[[ARCHIVE_OPEN_I]]Mi sono spesso domandata cosa mi abbia portata a mettere per iscritto, su questa pergamena, la mia storia: e sono giunta alla conclusione che questo scritto debba essere un sigillo. Un sigillo per tutto quanto verrà narrato, perché il passato resti tale e ciò che è presente trovi raffronto: che, dunque, questo manoscritto sia sigillo assieme alla Pietra Nera recentemente restituitami dal felar Zerouh, pietra custode e gabbia di ciò che fu e mai più sarà.[[ARCHIVE_CLOSE_I]] Deve essere cominciato tutto vari anni fa: non ero ancora la Strega Nera, la Rosa d’Ombra, la Dama Oscura. A quei tempi, veneravo AryHann e vivevo secondo i suoi precetti, ricercando l’equilibrio tra le forze; ero pressoché priva di nemici, evitando i contrasti e scongiurandone lo sviluppo qualora già esistessero. Ero una strega priva d’aura colorata, che si dedicava all’alchimia e conduceva una vita decisamente tranquilla, avendo rinunciato a schierarsi e facendo sempre piuttosto da mediatrice. Fui chiamata Musa, da un Cavaliere ora non più in vita. Tale rimasi, finquando non persi l’ultima colonna in grado di permettermi di condurre un’esistenza serena. Perché in fondo tutti, nessuno escluso, basano la propria esistenza su pilastri. Servono a mantenere una via, a non smarrirci nel percorso della nostra vita, a darci sicurezza. Anche l'individuo meno legato a precetti ha i suoi pilastri, qualcosa per cui vive o che lo aiuta a mantenersi saldamente aggrappato alla sua esistenza. E il filo che mi sosteneva allora, in quanto chi in un modo chi nell'altro siamo tutti legati agli Dei, si ruppe. Probabilmente il mio spirito doveva già essere fragile, se bastò quella delusione amorosa a reciderlo, credo fu piuttosto il taglio decisivo. Per quanto possa essere strano sentirmi parlare di delusioni amorose. Già, posso dirlo senza temere, non ho mai avuto problemi ad affascinare e legare a me un essere maschile, dal momento in cui sono stata consapevole del potere di cui sono in possesso. E non sto parlando di un potere derivante dal Globo, dalla Tenebra o dai miei incantesimi di stregoneria; semplicemente, faccio riferimento al binomio che è per qualche donna la chiave a pressoché ogni porta, per qualcun'altra soltanto un dono degli Dei di cui gioire. Fascino e bellezza, tutte le possiedono, chi in misura maggiore chi minore, chi di un genere chi di un altro, più complicato domarli e farli rendere al meglio. Fatto sta che per quanto potessi possederne anche allora, non bastarono a sconfiggere la Tenebra che vendicava per sé il mio amato e che mi aveva usata come mezzo per portarlo a sé; certo è risaputo che l'amore da molti è ritenuto una debolezza, e lui ne provava abbastanza nei miei confronti perché potesse servire allo scopo. La mia fede in AryHann era stata sconfitta dal potere di Pharadia, cui egli si era consacrato, e dalla Tenebra tutta. Ciò non può che significare che quel filo, se non si fosse spezzato in quell'occasione, sarebbe stato reciso da un'altra lama. Mi ritrovai così dunque priva di un sostegno, svuotata di me stessa e prigioniera dello smarrimento e del mio dolore. Nei mesi che seguirono, mi ritrovai più volte sul baratro della pazzia; ero come divisa tra Luce e Tenebra, si fronteggiavano in me in una lotta serrata, e quella che ne risentiva era la mia mente. La mia appartenenza alla fratellanza dei Maghi Arcani fu impotente, non poté frenarne la violenza, e più volte mi resi conto con terrore crescente che rischiavo di portare in me due personalità opposte. Nel contempo, la più fredda, cinica e decisa delle due guadagnava terreno crescente, mentre la confusione in me cresceva, potenziata dal mio fallimento nel cercare vendetta presso colui che un tempo avevo amato, nel mio assurdo proposito di sconfiggere l'Oscurità, in un certo senso da lui rappresentata in quel momento. Eppure continuai a invocare l'equilibrio, mi avventurai perfino in un viaggio per ritrovarlo, quanto fui sciocca, a ripensarci ora. Tuttavia, se ora non sono intrappolata dalla follia e dalla vecchiaia, lo devo al mio buon senso e alla mia intelligenza, che mi permisero di comprendere cosa andasse fatto e come. Dovevo cessare di contrastare il destino, fuggendo verso un passato che non mi aveva donato che debolezza e delusioni. Così cercai colui che fosse in grado di costruire il ponte per me, verso una nuova vita: l’araldo della Distruzione. [[ARCHIVE_OPEN_B]]Il Battesimo Oscuro[[ARCHIVE_CLOSE_B]] Avevo avuto modo di parlare con lui più volte in passato, dapprima per motivi politici e in seguito per amicizia, e chi meglio di colui che era stato Imperatore di Dunkle Stadt ed era tuttora araldo di Asuka, oltre che stregone di grande potere, poteva essermi d’aiuto nel consacrare il mio cuore alla Tenebra? Mi recai quindi presso la sua dimora, esponendogli la richiesta: non dubitavo accettasse, ma sapevo anche avrei dovuto pagare un prezzo, ed anche quando decretò che sarei stata in debito di un favore a sua scelta, non ritornai sui miei passi: se l’avessi fatto, non avrei avuto obbligazioni con alcuno, ma nemmeno, forse, una mente sana in grado di concepire ragionamenti e piani con razionalità. Giudicai quindi non soltanto che il risultato valesse il rischio, ma anche di non dover temere ad affidargli la mia vita: non avrebbe certo perso l’occasione di guadagnare il meglio da quella situazione e di portare una nuova valida adepta alle forze oscure, cose impossibili da fare con un corpo morto. Ad assisterlo nell’esecuzione del rito fu la sua compagna di allora, la sacerdotessa di Tricksty Aneyrin: i miei ricordi in merito si fermano al momento in cui Krisaore fece scendere su di me una coltre di sonno, ed esso mi colse in fretta, portando via con sé tutte le paure e i pensieri che potessi ancora avere in merito a ciò che stava per accadere. Quando riaprii gli occhi, la prima cosa che vidi fu il soffitto dell’altare della triade di Lamwothor. Sotto di me, a diretto contatto con la mia pelle nuda, la fredda pietra. Mi portai a sedere, ancora intorpidita e confusa, per poi abbassare lo sguardo su di me: ero ancora io, eppure allo stesso tempo non lo ero più. Mi pareva d’essere ritornata ad alcuni anni prima, il mio corpo pareva aver ritrovato la sua giovinezza dei vent’anni, certo avevo riguadagnato non molto tempo; mi sfiorai il viso con le dita, la chioma nera, lunga ed ora più ondulata nonché riccioluta all’avvicinarsi delle punte, la stessa pelle candida, le stesse forme avvenenti, la forma affusolata dei piedi e delle mani…le mani che ora tenevo sul cuore, un cuore ora dominato dalla tenebra. E’ fatta, la rosa che era un tempo rossa ora è scarlatta, e le sue spine sono sporche di sangue di vivace tonalità. Toccata dall’ombra, e parte di lei. Sorrisi, e decisi che il primo gesto compiuto in questa nuova vita sarebbe stato conforme all’unica eredità lasciatami da quella ormai passata: ero stata ed ero ancora una Shalafi. Così mossi la mano nel semplice gesto atto a richiamare una creatura: attribuii la confusione relativa alla gestualità e alla formula a una conseguenza temporanea, ma non posso descrivere a parole lo sgomento che mi avvinse quando, anche dopo un meritato riposo, mi accorsi di non essere in grado di distinguere una formulazione dall’altra, di mischiare un insieme di gesti con un altro, senza mai riuscire a completare anche un solo incantesimo, in una maniera che mi fece infuriare. Ero infatti consapevole di conoscere ogni parola e ogni gesto, ma non riuscivo in alcun modo a collegare gli elementi nella maniera esatta, nemmeno impiegando tutta la concentrazione possibile. Si trattò certamente del prezzo dovuto ad AryHann in seguito all’aver abbandonato il sentiero dell’Equilibrio, non potevo del resto pretendere che Lei ne fosse felice o che la mia azione fosse senza conseguenze; devo ammettere che il prezzo non fu basso, e forse non avrebbe potuto essere scelta una pena più adatta per me. Lei sapeva che non avrei rinunciato a essere una Shalafi e anzi avrei desiderato onorare il mio ruolo, e che ero legata a vita alle arti magiche oramai. Non ebbi perciò altra scelta che ripercorrere il mio cammino di conoscenza, per quanto dolorosa, fastidiosa e faticosa potesse essere la salita, accogliendo il tutto come una possibilità di incrementare il mio sapere, perché soltanto così avrei potuto sfruttare la situazione in maniera degna e produttiva, come un saggio fa. [[ARCHIVE_OPEN_OFF]]Continua[[ARCHIVE_CLOSE_OFF]]