Erano passati più di due decenni da quando il suo paese era stato carbonizzato, e qualche anno da quando aveva eretto quella cresta radendosi la testa. Non era passato molto tempo per un Nano, ma per tante cose Furin non aveva pazienza. Nonostante ciò, per quell’Ascia ci aveva messo tutto il suo impegno e la sua volontà, oltre che parecchi anni, cercando i metalli giusti e, non meno importante, la giusta forgia. Quell’Ascia, che era appartenuta anche suo nonno, lo avrebbe accompagnato per tutta la sua esistenza, portandogli Onore e Gloria. Non aveva mai posseduto proprietà magiche, sebbene lungo la superficie laterale del manico fossero state iscritte delle rune naniche, ma aveva, da sempre, avuto un enorme valore per chi nella famiglia aveva avuto l’Onore nel brandirla e l’Onore nel rinnovare la potenza dell’arma, compito di ogni suo possessore, aggiungendovi rune, ri-plasmando la scure o ri-forgiando il filo con qualche potente lega di metallo, ma soprattutto, sopra ogni cosa, dimostrandone la potenza in battaglia. Ora toccava a lui, Furin Fiero Braccio, rendere Onore all’Ascia della sua famiglia. Ci mise impegno, fatica, tempo e amore, poiché quell’Ascia era la cosa che più cara aveva, era la sua Ascia, la sua arma, la sua fiera compagna, la sua protetta e la sua protettrice. E sentiva sempre più forte il legame che lo legava all’arma, sentiva i loro destini uniti e indissolubili. Ciò che provava per quell’Ascia era indescrivibile, era un legame che andava oltre il razionale, il logico o il ragionevole. Il metallo incandescente produsse scintille al possente battere del maglio, e si unì al sudore che grondava dal corpo del Nano. I muscoli si gonfiarono anche al limite talvolta, sotto l’incessante plasmarsi del metallo. Fece appello a tutte le più antiche abilità naniche nella forgiatura, e si sentì parte dell’Ascia. Sentì le loro anime e i loro destini fondersi, così come si erano fusi i diversi metalli tra loro. Il grasso che teneva in piedi la cresta rossa, si era sciolto sotto il soffocante effetto del calore, e questa si era afflosciata, mostrando parzialmente come erano i capelli del Nano allo stato naturale. Mentre continuava a battere il metallo, iniziò a pronunciare lentamente parole naniche dal suono molto duro e gutturale, che parevano quasi sconnesse tra loro. Alcune scintille andarono a posarsi dolorosamente sul corpo di Furin, formando lentamente degli strani tatuaggi, che parve non accorgersi né della cresta né delle ardenti scintille. Ormai il rosso delle forgia pareva aver rapito lo sguardo del Nano... una fiamma crebbe improvvisamente, e lo avvolse, oscurandogli la vista per qualche attimo… La fiamma sparì, ma non il calore, che si era solo attenuato. Con suo notevole stupore non si trovava più nella sua forgia, ma in una stanza dalla temperatura elevata e dall’incessante e quasi opprimente battere dei martelli sul metallo. Aveva l’Ascia in mano, già forgiata e temprata. Notò subito in un angolo una grande incudine con degli attrezzi da fabbro appoggiati affianco, su un grosso bancone. In fondo c’era una leggera tenda oltre la quale si scorgeva solo un’altra stanza più piccola, mentre di fronte a quello che pareva essere il passaggio d’ingresso, si trovava un trono fatto completamente di metallo posto su un’alta pedana. Una figura imperiosa sedeva sul tronoé era Edraurd, il Dio del Metallo. Furin s’inchinò d’innanzi al Dio, che di risposta annuì in silenzio guardando il Nano. Passato qualche istante, Furin tornò in posizione retta, e si mise a guardare negli occhi il Dio del Metallo con rispetto. - Salve mortale La divinità aveva parlato con un voce piena e in tono normale, che però pareva aver zittito il rumore dei martelli. - Ave, Edraurd, Dio del Metallo! Vi ringrazio per aver ascoltato il mio appello. Con una solennità notevole, e forse adatta ai soli Nani, porse l’Ascia al Dio. - Vi prego, Signore delle Armi, benedicete questa Ascia, appartenuta ai miei avi. Lo riforgiata io stesso in Onore mio, della mia antica razza e di voi, potente Dio. Chinò il viso, in segno di rispetto. Edraurd prese l’Ascia, abbandonandola alle sue mani e ai suoi poteri, cantilenando qualcosa di non comprensibile. Scintille avvolsero l’Ascia e un martello etereo apparve, e batté sull’arma, sortendo chissà quali effetti. Sebbene potesse essere un’operazione impegnativa o addirittura faticosa, neanche la più piccola goccia di sudore era visibile sul corpo del Dio. - Provala, mortale. Furin annuì con fierezza riprendendo possesso dell’Ascia, e la strinse nelle mani… pareva gli brillassero gli occhi, né sentiva la forza… Alzò lo sguardo su Edraurd ed annuì una volta sola, in modo fermo e solenne, a mo’ di ringraziamento verso il Dio. Il Nano si sistemò la cresta che per il calore si era afflosciata, ed accarezzò con lo sguardo l’Ascia… come avrebbe fatto un padre con il proprio figlio. Tornò con lo sguardo verso Edraurd. - Bene, mortale. Si sedette a riposare sul trono. - Vi ringrazio, Dio del Metallo! Onore e Gloria! Furin s’inchinò con rispetto, ed Edraurd gli annuì compiaciuto. - Và, adesso. Il Nano annuì con rispetto. Quando rialzò lo sguardo, pochi istanti dopo, era di nuovo nella sua forgia. L’Ascia riposava nella sua mano, perfetta nella sua bellezza e nella sua forza, ed il fuoco era ormai spento… nel buio erano visibili solo le braci. Erano passate molte ore, senza ombra di dubbio. Furin rimase immobile, cercando di capire se avesse davvero visto il Dio del Metallo e se questo avesse davvero concesso la sua benedizione ed alcuni poteri all’Ascia… Di una cosa era sicuro, però, ora aveva la sua Ascia, e non gli rimaneva altro che dimostrarne la potenza in battaglia.