[[ARCHIVE_OPEN_B]]Un passo.[[ARCHIVE_CLOSE_B]] Il sentiero si snoda ai suoi piedi, serpeggiando. Sembra battuto di frequente, e' liscio e privo di sassi nonostante l'evidente incuria: ai bordi i rovi crescono fitti, e laddove more e bacche grasse dovrebbero pendere cariche, baccelli marcescenti di un malsano colore giallognolo fanno mostra di se. La terra di cui il sentiero e' composto e' scura, grigia, cinerea. E' come se ogni passo assorba un pezzo dell'animo di chi lo percorre, svuotandolo d'ogni gioia. [[ARCHIVE_OPEN_B]]Ancora un passo.[[ARCHIVE_CLOSE_B]] Un fitto velo di nebbia copre i dintorni: a malapena riusce a scorgere il sentiero ad un paio di metri davanti a se. E' come un muro compatto e pallido, dietro cui il mondo si nasconde. E mentre rabbrividisce, si dice che forse non e' del tutto un male, se quel mondo si mantiene celato ai suoi occhi. [[ARCHIVE_OPEN_B]]Ancora, e ancora. Un passo, un altro... Ancora.[[ARCHIVE_CLOSE_B]] Piu' volte si e' chiesto come sia arrivato in quel posto: non ne ha ricordo. Quando volge lo sguardo dietro di se, non vede altro che il fitto muro di rovi sovrastarlo, impenetrabile. I rovi sembrano seguirlo, strisciare dietro di lui in silenzio e fissarlo con malevola empieta': cosi', ogni volta che si volta, il muro di rovi butterati di giallo e' sempre li, sempre alla medesima distanza. Senza fretta ma senza pieta', lo invita a proseguire - lo costringe. [[ARCHIVE_OPEN_B]]Il cuore inizia a battere piu' forte. I passi sono piu' veloci. Un altro passo, un altro, un altro, un altro, un altro, un altro.[[ARCHIVE_CLOSE_B]] Occhi rossi, occhi minacciosi. Occhi emersi dal muro di nebbia lo fissano con bramosia. Occhi empi, carichi di tutto l'odio del mondo: occhi che nascondono dentro di se il desiderio di sangue, del suo sangue. Occhi che non mostrano altro che il loro carminio barluginare, che celano zanne ed artigli, scaglie e lingue. Occhi, solo occhi visibili nel muro grigio e calliginoso: solo occhi ad osservarlo, mentre i passi si trasformano in corsa, corsa disperata mentre il cuore martella nel petto. [[ARCHIVE_OPEN_I]]Un passo un passo un passo un passo un passo un passo un passo un passo unpassounpassounpassounpasso... Scappa![[ARCHIVE_CLOSE_I]] Scappa, ma e' tardi. I rovi strisciano e si chiudono davanti all'elfo dagli occhi viola e dai capelli d'argento: la nebbia non c'e' piu', il muro e' calato, sostituito ora da un muro di rovi che strisciano e serpeggiano. Qua e la, sopra i rovi, creature antropomorfe dal corpo di nebbia lo fissano avidamente, gli occhi infiammati di un rosso sanguigno. Le dita adunche hanno artigli che da troppo tempo sembrano bramare la carne e il sangue, e le bocche invisibili celano fame a lungo repressa. Oggi il cibo e' arrivato. Oggi il cibo sta loro dinnanzi, e li fissa con terrore. In silenzio, lentamente, come se godessero d'ogni istante di paura che vedono riflessa in quelle pozze dilatate di colore viola, scivolando sui rovi serpeggianti, si avvicinano alla vittima. Lui si copre il volto con le mani, si guarda attorno atterrito. Ansima, suda freddo e tutto il suo corpo e' scosso da tremore: eppure lo sa, vede che non c'e' uscita. Non sa dove si trova, non ricorda come c'e' arrivato, ma sa che non ne uscira' mai piu'. Il primo artiglio di fumosa nebbia si protende, mentre la creatura silente tenta di ghermire la preda. Si scansa, la evita: e' tutto inutile. Non e' che un gioco, e lui lo sa, come lo sanno le creature. Non c'e' via di fuga, non c'e' scampo, mentre i rovi si stringono e le creature incombono trionfanti. Poi tenta di urlare, mentre i primi artigli trapassano le sue carni: il sangue sprizza dalle vene recise e dalla carne martoriata, ma l'urlo non esce dalla sua gola, il fiato non abbandona i suoi polmoni. E ancora, gli artigli calano. E ancora, tenta di urlare e urlare, per scoprire ancora una volta che non c'e' suono in quel mondo di nebbia e spine, di sangue e orrore. Gli occhi si chiudono, il corpo si accascia. Mentre il torpore gia' pervade le sue membra, dietro le palpebre abbassate ha come l'impressione di un improvviso lampo dorato accanto a se: poi e' il nulla, l'oblio, e sviene - o forse e' la morte? E' la fine.