intimidirla... Abbiamo pensato che forse le daghe...", inizio' a biascicare il primo.

"Conoscevate gli ordini?", domando' una fredda voce metallica sotto il pesante elmo corvino, una voce troppo bassa e profonda per apparire umana, troppo carezzevole per apparire mortale. Rassomigliava al bacio d'una fiamma, pensai sul momento, bruciante e intenso, improvviso e feroce.

"...sissignore... si, signore... ma...", comincio' il primo.

"Quella schifosa mi ha morso!", squitti' il secondo con voce stridula, cercando di giustificarsi.

La figura in armatura nera arrivo' accanto a me, quindi abbasso' la testa, fissandomi negli occhi. La celata mi impediva di vedere alcunche' del viso della persona che mi stava dinnanzi; tutto cio' che vidi furono le sue labbra, poco nascoste dall'apertura sulla bocca. Labbra carnose, leggermente piu' rosse del normale colore che mi sarei aspettato. Labbra che sorridevano, leggermente dischiuse. Cosi' simili a quelle di...

"Non piangi, ragazzo?", mormoro' la figura, interrompendo i miei pensieri.

Credo di averla fissata con la bocca aperta, in silenzio. Troppo stupito per piangere. Troppo stupito per capire. Mi atterriva, mi atterriva e mi affascinava: tutto il male del mondo si concentrava nel suo essere, ai miei occhi. Era come se la stessa tenebra si fosse fatta carne per comparire al mio cospetto.

In silenzio, poso' una mano sull'elsa della spada al suo fianco, sfoderandola e porgendomela.

"...vuoi vendicarti?", chiese quindi. Fissai la spada, rapito, quindi la presi dalle sue mani, barcollando sotto a quel peso eccessivo, tentando quantomeno di tenerne ritta la punta e la lama. Invano.

Gli uomini ghignarono, e uno di loro si umetto' le labbra, rivolgendo alla figura in nero un sorriso complice. "E' giusto", esordi' quindi l'uomo, tenendo in mano la daga ancora insanguinata "il volatile deve avere la sua vendetta...". Quindi prese a muoversi verso di me, sogghignando con aria divertita.

Fu un attimo.

La figura accanto a me si mosse, sfilandomi la spada dalle mani: quindi, a passo veloce e deciso, punto' dritta sull'uomo davanti a noi, senza esitazione. Troppo stupito per capire, l'uomo sgrano' gli occhi, mormorando "...comandante?" proprio un attimo prima che la pesante lama si abbattesse su di lui.

La spada descrisse un arco perfetto nell'aria, scintillando e tingendosi del sangue dell'uomo: incontro' il suo collo e lo spacco', avanzando nel suo petto, affondando con ferocia, spezzando ossa e tranciando muscoli e tendini, e fuoriuscendo, infine, poco al di sopra dell'anca opposta, andando a schiantarsi sulle pietre della piazzola con il fragore del tuono.

Quindi la figura si volto', mentre le due meta' dell'assassino di mia madre cadevano riverse e scomposte sul terreno.

"Portate via quella schifezza", mormoro' quindi la figura in armatura, riponendo la spada ancora sporca di sangue nel fodero "e non vi venga mai piu' in mente di farmi assistere ad uno spettacolo del genere, o la prossima volta non lascero' sopravvissuti."

Lentamente, le sue mani corsero all'elmo, liberando le cinghie dalle chiusure borchiate; poi lo sollevo' sopra la testa, scuotendo lentamente il capo per far sciogliere i capelli. Una cascata di candidi capelli biondi, brillanti e lucenti come se ognuno d'essi avesse fatto proprio un minuscolo raggio della luce della Madre, ricadde sul pettorale e sugli spallacci dell'armatura. Due occhi gelidi, azzurri come l'acciaio, freddi e penetranti, si piantarono nei miei come pugnali. Il suo naso si arriccio' leggermente, e mentre quelle labbra carnose e sensuali si dischiudevano in un dolcissimo sorriso, non potei fare a meno di pensare a mia madre.

"Ancora non piangi", disse la donna venendomi davanti, e la sua voce era calda e sensuale come la carezza del vento in estate, e lambiva delicatamente il mio udito pur ferendolo nella sua carezzevolezza, come se dietro ogni parola si celasse la promessa d'un infinito piacere o d'un eguale tormento per coloro che si fossero abbandonati al suono di quelle labbra. Rimasi immobile, pietrificato.

"Come ti chiami?", continuo' lei.

Riuscii a mormorare un balbettante "...e... elle...sil...", quindi tornai a fissare quegli occhi profondi e glaciali, freddi come la lama d'un pugnale.

Lei scosse il capo, socchiudendo gli occhi. "un nome troppo gentile per cio' che sarai", mormoro' quindi. "Da oggi in poi, il tuo nome sara' Grivar", aggiunse, voltandosi.

"Levategli i ceppi, e fate in modo che arrivi al mio palazzo assolutamente illeso", disse quindi, rivolta agli uomini, che scattarono sull'attenti senza replicare.

"...lady Khazira...", inizio' uno dopo un attimo di imbarazzo. Ma lei non lo guardo' neppure: teneva gli occhi su di me, e sorrideva con aria sorniona, come se un pensiero le stesse pian piano prendendo forma nella mente. "...cosa... cosa dobbiamo dire al... beh... al conte, milady? Uno schiavo in meno, e un soldato morto..."

"...direte che e' stato un mio capriccio. Se non gli andasse bene, che venga pure a dirmelo in faccia.", rispose la donna, carezzando l'elsa della spada con la punta delle dita.

Il soldato non replico', inchinandosi e allontanandosi in fretta.

Non togliere dal libro della vita il nostro fratello, Madre Luminosa, ma degnati di pronunciare il suo nome presso gli Dei tuoi fratelli, e di dargli un posto vicino a te...

La mia vita stava cambiando, questo lo vedevo. Ma non avrei mai neppure lontanamente potuto immaginare la direzione che stava prendendo in quel momento, mentre l'uomo faceva scattare le serrature dei miei ceppi, liberandomi, e mi scortava a parte. Forse, se lo avessi saputo avrei scelto la morte. Ora, di sicuro, e' una scelta che non e' piu' in mio potere prendere. Ma ero li, libero e vivo, e solo ora iniziavo a capire quanto realmente fossi solo. Solo ora sentivo le lacrime premere contro i miei occhi, e udivo le urla di mia madre, e il loro lento e progressivo attutirsi mentre cadeva in braccio alla morte.

E le parole della donna che mi aveva vendicato e poi reclamato per se risuonavano ancora nella mia mente: "...troppo gentile per cio' che sarai...".

...e sciogli il tuo fedele da tutte le colpe che nella sua fragilità non ha saputo evitare...
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Grivar





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MessaggioAffisso: Mer 16 Giu, 2004    Oggetto del Messaggio:


[SECONDA PARTE]

Nei miei sogni la tengo ancora fra le braccia,
Angelo, amore, madre,
E nei miei sogni bacio le sue labbra,
amante, musa, figlia.

Lei mi diede la vita,
Io le diedi la morte,
Alla mia bella marchesa.

E sulla strada del Diavolo ci avviammo,
Insieme come due orfani.

E questa notte ode i miei inni
di re e regine e antiche verita'?
Di voti infranti e sofferenza?

Oppure e' avviata su un sentiero lontano,
Dove le rime e il canto non possono trovarla?

Ritorna a me, mia Gabrielle,
Mia bellissima marchesa.
Il castello e' in rovina in cima al colle,
Il villaggio e' sepolto nella neve,
Ma tu sei mia per sempre.

(Anne Rice)


...a volte, quando la notte lascia il posto al giorno, nell'incanto dell'alba, mi sento ancora una volta libero. Non sempre, badate: e' un incanto difficile, quello di cui necessita questa malia. Quando le stelle piu' forti e indomite ancora brillano nel cielo ambrato, tinto dai raggi dell'albero divino che si risveglia a nuova vita, e le nuvole si infiammano d'arancio, sfumandosi in oro... e Marhis tramonta, per far spazio al giorno... Accade, ogni tanto, che l'intera Therial taccia. Riconoscereste questo momento, se aveste occhi per guardare: il vento cessa di soffiare, bloccandosi improvvisamente in un rispettoso silenzio, e gli uccelli appena usciti dal nido tacciono, forse ammirando la maestosita' dell'incendio che infiamma i cieli... Ed e' allora, in questa pace effimera e fragile, che dispiego le ali e mi abbandono al cielo, tuffandomi in quel mare di fuoco liquido che sfiora le mie piume e lambisce il mio volto, donandomi per pochi istanti l'illusione di essere libero...

...ma e' una malia destinata a esaurirsi in fretta, nettare troppo squisito per poter durare piu' d'una mescita; e Kyra si risveglia, e il vento torna a cantare l'avvento del nuovo giorno.

E io torno ad essere cio' che sono... Morte nell'Ombra.

Ma piano, calma... Di tutto questo ancora non sapevo nulla, in quel giorno di sei anni fa in cui mi portarono alle stanze di Khazira, la feroce, splendida Khazira, la donna a cui dovevo la vita. Mi trattavano con la massima cura, facendo attenzione a che nulla mi nuocesse o agitasse: e niente mi agitava piu' della loro preoccupazione nei riguardi della mia salute.

Temevano quella donna, glielo leggevo negli occhi: quando parlavano di lei, il suo nome era pronunciato tra sussurri, e occhiate nervose saettavano verso gli angoli in ombra. Venni a sapere molto su di lei, in quel tragitto durato appena due giorni: avevano bisogno di parlare, di esorcizzare le loro paure raccontandole, ed era ovvio che mi davano per spacciato, qualsiasi cosa avesse in mente per me il comandante. Si diceva che nessuno l'avesse mai vista mangiare, ne' bere; ma che spesso uscisse, nel cuore della notte, coperta soltanto da un mantello e indossando l'armatura con cui l'avevo vista. E quando questo accadeva, l'indomani veniva trovato sempre un cadavere, forse un bambino, forse una giovinetta; ma chiunque fosse, nel suo corpo non scorreva piu' una sola goccia di sangue, e la pelle si adagiava floscia sugli zigomi sporgenti ed emanciati, e le mani scheletriche rivelavano ossa e tendini, come se il malcapitato fosse stato dissanguato violentemente e velocemente.

Dal canto mio, quelle storie che sembravano atterrire tanto quei soldati erano poco piu' che favole. Avevo visto la donna. Le avevo toccato la mano, quando mi aveva dato la sua spada. Avevo visto i suoi occhi, quegli stupendi occhi color ghiaccio che ancora ricordavo vivamente, come se si fossero impressi a fuoco nella mia memoria... Ed era umana, oh, si, di questo ero certo. Era umana, splendida ma umana, terribile ma umana, spietata ma umana...

All'alba del terzo giorno di viaggio, vedemmo in lontananza le mura della citta' umana, con le piccole case al loro interno, i campi coltivati sul fianco orientale della citta', immense distese di risaie, campi di grano... Ma la nostra meta era un'altra, e tagliammo ad ovest, costeggiando la citta' ma allontanandoci da essa di qualche miglio, fin quando non giungemmo in vista d'una roccaforte, abbarbicata sul fianco d'un monte, da cui si dominava l'intera valle. Due arial coperti da un'armatura di scaglie rosse e acuminate discesero da una torretta di guardia, confabulando per qualche secondo con gli uomini. Uno dei due mi fissava, scuotendo il capo con aria irritata; ma non mi importava, assistevo alla scena con la medesima aria piatta che mi aveva accompagnato nell'intero viaggio.

Povero, innocente Ellesil... Solo ora comprendo, ed ora e' tardi, tardi affinche' con la comprensione giunga il rimedio. Una parte di me mori' quel giorno a Sentiara, trascinata da fili invisibili nel baratro che inghiotti' l'arial che mi diede alla luce. Una parte di me sanguino' con lei, quando l'affondo dell'umano fece penetrare la corta daga assassina nel suo addome. E una parte di me, la piu' importante forse, mori' quando la spada del demone dagli occhi di cielo e dalle labbra di corallo che mi aveva stregato spacco' in due l'assassino di mia madre, vendicandomi e lasciando ch'io assaporassi il dolce, dolcissimo veleno che e' la vendetta. Veleno, tanto piu' veleno per chi non sa farsela da se; perche' divampa nelle vene, nera mistura d'odio, e lascia salire alle labbra un amaro sapore di bile a guastare il dolce suo aroma: non ero stato capace di vendicare mia madre. L'assassino era morto, ma io non avevo desiderato ucciderlo: avevo desiderato che morisse, ma non avrei mai potuto ne' voluto ucciderlo.

Ero un codardo.

Questi pensieri mi ossessionavano, e continuavano a ossessionarmi mentre i due arial mi legavano i polsi, ingiungendomi di seguirli senza tentare scherzi. Per la prima volta dopo tre giorni, le mie ali fendettero nuovamente il cielo e salutarono la brezza del mattino: ma in catene, da prigioniero, per la prima volta in vita mia.

Mi venne destinato un alloggio, e dopo poco arrivo' un fabbro, che con perizia mi chiuse un polso in un bracciale spesso e voluminoso, ma sufficientemente leggero da non darmi ingombro. Mi fu spiegato che il bracciale era stato incantato per rispondere all'armatura di lady Khazira: se mi fossi allontanato da lei per oltre mille passi, avrebbe iniziato a irradiare scariche elettriche nel mio corpo, aumentando d'intensita' ad ogni passo, fino a uccidermi. Ma avrei sofferto molto, prima che la morte mi avesse colto: forse sarei svenuto, e allora, quando mi avessero ritrovato, sarebbe stato mille volte peggio...

Fu cosi' che divenni il servitore personale di Khazira.

Spesso andavamo a caccia, e io la seguivo in volo, mentre cavalcava in silenzio, assorta in altri pensieri. Altre volte, molto piu' di frequente a dir la verita', controllavamo l'addestramento delle reclute, e rimanevamo ore ed ore a fissare gli allenamenti con cui i giovani arial della Falange venivano indottrinati nell'arte della morte. Arti marziali, sciabola, picca, lancia, arco, pugnale: ogni sorta di maestro, nella sua specialita', veniva a istruire gli arial del battaglione, nell'addestramento d'un corpo speciale per conseguire il quale non veniva evidentemente badato a spese. E io osservavo, in silenzio, chiuso nel mio freddo e apatico mutismo, ridotto a poco piu' d'un guscio vuoto.

La sera, prima di addormentarsi, Khazira pretendeva che fossi io, e non le ancelle, a spogliarla dell'armatura e aiutarla a cambiarsi per la notte. Lentamente, toglieva i singoli pezzi della pesante corazza nera, adagiandoli su uno scranno appositamente costruito, senza consentirmi di toccarli: li guardava, carezzandoli con gli occhi e rimirandone estatica la perfezione, quindi si voltava e sedeva davanti allo specchio, in silenzio, e quello era il segnale.

Allora, dopo un'intera giornata di mutismo, io e lei parlavamo. Le scioglievo i capelli, che spesso, per comodita', portava legati in una lunga treccia sulle spalle, e iniziavo a districarne i nodi con pazienza, con un piccolo pettine a maglie larghe, in legno. E mentre le sfregavo la pelle del viso con olii profumanti, e le massaggiavo i muscoli indolenziti e stanchi, lei iniziava a parlarmi.

Talvolta mi raccontava di battaglie a cui aveva preso parte. Altre ancora, mi parlava della Falange, e di cosa ne avrebbe fatto. Talvolta invece si divertiva a raccontarmi degli intrighi di corte cui faceva parte, dei sospetti del Duca, e di come avrebbe rovesciato il regno con facilita' qualora la Falange fosse stata pronta. Erano addestrati a obbedirle, ed erano letali combattenti: in piu', tutte le strategie d'assedio e di difesa conosciute all'epoca si basavano su macchine statiche e accerchiamenti, ma non c'erano strategie valide contro eserciti volanti che potevano passare al di sopra delle mura, rendendo vane le fortificazioni, calando di notte sul nemico, quando gli arcieri erano pressoche' inutili a causa dell'oscurita'... E i suoi occhi brillavano di esaltazione, nel descrivere la presa della citta', e il Consiglio passato a fil di spada, e il primo passo nella sua "vendetta", di cui non parlava mai neppure in quei momenti.

E io seguitavo a lisciarle i capelli, lentamente, annuendo qualora fosse richiesto, ascoltando in silenzio per lo piu', e amandola. D'un amore ch mi cresceva dentro come un incendio, selvaggio e doloroso. D'un amore che mi rifiutavo di confessare persino a me stesso.

...poi, una sera, mentre entravo nella sua camera da letto con le ampolle di olii profumati in mano, sentii un rumore dietro la porta.

Una voce sommessa, sottile e sibilante, che scivolava nelle mie orecchie come un serpente velenoso, carezzevole e infida, sussurrando "...la uccideranno, Ellesil.. La uccideranno, Grivar... sta gia' succedendo... e tu cosa farai allora, principino capriccioso di promesse infrante? ...piangerai? ...la vendicherai?"

Le ampolle mi sfuggirono di mano, mentre sobbalzavo con il cuore in gola. D'istinto, mi portai le mani alle orecchie, tremando, cercando di proteggermi da quell'empia voce che ancora tornava a risuonare dentro di me.

"...si... sei un principino di promesse infrante, Ellesil... Grivar... Hai voltato le spalle al tuo popolo e al tuo dolore, e tutto questo semplicemente per avere lei... Ma lei morra', ora... i pugnali gia' si snudano tra le ombre della stanza... La calligine soporifera che l'ha addormentata s'e' tosto dissipata... e gli assassini sogghignano mentre le vengono accanto, chiedendosi se non possano prima avere il suo corpo, piuttosto che la sua vita... E io giaccio qui, impotente... Cosa farai, principino di sangue lordo e dal sangue mondato? Lascerai che questa nuova madre e amore ti vengano strappati?"

Gli uomini erano nella stanza, attorno al letto. Tre, in tutto. Le daghe in mano, i volti anneriti, le nere vesti aderenti che li rendevano cosi' simili alle ombre che danzavano loro intorno al crepitare delle fiamme delle candele.

Si voltarono, e in silenzio si scagliarono su di me, e sentii un fuoco bruciare alla bocca del mio stomaco: un fuoco terribile e predatore, un fuoco dilaniante... Il fuoco della paura.

La nera armatura sullo scranno emise una debole nota tintinnante, e questa fu l'ultima cosa che ricordai.

Quando mi ripresi, gli uomini giacevano attorno a me, esanimi.

No, non esanimi... I loro occhi erano dilatati, nell'inconfondibile sguardo di chi abbraccia la morte. Le loro gole erano livide, e un'ecchimosi violacea e sottile correva loro intorno ai colli, circondandoli, mentre le teste, innaturalmente girate su un fianco, fissavano le mura della stanza. Barcollai, preda d'un forte mal di testa, frammisto a un senso di nausea. Khazira era seduta li, sul letto, che mi fissava negli occhi con aria compiaciuta e sorniona. Quindi si alzo', sollevandomi di peso e prendendomi in braccio. Le sue braccia sottili mi sorreggevano con facilita' innaturale, i suoi occhi azzurri bruciavano nei miei come l'acido corrode il ferro. Tentai di ribellarmi, di dire che potevo camminare, ma fu inutile: troppo stremato anche solo per parlare, potei solo gemere, e lei ignoro' le mie proteste.

Camminando a passo lento e silenzioso, mi porto' nella mia camera, fece girare il chiavistello nella porta e mi depose sul letto.

"...uccideresti per me, mio piccolo arial dalle ali d'argento?", mormoro' la sua voce dolce e carezzevole, mentre avvicinava il viso al mio, e le sue labbra morbide e turgide marcavano ogni parola tingendola d'estasi.

"...ucciderai ancora per me, mio amato?", sussurro' nel mio orecchio con delicatezzza. Poi le sue labbra furono sulle mie, premendo selvaggiamente. Il suo bacio era furioso, e come una tigre che balza sulla preda ne dilania le carni con gli artigli, cosi' le sue labbra dilaniavano la mia anima ormai spezzata. E tutti i sentimenti che non avevo mai rivelato a me stesso confluirono in quel tocco estatico e morbido di quelle labbra a lungo desiderate.

"...s...si...", mormorai quindi, sforzandomi di fami udire e chiudendo gli occhi. "...darei... darei l'anima... per te... Khazira..."

Sorrise, sollevando il busto e fissandomi negli occhi con un lampo di trionfo in viso.

"...l'hai gia' fatto...", sussurro' quindi, mentre lasciava cadere le vesti accanto al letto, e tornava a stendersi su di me, avvolgendomi del suo calore.

Quella notte, per la prima volta, io e Khazira diventammo amanti.

...e sciogli il tuo fedele da tutte le colpe che nella sua fragilità non ha saputo evitare...

Ma fu solo dopo diversi giorni, quando infine la mente mi si schiari' e tornai a ragionare con calma, che capii veramente cosa poteva essere successo quella notte, e quale fosse il reale peso del cambiamento avvenuto.

...e sciogli il tuo fedele da tutte le colpe che nella sua fragilità non ha saputo evitare...

Quella era la notte in cui Ellesil era morto completamente, e in cui Grivar, l'assassino, aveva mietuto le sue prime vittime.

...e sciogli il tuo fedele da tutte le colpe che nella sua fragilità non ha saputo evitare...

...per lei...

Per amore dell'empio angelo che m'aveva dato la vita, io avevo dato la morte...

...nella tua pace, nel regno della luce, questo fratello, Divina Althea, sia con te...

[CONTINUA]
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Grivar





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MessaggioAffisso: Gio 17 Giu, 2004    Oggetto del Messaggio:


[TERZA PARTE (finale)]


Khazira


Troppo importante per chiunque incroci i tuoi passi,
Reciti apparendo tutto cio che vorresti essere:
Tessi trame dorate, di cappi argentei
cui gli altri estatici e ignari vanno incontro.
Ma io... Io so chi sei realmente:
Io conosco le lacrime che ti rigano il viso
Quando la solitudine t'avvolge,
manto leggero e fardello opprimente insieme.

Dove andrai, mio angelo,
Se non rimarra' nessuno a salvarti da te stessa?
La carezza delle mie ali t'avvolge amandoti, ora,
Ma sono le urla dei tuoi morti che ti tormentano, lo so.
Non potrai fuggire... Le tue candide ali
Sono pesanti del sangue che le monda della loro sacralita'.

Pensi ch'io non possa leggere nei tuoi occhi,
Atterrito al pensiero di affrontare la realta'?
Le mie carezze sono nido su cui lascio si poggi la tua anima
Le mie labbra sono giudice e condannato insieme
Entrambi ridotti al silenzio dalla tua malia.
E credi che nessuno oda i tuoi silenti pianti
Lasciandoti sola ad affrontare te stessa...

Ma dove andrai, mio demone,
Se non rimarra' nessuno a salvarti da te stessa?
Le fiamme ti scorrono nel sangue,
al fuoco dell'abisso non e' permesso dilaniare le tue carni:
Ma e' il canto degli angeli a straziare il tuo cuore, ora.
Non potrai fuggire la realta'.

E stanco giaccio sul monte della tua femminilita' infranta e desiderata,
Amante, madre, musa e carnefice:
Stanco di parlare con parole che nessuno comprende,
Al tuo abbraccio venefico mi arrendo, possedendoti e abbandonandomi a te....
E so che la tua vita scorrerebbe uguale senza di me:
Io odo anche solo un tuo sussurro,
Ma tu rimani sorda alle mie urla...



I ricordi cominciarono ad affiorare solo dopo qualche giorno. I chierici vennero a visitarmi, a causa delle febbri e del delirio cui ero caduto in seguito a quelle notti: dissero che c'era qualcosa di strano nella mia malattia, ma non riuscivano a capire cosa. Talvolta deliravo, parlavo di zanne d'acciaio che si nutrivano di anime e sogni, di colui-che-dorme-nell'odio, e mi alzavo urlando dal letto, abbracciando Khazira e delirando ancora, chiedendole di disfarsi dell'armatura, farla fondere e disperderne il metallo nel grembo della terra, laddove nessun minatore l'avrebbe mai potuto estrarre.

Khazira non replicava, ne' mi abbracciava a sua volta: lasciava che le crisi isteriche andassero via cosi' com'erano venute, passando la notte accanto al mio capezzale, poiche' era di notte che sovente le febbri si scatenavano con maggiore ferocia. Mi porgeva la coppa che conteneva la mistura di polveri che mi avrebbero, a detta loro, fatto guarire piu' velocemente, e lasciava ch'io bevessi il liquido color rubino che vi era contenuto, dal sapore salato e squisito. Poi, quando la mistura faceva il suo effetto, lasciandomi preda d'un sublime stordimento ch'era per me l'estasi e la pace dei sensi insieme, lasciava che le sue vesti ricadessero ai suoi piedi, scivolando su di me, leggera e dolce come la morte stessa non saprebbe essere, e mi prendeva.

E per me non esisteva altro mondo all'infuori delle sei mura della stanza in cui ero chiuso, della prigione dorata cui la malattia mi costringeva: non c'erano miglioramenti, i chierici erano esterrefatti, ma Khazira rispondeva con una scrollata di spalle e un sorriso inquietante, fin quando un giorno non ne pote' piu' delle loro richieste di trasferirmi presso uno dei grandi Templi e li mando' via tutti, rimanendo lei sola ad accudirmi.

Ero felice.
Prigioniero ma felice, avvolto nel delicato nettare che il mio angelo mesceva per me, intorpidendo i miei sensi e stordendo il mio essere. E non capivo, non capivo cosa mi stesse succedendo, non capivo cosa fosse successo, ma non mi importava di capire, in fondo...

E poi, un giorno, mentre l'alba iniziava ad affacciarsi dalla finestra dischiusa della mia camera, ebbi il sogno.

Non sono ancora certo che fosse realmente un sogno: ricordo il corpo di Khazira, la sua pelle morbida e profumata sul mio petto, i suoi capelli lisci e splendenti sui miei fianchi, come una cascata dorata che m'avvolgeva la vita. Ricordo le sue labbra, turgide e invitanti, dischiuse nella pace d'un sonno ristoratore. E ricordo la voce, distinta e profonda, triste e lontana, che dal nulla cominciava a narrare...

Era il silenzio... non c'era nulla... non si sentiva nulla... un qualcosa di informe e velato avvolgeva due scintille di pensiero, la cui luce illuminava il vuoto, con una luce soffusa e calda.
Tali scintille avevano un nome: Dheadis, che rappresentava tutti i pensieri positivi, e Deothium, che equilibrava l'universo, quelli negativi.

Si amavano e si odiavano, ma la loro convivenza era serena e permetteva al Limbo, su cui regnavano, di essere assolutamente vuoto... privo di ogni cosa...


Urlai, mentre la voce saliva man mano che narrava, tuonando dentro di me e ferendomi: portai una mano alle orecchie, accucciandomi su me stesso nell'istintivo gesto di proteggermi, ma la voce impietosa continuo', rombando, mentre un rivolo di sangue colava tra le mie dita, fuoriuscendo dai miei padiglioni auricolari.

E mi narro' della Creazione, di come l'entita' chiamata Deothium riusci' un giorno a sopraffare la sua nemesi, Dheadis; e di come questa, battuta ma non sconfitta, si scisse in piu' parti, incarnando piccoli istanti del proprio luminoso pensiero in esseri spirituali, ognuno dei quali poteva essere più potente dell'altro...

E mentre piangevo, la voce continuo' a narrare, senza mai fermarsi, fin quando l'intero mito della Creazione, che solo in parte avevo udito prima d'ora, non divenne a me noto.

...e continuo' a narrare...

...fu quando gli artigli del Nero Padre Mobius colpirono la Custode del Sole, Althea la Dolce, che io ebbi modo di nascere. L'essenza della Divina Custode fuoriusci' dalla ferita come sangue, ricadendo sugli artigli del Nero Sire; e fu grazie alla forza donatagli da quel sangue divino di cui s'affretto' a nutrirsi, che pote' resistere allo strazio e al tormento mentre avvolgeva il sole nel suo mantello, rapendolo e gettando le Lande nella notte piu' profonda che mai avrebbero conosciuto.

Ma alcune gocce di quell'elisir divino caddero dalle fauci del Signore della Notte mentre questi se ne cibava, e piovvero sul mondo come rugiada. Dall'unione dei due minuscoli frammenti d'essenza divina che in esse si mescolarono, nacque un nuovo essere, formato di puro spirito: un immortale, debole e destinato a scomparire presto, a causa dell'insufficiente forza profusa nella casuale e incognita creazione.


La stanza era ormai scomparsa, ai miei occhi. Davanti a me non c'era piu' il letto ne' le coltri che mi tenevano al caldo, ne' l'abbraccio morbido di Khazira, che ora mi stava dinnanzi, ferma e celata dall'oscurita' dominante e assoluta nella quale il mondo cessava d'essere attorno a noi. I suoi occhi erano fissi e sbarrati, e ne distinguevo a malapena viso e capelli, come un volto fluttuante e incorporeo inghiottito dalla tenebra.

E la voce continuava a narrare...

...ma sopravvissi... Sopravvissi nel piu' ovvio dei modi: sopravvissi incarnandomi. In un debole uomo, dapprima. Poi in un secondo. E in un altro ancora: passavo di corpo in corpo, recuperando le forze, nutrendomi di anime per sostentarmi. Ma non bastava. Ogni nuova morte mi toglieva energia, e ogni nuova possessione mi sfibrava. Riuscivo a malapena a sopravvivere... Cosi', decisi di cambiare. Il tempo e la costanza del mio ospite, l'immortalita' e la sicurezza che non sarebbe mai scomparso come facevano quei ributtanti mortali in cui profondevo la mia essenza, mi avrebbero permesso di raccogliere le forze. E mi incarnai ancora, per l'ultima volta... Non in un essere vivente... Ma bensi'...

Il volto di Khazira si contrasse in un tenue sorriso di trionfo, i suoi occhi ancora vacui e distanti, mentre attorno al suo corpo compariva l'inquietante armatura nera che le avevo visto sempre indosso, fin dal primo nostro incontro. Nella tenebra che ci avvolgeva, il nero metallo lucente risplendeva d'un intenso color rubino, sanguigno ed inquietante. Non riuscivo a smettere di tremare; ero atterrito e affascinato al contempo.

...mi devi la vita, Ellesil... Mi devi l'anima... Se io non ti avessi preso, quel giorno... Se non ti avessi posseduto per un istante... Tu e la tua amata mortale sareste morti entrambi, piccolo Ellesil...

"...cosa...vuoi da me?", balbettai

...voglio ANIME... il mio risveglio e' ancora lontano... il torpore della debolezza mi attanaglia come una morsa, e questa donna da sola non basta a procurarmi la linfa vitale di cui mi nutro... Dunque, anche tu mi servirai... Ho profuso dentro di te una scintilla del mio essere: questo ti ha reso potente, molto piu' forte dell'inutile e vergognoso esserino che eri. Tramite quella scintilla, ogni morte da voi profusa, miei figli, nutrira' il mio essere e mi rinforzera', fino al giorno in cui non avro' piu' bisogno di voi, e potro' ascendere al posto che e' mio di diritto dalla notte dei tempi... Ma ci vorranno millenni, e voi non siete che una goccia nel mare... Ma ugualmente mi servirete, perche' cosi' vi comando. E voi mi ubbidirete.

Non c'era minaccia nella voce, mentre pronunciava quelle parole. Non c'era rabbia, non c'era ferocia, non c'era nulla che potesse darle un connotato umano. Era come se un enorme globo di tenebra ci avesse inghiottiti: e ora la tenebra permeava ogni fibra del nostro essere, e in essa eravamo annullati, parte del tutto e ma al contempo niente.

Era al di la della mia comprensione, era al di la della comprensione di qualunque mortale: non so, ad oggi, se feci cio' che feci costretto dai poteri di quell'essenza ultraterrena, o per puro terrore: fatto sta che chinai il capo, tremando e piangendo, e annuii, chiudendo gli occhi e sottomettendomi a quella volonta' aliena e immensa.

E il sogno svani', e mi ritrovai nel mio letto, con Khazira tra le mie braccia, ancora addormentata. E avrei tratto allora un sospiro di sollievo, cercando di illudere me stesso di aver sognato tutto, se la voce non avesse sussurrato un'ultima volta prima di scomparire definitivamente.

Uccidi per lei. Uccidi per me. Uccidi per qualunque cosa o motivo la tua coscienza ti lasci farlo. Ma uccidi, Ellesil: non c'e' altro che tu possa fare, ormai mi appartieni...

Rabbrividii violentemente, piangendo calde lacrime e tremando a causa delle folli risate che squassavano il mio petto, sopraffatto dalla follia del momento: la febbre era svanita, e mi sentivo insolitamente forte, cosi' forte che avrei potuto uccidere un uomo a mani nude, pensai tra me e me... E risi, e piansi, e ancora scoppiai a ridere, mentre le lacrime che scivolavano nella mia bocca si mischiavano alla mia saliva. Scagliai con ira il boccale sul comodino accanto al mio letto, mandandolo a infrangersi contro la parete: e vidi una fiammata di fuoco inanturale e azzurrino scaturire dalla mano con cui avevo scagliato il boccale, che venne centrato in aria e dissolto dalle fiamme infernali.

"...cosa sono diventato?", mormorai in lacrime, fissando la mia mano con orrore. E solo allora mi accorsi che Khazira, adesso sveglia, mi sedeva dinnanzi, fissandomi negli occhi con aria fredda e calma. Le sue labbra erano li, morbide e sensuali, fredde e piatte. La sottile veste metteva in risalto il suo corpo formoso e splendido, desiderabile come non mai nella liquida e calda luce del mattino nascente.

La afferrai con forza, con una forza che mai prima d'ora avevo avuto, e la presi con violenza, mentre le sue labbra si dischiudevano in un sorriso compiaciuto.

"...ucciderai... per me... mio angelo dalle ali... d'argento? Mi donerai... la tua... anima?", mi sussurrava nell'orecchio incessantemente, senza cercare in alcun modo di fermarmi.

"...l'ho gia' fatto...", sussurrai io, inghiottendo le lacrime e perdendomi nell'esasi del suo abbraccio.

La nera armatura ci fissava freddamente, composta sulla sedia che dava sulla finestra. E mentre i tenui raggi dell'Albero della Vita ne baciavano la superficie liscia e levigata, per un attimo immaginai di vederla sogghignare soddisfatta.

I demoni cavalcano le tenebre con ali di sangue e artigli di morte.

La morte viaggia veloce e infida sulle ali di creature la cui essenza travalica la capacita' di discernere la follia dal reale.

E in quell'alba immota e innaturale, in quel letto spoglio e in quell'abbraccio caldo, mi arrendevo a loro, a quelle forze oscure e temute, rinascendo definitivamente a nuova vita: una vita che non avevo mai desiderato, ma che non potevo piu', ormai, rifiutare.

Nella tua pace, nel regno della luce, questo fratello, Divina Althea, sia con te.

Alla Dimora Celeste lo accompagnino gli angeli, e i martiri che nel nome della Dea perirono nella beatitudine dei sensi e nella purezza dell'anima lo accompagnino.

Accogli, o Madre di Luce, il tuo fedele devoto, che non è più visibilmente fra noi. Dona lui la pace dei Santi, o Madre, e luce di salvezza lo illumini per sempre.

Non togliere dal libro della vita il nostro fratello, Madre Luminosa, ma degnati di pronunciare il suo nome presso gli Dei tuoi fratelli, e di dargli un posto vicino a te.

E sciogli il tuo fedele da tutte le colpe che nella sua fragilità non ha saputo evitare...
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