[[ARCHIVE_OPEN_B]]Prologo[[ARCHIVE_CLOSE_B]] Termino' di salire la rampa di scale in silenzio, ben conscio dell'ora tarda e deciso a non recare disturbo a quanti gia' dormissero all'interno del tempio. In tanti anni di fedele servizio, Zacharias aveva sempre dedicato tutto se stesso al proprio compito: aveva iniziato come semplice sguattero, ma pian piano le sue doti erano emerse, e si era messo in luce piu' volte per i suoi meriti al servizio della Cittadella. Nel grande Tempio-citta' di Ofcol, il giovane Zacharias aveva imparato a leggere e scrivere, a fare di conto. Aveva imparato poi l'etichetta, le regole del vivere civile. Era presto uscito dalle cucine in cui aveva inizialmente lavorato, e dopo un periodo di apprendistato di soli quattro anni, aveva iniziato a lavorare come maggiordomo nella parte riservata agli alloggi del Tempio. Non aveva mai dimenticato il giorno in cui, ancora ragazzino, aveva bussato alle porte del Tempio-citta': infreddolito, affamato, aveva ignorato tutte le dicerie che giravano nei bassifondi in cui era nato riguardo alla Cittadella. Era spinto dalle fitte della fame e dai morsi del freddo inverno, e aveva cosi' trovato il coraggio di chiedere la carita' al tempio dorato. Gli era stata rifiutata, ma gli era stato offerto un lavoro, un posto dove vivere. Gli era stata data l'opportunita' di una vita civile, e lui l'aveva sfruttata al massimo. Adesso, a quasi sessant'anni, ancora maggiordomo all'interno dell'Ala Ovest della Cittadella, si sentiva in pace con se stesso, e si riteneva fortunato. Camminando a passi silenziosi e veloci, il vecchio raggiunse la terza porta del corridoio, poco oltre le scale: quindi, dopo aver controllato per scrupolo che niente di cio' che aveva sul vassoio si fosse accidentalmente rovesciato, busso' con delicatezza alla porta. Due colpi, leggeri e discreti ma facilmente udibili nel silenzio notturno della Cittadella. "Avanti." L'anziano maggiordomo poggio' la mano sulla porta, spingendola leggermente: come di consueto, essa si rivelo' essere semplicemente socchiusa, e si apri' verso l'interno senza emettere rumore. La piccola camera era ordinata e spartana: in un angolo giaceva un bacile di bronzo, sostenuto da un treppiede di semplice ferro. Una finestra priva di tende si apriva sulla parete opposta alla porta: di giorno essa permetteva di lasciar spaziare lo sguardo sui giardini interni del chiostro, ma ora, in piena notte, era come avvolta da un pesante sudario nero. Un letto si trovava al centro della stanza, un giaciglio composto da semplici assi in legno e da un materasso imbottito di paglia. Ai piedi del letto, un baule di legno con rinforzi di ferro era a disposizione dell'occupante della piccola camera. Ultimo elemento dell'arredamento era una scrivania di legno, sul cui piano giacevano piu' e piu' carte. Alcune piume di varie forme e dimensioni, boccette d'inchiostro nero, un piccolo stiletto per appuntare e alcune candele ne completavano la scarna dotazione. La scrivania era occupata da un uomo, che dava le spalle alla porta. Indossava una sottile veste di colore scuro, impreziosita da sottili fasce di un viola chiaro che ne cingevano la schiena e il petto. Lunghi capelli sottili, di uno strano colore argento, ricadevano sulla sua schiena. Voltandosi per un istante, l'uomo rivelo' alla luce delle candele un volto dalla pelle leggermente pallida. Sottili lineamenti dolci, labbra appena pronunciate. Il suo retaggio elfico, nascosto dalla scarsa luce della stanza, era completamente visibile adesso su quel volto stanco. L'unica cosa che stonava erano gli occhi: non verdi e non azzurri, come spesso accadeva tra i suoi consanguinei, ma di una strana e profonda tinta viola. L'elfo osservo' l'anziano maggiordomo mentre deponeva a terra un secondo treppiede, in legno questo, e vi poggiava sopra un vassoio contenente una tazza e un piatto, entrambi coperti. Quindi alzo' gli occhi sul servitore, fissandolo in silenzio con aria interrogativa. Quando infine capi' che non sarebbe giunta risposta alcuna da parte del servitore, a meno che la sua domanda non fosse stata espressa a chiare parole, l'elfo trasse un profondo e stanco sospiro. "Cosa c'e' su quel vassoio, Zacharias? Pensavo di averti detto che non desideravo essere interrotto per nessun motivo" mormoro' con tono stanco. "Ho ritenuto che una tisana di Valeriana, Tarassaco e Passiflora vi avrebbe giovato, legislatore Laewellyn. Inoltre, dal momento che avete ritenuto salutare saltare il pasto serale, ho pensato che forse avreste gradito mangiare qualcosa." Sbattendo le palpebre con aria perplessa, l'elfo abbasso' gli occhi sul vassoio, tornando quindi ad osservare l'anziano maggiordomo davanti a lui. "Io... No... Cioe', si. Si, grazie, Zacharias, apprezzo il pensiero..." mormoro' con aria confusa. Quindi osservo' ancora qualche volta il vassoio e il servitore, alternativamente. "...Legislatore Laewellyn?" Il servitore non rispose, ma scoperchio' la tazza e il piatto, rivelando nella prima una fumante tisana dal profumo dolciastro e dal colore brunito, e nel secondo del pasticcio di carne fredda e delle focacce cotte sulle braci. L'elfo osservo' il cibo, sentendo solo in quel momento i morsi della fame: tuttavia, mantenne lo sguardo sul servitore, fissandolo con aria stupita. "Cos'e' questa novita' del Legislatore Laewellyn, Zacharias? Sei impazzito? Perche' non mi chiami Julyen, come sempre?" Il servitore si inchino' profondamente. "Come voi oggi mi avete ricordato, Legislatore Laewellyn, i vostri compiti sono ben piu' importanti di sciocche cene e chiacchiere. Riconosco di essere stato presuntuoso a richiedere alla vostra signoria un po' del vostro prezioso tempo, per discorrere di cose insignificanti quali il lungo periodo di tempo che ha portato la signoria vostra lontano dalla Cittadella. Comprendo il mio errore, per cui sono stato redarguito, e vi porto il rispetto che vi e' dovuto, signore." Sospirando, l'elfo chiuse gli occhi e si massaggio' a lungo le tempie. Conosceva Zacharias dal primo giorno in cui aveva alloggiato nella Cittadella, quando era ancora un novizio del Tempio-citta'. Piu' di venti anni. Eppure ricordava ancora i toni con cui quella mattina l'aveva allontanato, quando era venuto a fargli visita in seguito al suo ritorno. Li ricordava e se ne rammaricava, nel vedere l'amico cosi' profondamente ferito. Cerco' di pensare, di trovare le parole per fargli capire che gli dispiaceva per quello che aveva detto. Ma le vene della sua fronte pulsavano e martellavano con ferocia, e i suoi occhi brucianti chiedevano riposo. Non riusciva a riflettere, non riusciva a parlare. "Mi dispiace" fu tutto cio' che fu in grado di dire, dopo vari e imbarazzanti minuti di silenzio. Il servitore lo osservo' per un po'. Alla fine sorrise leggermente, e preso il piatto con la carne dal vassoio, scosto' alcune delle carte che stavano sulla scrivania e ve lo poggio'. "Mangia, ora. Poi bevi la tisana, e stenditi. Daro' disposizione che il tuo sonno non venga disturbato, domani mattina. Il Priore capira', gli diro' che sei indisposto." Julyen sorrise con gratitudine, annuendo debolmente. Quindi, senza aggiungere altro, spezzo' una focaccia e ne intinse un pezzo nel sugo denso del pasticcio di carne. Il servitore si volto', avvicinandosi alla porta. "Non mi chiedi ancora una volta cosa mi e' successo in questi mesi?" lo fermo' l'elfo. L'anziano uomo scosse il capo lentamente, rimanendo sulla soglia della porta aperta ma voltandosi verso di lui. "Saresti pronto a parlarmene?" "No", ammise l'elfo, guardandolo negli occhi. "Ma non per mancanza di affetto nei tuoi confronti, vecchio amico. Ne' per mancanza di fiducia. E' solo..." "...tempo di riposare, Julyen", completo' il servitore per lui, sorridendo ancora. "E' solo tempo di riposare, adesso. Non preoccupartene." L'elfo annui' debolmente, e l'uomo gli annui' di rimando. Quindi richiuse la porta di legno, accostandola, e riprese a scendere le scale in silenzio come le aveva salite. Nella sua stanza, Julyen termino' di mangiare la prima focaccia, sempre intingendola nel sugo denso e freddo del pasticcio di carne. Quindi scosto' il piatto, e si alzo' per andare a guardare fuori dalla finestra, nel chiostro. Non c'era luna nel cielo, ne' si vedevano stelle quella notte. Nuvole dense come spuma nera tingevano il mondo di un buio pesante e assoluto, e guardare fuori dalla finestra era quasi come spingere il proprio sguardo sul nulla. Rabbrividendo, l'elfo si ritrasse, stringendosi addosso le sottili vesti che indossava e tornando a sedere alla sua scrivania. Quando il dolce sapore dell'infuso caldo scivolo' nella sua bocca, Julyen spero' davvero in cuor suo che Zacharias avesse ragione circa le proprieta' della tisana.